Giornalismo, editoria e soft power: intervista a Ferruccio De Bortoli
Lei è stato direttore del Corriere della Sera e del Sole24Ore, quali sono state le sfide più stimolanti che ha dovuto affrontare durante la sua carriera? E com’è gestire e coordinare due giornali di importanza così rilevante in Italia?
Le sfide sono state tantissime ed sarebbe quasi impossibile ricordarle tutte. Naturalmente ho gestito il Corriere della Sera in fasi storiche molto diverse. La prima fase era temporalmente legata al contesto del primo Berlusconi e al governo Prodi. La seconda invece era relativa al periodo dell’ultimo Berlusconi, dei successivi governi tecnici e della crisi finanziaria. Diciamo che la sfida principale è stata quella di fare un giornale credibile, corretto e soprattutto onesto nel riconoscere che si possa anche sbagliare. La mia vita si è svolta tra Il Corriere e il Sole24Ore che sono due istituzioni di garanzia nel nostro Paese, due grandi patrimoni anche se di natura diversa.
Ho passato molto più tempo al Corriere della Sera, sono anche Presidente della Fondazione dello stesso giornale. Penso che la sfida più difficile, se posso riassumerla in una battuta, sia quella di conservare la libertà di espressione e l’indipendenza dei giornalisti che sono inevitabilmente soggetti a pressioni di vario tipo. Quando un giornale è indipendente, cioè la sua storia è più forte della storia degli azionisti, assume un grandissimo valore. L’importante è che rimanga credibile: il valore di un giornale è proprio nel rapporto di fiducia con i propri lettori. Spero di esserci riuscito. Devo dire che ho avuto anche degli azionisti sensibili e pazienti.
Credo che la sfida principale per il direttore di un giornale sia proprio questa, riuscire ad essere i garanti del lavoro dei colleghi. Poi ovviamente i colleghi sbagliano, i direttori ne sono responsabili e io mi sono preso carico anche di una quantità indescrivibile di errori. Da sottolineare come , chiaramente, cambiano i tempi, cambiano le forme di comunicazione e anche i mezzi per diffondere le notizie.
A tal proposito, come vede il futuro dei media cartacei e la rapida evoluzione tecnologica dei mezzi di informazione odierni?
Con l’arrivo delle tecnologie cosiddette disruptives, abbiamo assistito alla resa, a volte incondizionata, dei cosiddetti campers, cioè degli editori classici. In questo nuovo quadro, gli editori tradizionali si sono assottigliati, a volte hanno dovuto vendere, faccio soltanto l’esempio del Washington Post, giornale storico ceduto a Jeff Bezos di Amazon. Nonostante ciò i giornalisti sono sempre centrali.
Allora è curioso notare che, a differenza di altri settori, il lavoro del giornalista è stato, in realtà, valorizzato. Avendo tanti strumenti digitali a disposizione e un’informazione capillare, c’è la tentazione di pensare che non ci sia bisogno di intermediari giornalistici per comprendere la realtà. Specialmente oggi invece, con le attuali polemiche sul potere dei social media e di alcuni tecno miliardari, con la dilagante questione delle fake news, emerge il bisogno di giornalisti autorevoli, credibili, che sappiano fare delle inchieste, che vadano in profondità nei fatti e che si presentino al lettore, nei podcast, magari attraverso newsletter e altri strumenti, con la loro faccia, con la loro responsabilità.
Si parla molto di free speech, ma la libertà di espressione c’è se ci sono le regole e se c’è la responsabilità per eventuali errori. Non c’è free speech, non c’è libertà di espressione se c’è una giungla e ancora peggio se c’è una giungla che ha un potere, un dominio straordinario, una proprietà che non solo seleziona gli utenti ma addirittura inventa i fatti.
Allora, come va lo stato dell’arte e del mondo editoriale italiano? C’è un libro che ha segnato la sua vita da lettore?
I libri da cui partire sono quelli di un grande divulgatore che ha inventato, secondo me, un genere, ovvero Aldo Cazzullo. Ha inventato il genere di inchiesta nella storia con uno sguardo alla realtà, riprendendo la migliore tradizione di Indro Montanelli.
