Venera Mussu Cuciutu: un legame che non si spezza
“Forse è qui che comincia la storia: mia madre mi inganna, io muoio, lei risorge, Venera sorride.”
Venera, pericolosa per sé e per gli altri, affetta da melancolia ansiosa con delirio, nel 1928 viene internata nell’Ospedale psichiatrico Mandelori di Messina.
Nel suo ultimo libro Quello che so di te edito da Guanda, Nadia Terranova ripercorre la vita della sua famiglia incentrando la sua ricerca sulla bisnonna, Venera.
E’ un romanzo narrato dalla protagonista, una voce interna, prepotente che cerca risposte ai suoi mille interrogativi che intrecciano la Mitologia familiare con la realtà.
Nadia sogna fin da bambina la bisnonna, sulla soglia del manicomio, impotente nelle spalle strette, rassegnata a varcare la soglia di quella che ai tempi si chiama Villa di Salute.
Parole edulcorate, quasi sussurrate, per vergogna, per non subire le voci del paese, per evitare le chiacchiere dei vicini. Messina anni venti inoltrati. Si può immaginare che affronto fosse il ricovero in un manicomio, questa la parola giusta.
Venera, sposa in seconde nozze di Peppino il granatiere tornato dall’America. Si erano conosciuti anni prima che lui partisse per oltreoceano per raggiungere il fratello senza però una promessa d’amore. Venera lo aspetta ma lui al suo ritorno sposa in fretta una donna, quella Ricca, impostagli dalla Cattivissima, la madre di lui.
Il matrimonio dura poco perché la sposa muore e lui torna da Venera e la sposa. Nascono due figlie, Rina e Maria ma Venera ne aspetta un’altra, Giovanna.
E’ incinta di quasi nove mesi quando Peppino le porta tutte al circo. Lui si ferma a parlare con gli amici, Venera e le figlie entrano, due bambine curiose, per la prima volta in un grande palcoscenico dei divertimenti, corrono e scappano ridendo. Venera prende posto tra le travi sconnesse delle tribune, chiama Maria, chiama Rina. Le bimbe non la sentono allora lei si sposta per andarle a prendere. E’ pericoloso, sotto le assi c’è il vuoto, le bambine possono cadere.
E’ Venera che cade. E perde la figlia che ha in grembo.
La depressione ed il senso di colpa prendono il sopravvento, Venera non parla più, non accudisce le figlie, non mangia. Peppino si fa coraggio e la fa visitare dai medici dell’Ospedale di Mandelori che la ricoverano senza appello, senza darle il tempo di elaborare il lutto, senza poter dare sfogo al suo dolore
“Il ricovero di Venera, che ascolta il suo destino in un angolo, curva nelle spalle, le labbra serrate”.
Ci rimarrà undici giorni come scoprirà poi Nadia. Gli undici giorni peggiori della sua vita.
Nulla è certo di quegli undici giorni, né cosa sia accaduto né perché Venera ne è uscita così presto.
“Poi, all’improvviso, Venera è uscita dalla mie notti e mi si è incarnata sul corpo”
Ciò accade quando Nadia diventa madre, ora comprende appieno cosa vuol dire proteggere un figlio e cosa potrebbe essere la sua perdita. Deve sapere, deve assolutamente sapere la verità oltre alle leggende familiari, sa che c’è altro, quello che nessuno ha mai saputo. O voluto sapere.
E allora inizia un viaggio che la porta oltre se stessa, dentro Venera e dentro l’inferno dei matti.
Riesce a trovare un faldone, ormai dimenticato, scampato ad un rogo del Mandalari e l’enigma si svela in quell’orrore che solo le donne possono capire. Come gli esseri femminili venivano considerati all’epoca, senza scampo se avevano debolezze, senza cura se avevano delle fragilità, senza considerazione delle loro emozioni e dei loro sentimenti.
Rinchiusa al Mandalari Venera si lacera dai sensi di colpa e dall’imaginazione che Peppino il granatiere possa averla abbandonata. Si rifugia nel silenzio e nell’attesa.
Quanti giorni sono passati? Venera non se ne rende conto.
“Vieni a prendermi. Te l’ho chiesto più forte di ieri”.
Il marito spazza via tutte le insicurezze o almeno ci prova. E’ stanco il granatiere, la rivuole indietro, subito. Adesso. Non importa della somma versata per il mensile, anche se non gli ridaranno nulla indietro lui vuole la sua Venera.
E lei le appare, sulla porta “la donna che ha sposato, senza la quale si è accorto di non sapere vivere, il primo non-fallimento della sua esistenza è davanti a lui”.
Nadia fa saltare il banco della Mitologia familiare, scoprendo ciò che è realmente accaduto, o quasi, e la sua ricerca contiene il fuoco: della curiosità, della scoperta di se stessa e degli altri.
Un romanzo imponente, sia per la grande e quasi ossessiva ricerca dei fatti, che della sapienza di elaborare tutte le tipologie di cura per “i pazzi” che subivano, questo il termine esatto, a quei tempi e come si sono evoluti.
Imponente, ma non è la parola giusta, anzi febbrile la ricerca della verità, sempre traslata dalla leggenda, dalla fantasia familiare, che tutto aggiusta, che sbriciola il racconto demandato ai posteri.
“Quello che so di te” di Nadia Terranova, Edizioni Guanda




