Meloni al Senato: il sostegno a Trump e la cautela sul ReArm
La premier Giorgia Meloni è intervenuta ieri al Senato per parlare di riarmo europeo e Ucraina. Il discorso rappresenta una risoluzione congiunta nella maggioranza in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo.
Le comunicazioni di Meloni al Senato
Quasi verso le 20, dopo il discorso di Meloni cominciato alle 14.30, l’Aula del Senato ha approvato la risoluzione del centrodestra con 109 voti favorevoli, 69 contrari e 4 astensioni. Nel documento, articolato in dodici punti, si cita il «sostegno all’Ucraina per tutto il tempo necessario», auspicando una rapida conclusione dei negoziati di pace. Nonostante fosse il passaggio più atteso, nessun cenno viene rivolto direttamente al piano ReArm Eu, citando diplomaticamente la volontà di «lavorare con l’Ue, con gli Usa e con i tradizionali alleati per arrivare a una pace basata sui principi della Carta dell’Onu e sul diritto internazionale».
In Aula, sono presenti quasi tutti i ministri. Matteo Salvini assente giustificato, volato a Varsavia per il Consiglio Ue. Nelle comunicazioni al Senato, Meloni parla della necessità di preservare il rapporto con gli Stati Uniti di Trump, ribadisce l’appoggio all’Ucraina e attacca l’«iper regolamentazione» europea e il «roboante piano» ReArm Eu. Dedica un passaggio anche alla questione del rimpatrio dei migranti, sostenendo che se si sta andando verso un nuovo Regolamento Ue è perché l’Italia ha fatto da «apripista» con i centri in Albania. Nel complesso Meloni si affida a due parole chiave: responsabilità e pragmatismo, in un discorso dai toni prudenti, constatando: «Non è un tempo facile per governare».
Riarmo europeo, Ucraina e dazi
Nel suo discorso, la premier cita il piano europeo di riarmo da 800 miliardi presentato da Ursula von der Leyen, attaccandone il nome, che definisce “roboante” e esprimendo la sua cautela a riguardo: «Valuteremo con grande attenzione l’opportunità o meno di attivare gli strumenti previsti dal piano». Secondo Meloni, il nome ReArm Eu è di per sé errato, perché spendere per la difesa non equivale a compare armi: «non è una questione semantica, ma di sostanza e merito». Inoltre, ricorda che gli 800 miliardi stanziati per il piano non sono soldi «esistenti nei bilanci degli Stati membri» o reperibili «tagliando servizi ai cittadini», bensì sono fondi ottenibili attraverso un nuovo debito. È necessario, pertanto, cercare «soluzioni alternative». Il presidente del consiglio boccia, poi, la proposta di Regno Unito e Francia di inviare truppe europee in Ucraina, considerandola un’opzione «complessa, rischiosa e poco efficace». Sull’invio di truppe italiane, Meloni sottolinea che «non è mai stato all’ordine del giorno».
È il rapporto con gli Stati Uniti e il presidente Donald Trump, quello che Meloni tenta di salvaguardare maggiormente nel suo discorso. Da una parte, attacca Bruxelles, «soffocata dalle sue stesse regole», invocando il rilancio della competitività per evitare la desertificazione industriale, dall’altra si dice convinta di poter evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti. La premier sostiene la necessità nel «continuare a lavorare con concretezza e pragmatismo, per trovare un possibile terreno di intesa e scongiurare una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno, né Stati Uniti né Europa», ritenendo insensato «cadere nella tentazione delle rappresaglie, che diventano un circolo vizioso nel quale tutti perdono». L’esigenza di una collaborazione tra Europa e Stati Uniti resta per Meloni un punto cardine: «È un banale dato di realtà che non è possibile immaginare una garanzia di sicurezza duratura dividendo l’Europa e gli Stati Uniti. È giusto che l’Europa si attrezzi per fare la sua parte, ma ingenuo pensare possa fare da sola fuori dalla cornice».