Per quanto riguarda invece l’industria libraria italiana, penso che sia un esempio positivo. Io sono stato anche Presidente di Flammarion, una grande casa editrice francese e sono stato amministratore delegato del gruppo RCS Libri, al cui interno c’erano realtà importanti come Rizzoli, Bompiani, Fabbri e tanti altri. Abbiamo degli ottimi editori, c’è un pluralismo convincente, ci sono tanti piccoli editori specializzati, abbiamo la fortuna di avere molti lettori forti, però abbiamo la sfortuna che dopo i lettori forti non ci siano lettori meno forti o più deboli, a volte c’è il deserto di persone che non leggono e di città che non hanno una libreria. Allora questo è il grande tema che dovremmo affrontare: far sì che i libri siano più letti. Un paese è civile, se guarda al progresso e costruisce il proprio futuro mettendo al centro i libri. La Francia, per esempio, da questo punto di vista, è molto più avanti di noi.
L’industria del libro, a differenza dell’industria dei quotidiani o dei periodici, ha sperimentato l’ebook attraverso una forma di lettura che non è stata sostitutiva del libro cartaceo, promuovendo la diffusione anche dei testi fisici. Il fenomeno di nuovi scrittori, in particolare scrittrici, che arrivano dal mondo Youtube o TikTok, con un linguaggio innovativo e moderno, ha portato molti giovani ad acquistare un libro cartaceo o a fare la fila per un firmacopie. Non mi sarei mai aspettato tale scenari.
L’attuale situazione geopolitica prevede uno stato di “policrisi” e più in generale una fase di trasformazione dei processi classici della globalizzazione. Quale ruolo può giocare l’Italia nell’ambito del consesso europeo e nelle nuove dinamiche globali?
L’Italia sottovaluta la grande importanza del suo soft power. Dobbiamo pensare che gli italici nel mondo sono molto più numerosi degli italiani. Tra gli italici vanno conteggiati non solo coloro che hanno un rapporto di carattere familiare e di discendenza, ma anche chi ama l’Italia in tutti i suoi aspetti e ama il suo cinema, la sua cultura. Noi sottovalutiamo fortissimamente questo straordinario soft power.
Non abbiamo l’esatta comprensione del peso specifico della nostra cultura. Lo strumento culturale favorisce la nostra grande capacità diplomatica di avvicinare gli opposti, per far dialogare chi non è abituato al confronto. Noi non siamo percepiti come una potenza coloniale. Siamo piccoli ma non come a volte crediamo. Siamo europei, possiamo veramente avere una grande occasione in una situazione di “Policrisi”, in una situazione geopolitica così frammentata dove non ci sono molti agenti di dialogo
Oltre ai processi di digitalizzazione tecnologica, un fattore fondamentale nelle politiche europee riguarda la transizione green. In questa fase si assiste ad una messa in discussione di alcuni punti saldi del percorso dell’Unione europea verso un’economia ad zero impatto ambientale. Quali ritiene sia il prossimo futuro della sostenibilità nel Vecchio Continente alla luce, anche, dell’elezione a Washington di Donald Trump?
Non credo che siamo difronte all’interruzione di questo processo. La transizione energetica è per sua natura ineguale: si rischia di farla pagare agli strati più deboli della popolazione. Un ripensamento può essere positivo per far emergere alcune illusioni, per esempio il passaggio tutto sull’elettrico o tutto sulle rinnovabili, come se fosse possibile farlo. Spezza le ipocrisie di coloro che erano a favore dei fattori ESG semplicemente per ragioni di moda o perché non si poteva escluderli dai bilanci sociali. In questo modo è possibile fare piazza pulita di tutto il greenwashing eccessivo che abbiamo visto negli ultimi tempi. Sarà più lenta la transizione energetica, non c’è dubbio, però forse sarà più sicura nel medio termine.
Il mercato, indipendentemente dalla scelta di Trump negli Stati Uniti, ha investito moltissimo
nelle rinnovabili . Non credo che gli obiettivi sulla decarbonizzazione possano essere rispettati nel modo in cui sono stati disegnati. C’era un eccesso di ambizione in tale progettualità ma non ci troviamo in un momento di totale revisionismo della transizione energetica. Siamo in una fase di pausa ma non è detto che tutte le pause siano negative, forse questa potrebbe essere addirittura salutare.




