Vance-Parolin: il volto dell’isolamento etico degli USA
Se la politica è il regno delle parole misurate, la diplomazia è quello delle parole soppesate. E a volte, proprio nel peso che manca si legge tutto il significato. L’incontro tra J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, e il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, avvenuto il 19 aprile in Vaticano, rientra perfettamente in questa categoria: un dialogo definito “cordiale”, come si definisce “cordiale” una cena di famiglia in cui ci si scambia il pane e i silenzi.
Vance, volto giovane ma non nuovo dell’America trumpiana, è arrivato a Roma in un momento in cui il rapporto tra Washington e il Vaticano è tutto fuorché lineare. Da una parte un’amministrazione americana – seppur ancora in bilico tra la retorica del tycoon e la gestione istituzionale – che continua a trattare la migrazione come un’emergenza da contenere con muri, respingimenti e deportazioni; dall’altra una Chiesa che, almeno nei suoi vertici attuali, insiste su una visione evangelica della solidarietà, dei ponti, e dei porti aperti.
Ufficialmente, le parti hanno “rinnovato l’impegno comune nella protezione della libertà religiosa” e si sono scambiate “riflessioni sulla situazione internazionale”. Parole neutre, dal sapore di comunicato stampa. Ma basta scavare appena sotto la superficie per trovare i nodi irrisolti. Parolin, che non è solo il ministro degli Esteri del Papa ma anche il custode della linea diplomatica vaticana, ha sollevato il tema delle guerre in corso – Ucraina, Medio Oriente, Africa subsahariana – e delle crisi umanitarie che ne derivano. Migranti, rifugiati, prigionieri, bambini-soldato: la solita conta – più morale che altro – di tragedie che in diplomazia si elencano con deferenza, anche quando si sa che all’altro lato del tavolo certe priorità non sono proprio in cima all’agenda.
Vance, da parte sua, ha preferito ribadire i “valori comuni” tra Stati Uniti e Vaticano. Valori, sì, ma quali? Quelli della libertà religiosa, che spesso si traduce – per una certa destra americana – in licenze per discriminare, vietare l’aborto, e difendere il diritto a portare armi ovunque, anche in chiesa? O quelli del “Dio, Patria e Famiglia” recitati a colpi di tweet mentre si tagliano i fondi agli aiuti umanitari internazionali?
Il punto è che l’amministrazione americana, se tornerà a essere guidata da Donald Trump (o da una sua copia conforme), si troverà sempre più in attrito con la Santa Sede. Non tanto per divergenze dottrinali, quanto per visioni opposte del mondo. Dove il Vaticano invoca il dialogo, Washington risponde con sanzioni. Dove Papa Francesco chiede di abbattere i muri, il GOP li vuole costruire a doppia corsia. Dove la Chiesa, nel suo insegnamento sociale, insiste sulla dignità del lavoro e sull’equità fiscale, Vance e compagni continuano a sostenere tagli alle tasse per i ricchi e deregolamentazione selvaggia.
L’incontro romano arriva anche in un momento delicato per il ruolo geopolitico del Vaticano. La diplomazia della Santa Sede è una delle poche ancora disposte a parlare con tutti: da Mosca a Pechino, da Teheran a Kiev. Una linea che irrita i falchi dell’Occidente, sempre pronti a vedere nel dialogo un segno di debolezza. Ma che, paradossalmente, potrebbe rappresentare l’ultima ancora di credibilità morale in un panorama internazionale dove l’equilibrio non lo tiene più nessuno. Né l’ONU, svuotata e paralizzata dai veti, né l’Europa, frammentata e bellicosa, né tantomeno gli Stati Uniti, sempre più ripiegati sul loro cortile di casa.
Non a caso, tra i temi trattati durante l’incontro c’è stato anche quello della libertà religiosa nel mondo, un campo in cui Vaticano e Stati Uniti potrebbero davvero cooperare – se non fosse che ciascuno ha una sua idea su cosa significhi “libertà”. Per il Vaticano, è la possibilità di professare la propria fede senza persecuzioni; per certa destra americana, è la libertà di imporla agli altri.
Tra una visita al Colosseo e una processione nella Basilica di San Pietro, Vance ha mostrato il volto rassicurante del cristianesimo conservatore a stelle e strisce: famiglia al seguito, sorrisi e dichiarazioni ben impacchettate. Ma sotto la superficie resta una frattura culturale profonda, che nessuna foto di rito potrà davvero colmare.
Il Vaticano incarna una visione globale che guarda ai poveri, agli ultimi, alle periferie. L’America di Vance, per ora, continua a guardare se stessa nello specchio del potere. E il riflesso, a ben vedere, è sempre lo stesso: Dio benedica l’America. Gli altri si arrangino.




