Trump e il futuro del clima
Era il giugno del 2017 quando Donald Trump, nel suo primo mandato da Presidente degli Stati Uniti d’America, informò ufficialmente le Nazioni Unite sulla propria decisione di uscire dall’Accordo di Parigi. Nel 2019 furono presentati i documenti relativi al recesso, che divennero effettivi solo nel novembre del 2020, a ridosso delle elezioni che avrebbero visto Joe Biden come nuovo inquilino della Casa Bianca e il successivo rientro dell’America nel patto internazionale siglato vicino Parigi. Questa volta, Trump sembrerebbe aver giocato in ampio anticipo, prevedendo, all’alba della suo secondo mandato, una nuova uscita dagli Accordi.
Accordo di Parigi: un’esortazione più che un vincolo
Quando l’intesa globale sul contrasto alla crisi climatica venne stipulata sul finire del 2015, gli Stati Uniti d’America, guidati dall’amministrazione Obama, furono tra i principali promotori dell’Accordo, contribuendo notevolmente alla formazione finale del trattato. Quest’ultimo si pone come obiettivo principale il rafforzamento della risposta mondiale alla minaccia posta dal cambiamento climatico, promuovendo uno sviluppo sostenibile e gli sforzi di ciascun Paese relativi alle proprie capacità e risorse. La caratteristica peculiare di tali accordi vede l’assenza effettiva di veri e propri obblighi specifici sulle quantità delle emissioni di gas serra da ridurre, esponendo le diverse misure attraverso un linguaggio marcatamente esortativo ed incoraggiante. Ogni Stato decide, pertanto, il meccanismo di contributi da perseguire a livello nazionale, al fine di portare avanti il progetto di resilienza climatica formalizzato in Francia.
Trump pronto ad uscire dall’Accordo
Alla luce di questi tratti particolati dell’Accordo internazionale sul clima, la recessione trumpiana era apparsa già in passato come una mossa meramente politica e propagandistica, presentata come necessaria per preservare il Paese dalle «gravi restrizioni energetiche» che avrebbero intaccato l’economia statunitense. Tuttavia, a soli cinque giorni dalla proclamazione di Donald Trump come 47esimo Presidente degli Stati Uniti, si torna a temere sulle sorti incerte del Paese all’interno degli Accordi di Parigi. Infatti, fonti vicine al presidente neo-eletto avrebbero rivelato al Wall Strett Journal l’intenzione di Trump a firmare il ritiro dagli accordi sul clima, con le carte già pronte per avviare la procedura di uscita. Con questa notizia si apre infatti la prima giornata della Cop29, La Conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, avviata oggi a Baku, in Azerbaigian, e che si terrà fino al 22 novembre. La ventinovesima Conferenza, volta a mettere in campo nuove misure contro l’aumento delle temperature globali, è iniziata con l’annuncio del probabile ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, insieme alle notizie sulle defezioni di importanti leader politici mondiali, come Xi Jinping, Vladimir Putin, Narendra Modi, ma anche Ursula Von der Leyen, Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Nonostante la devastante alluvione nella provincia di Valencia abbia causato oltre 220 morti e l’uragano Milton abbia distrutto intere abitazioni e attività commerciali in Flordia, tra gli avvenimenti più recenti ed eclatanti, l’emergenza climatica risulta essere molto spesso ignorata o trascurata, se non addirittura negata.
Un pericolo negato
Donald Trump è ormai noto per le sue posizioni molto spesso negazioniste nei confronti del riscaldamento climatico e delle sue conseguenze. Tristemente famosa fu una sua dichiarazione del luglio del 2022, quando parlò davanti ai suoi elettori dell’inutile preoccupazione relativa al surriscaldamento del pianeta: «Avremo più case sulla spiaggia». Durante la campagna elettorale in vista delle elezioni che lo hanno visto vincitore, Trump ha sempre sostenuto, infatti, la tecnica del fracking per l’estrazione del gas dal sottosuolo, un sistema altamente inquinante e tuttavia proficuo per l’economia statunitense, sventolato dal presidente repubblicano come una fondamentale risorsa economica che sarebbe stata messa in pericolo dai sostenitori di politiche più sensibili al cambiamento climatico. La stessa Kamala Harris, che nutriva una rigida avversione verso tale tecnica, durante la sua campagna elettorale si era adagiata su posizioni più morbide a riguardo. Il fracking, o «fratturazione idraulica» è, infatti, un metodo non convenzionale per raggiungere i depositi di gas difficili da sfruttare e che è stato bannato in molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia, poiché considerato altamente invasivo ed inquinante. Attualmente, esso è però la tecnica più utilizzata in Pennsylvania. Con la negazione dei rischi di salute e delle conseguenze portate dal riscaldamento climatico, nonché con la probabile uscita dal patto internazionale sul clima, l’America di Trump imbocca sempre più freneticamente la via dell’isolazionismo, sacrificando lo stesso futuro della sua America e di un mondo delle cui sorti ne è altamente fautrice.




