Libro di Manuel di Cortàzar è un esperimento vivace di resistenza
C’è da chiedersi come mai Il Libro di Manuel, pubblicato da Julio Cortàzar (1914-1984) nel 1973, sia stato, fino alla recente uscita per SUR, l’unico romanzo del grande autore argentino non ancora tradotto nella nostra lingua. La ragione va indagata forse nella reazione dei suoi contemporanei nel momento della sua uscita: fu un romanzo, infatti, che non piacque troppo agli aficionados, perché qui lo scrittore abbandonava le consuete derive fantastiche per tentare la via del realismo (un “realismo” ovviamente alla Cortàzar) e dichiarava il suo esplicito impegno politico.
Il Libro di Manuel è un vivace e pungente esperimento di metanarrativa: un gruppo di esuli argentini a Parigi, il Grancasino (la Joda) come si autodefiniscono, da principio semplici provocatori situazionisti attivi in innocue azioni di disturbo antiborghese, le “microagitazioni”, come mangiare in piedi in un ristorante chic, gridare durante una proiezione al cinema, manomettere scatole di fiammiferi nelle tabaccherie, finiscono progressivamente per alzare il livello dello scontro trasformandosi nella sgangherata cellula terrorista che intende organizzare il rapimento di un gerarca della Junta argentina in visita diplomatica a Parigi.
Esperimento nel romanzo è anche il modo in cui Cortázar gioca con la forma narrativa. Non si tratta semplicemente di raccontare una storia, ma di mettere in discussione la stessa nozione di racconto. Cortázar sembra dire che la narrativa tradizionale non è sufficiente a comprendere la complessità della realtà. Al testo “normale” Cortàzar associa articoli ripresi dalla stampa contemporanea (e inseriti nel testo nella loro natura di ritagli), più altri materiali diversi – poesie, grafici, relazioni – intese a rompere la linearità della lettura. Un’alternanza fra la prima e la terza persona sposta continuamente il punto di vista dei personaggi depistando il lettore e riferendosi spesso a un enigmatico testimone esterno “el que te dije” (chi ti dicevo). Sorta di diario e album di ritagli, il testo è una lettera rivolta dai genitori al neonato Manuel, perché possa leggerla quando sarà grande, in un mondo futuro che si auspica migliore, apprendendo così in che modo la sua famiglia ha contribuito a crearlo.
Politica e rivoluzione
Sebbene Il Libro di Manuel non sia un trattato politico nel senso tradizionale del termine, il romanzo è permeato da una forte tensione politica, che riflette il contesto storico e sociale dell’Argentina e dell’America Latina degli anni Sessanta. Cortázar scrive in un periodo in cui il continente era segnato da profonde disuguaglianze sociali e da una crescente tensione tra le forze progressiste e quelle conservatrici. L’ambiguità di Manuel, che sfugge a una definizione precisa e che appare quasi come un fantasma nel romanzo, riflette la difficoltà di definire e perseguire una rivoluzione che non sia semplicemente un’idea astratta, ma che coinvolga le persone, le loro vite e le loro scelte quotidiane. La rivoluzione è vista non solo come una battaglia politica, ma anche come una lotta interiore, un tentativo di trovare un senso alla propria esistenza in un mondo che sembra sempre più confuso e disorientante.
Un altro tema ricorrente in Il Libro di Manuel è il conflitto tra il personale e il politico, tra la sfera privata dell’individuo e la collettività. I protagonisti del romanzo, pur essendo coinvolti in un discorso politico di ampio respiro, non sono mai distaccati dalle loro esperienze individuali, dai loro sentimenti e dalle loro fragilità. La politica, in questo senso, non è solo una questione di ideali e obiettivi collettivi, ma anche di emozioni, di relazioni personali, di lotte interiori. Cortázar esplora questo conflitto in modo sottile, mostrando come le scelte politiche, anche quelle apparentemente più ideali, siano sempre influenzate da dinamiche personali, dai legami affettivi, dalle paure e dalle incertezze individuali.
La capacità di questo grande autore argentino di criticare e denunciare i soprusi della destra conservatrice del tempo e le dittature in atto in America Latina (nel 1973 Salvador Allende veniva rovesciato da un golpe militare orchestrato dagli USA) va a braccetto con la sua abilità nel pungolare anche la sinistra. Non a caso, l’atteggiamento critico di Cortàzar finì per scontentare anche i militanti e i guerriglieri della sinistra sudamericana, non certamente d’accordo con la rappresentazione, in certi casi quasi sarcastica, che si dava di loro, del loro linguaggio e dei frequenti luoghi comuni della loro mentalità.
Cortàzar si era schierato lealmente e consequenzialmente al loro fianco ma non acriticamente: «La mia idea del socialismo latinoamericano è profondamente critica», avrebbe scritto altrove. E rincarando la dose: «La liberazione interiore dell’uomo latinoamericano è ben lontana dal corrispondere alla sua liberazione esteriore. Molti dirigenti della sinistra latinoamericana sono prigionieri di un linguaggio tristemente retorico che proviene direttamente dall’avversario. Per questo le rivoluzioni falliscono, si estinguono, si convertono in burocrazie, perché l’uomo non è cambiato. Anzi è divenuto ancora più mediocre. Con un uomo mediocre si può forse fare un esercito ma non una rivoluzione».




