Roy Keane, parabola di un campione tenace e vendicativo
Roy Keane è sicuramente una delle personalità più caparbie del calcio inglese degli anni Novanta. Ha iniziato la propria carriera nel Nottingham Forest nel 1990, dove è rimasto per 3 anni fino al trasferimento al Manchester United. Uno degli apici durante l’esordio con i Reds, fu la sua storica tripletta contro il Tottenham nel 1991 durante una partita di FA Cup, una prestazione maiuscola, tale da lanciare definitivamente la sua carriera e il suo talento.
Quarto di cinque fratelli, è nato a Cork, in Irlanda, il 10 Agosto 1971. Se Maurice e Mary Keane, i suoi genitori, non hanno mai avuto grandi possibilità economiche, Roy si è fatto conoscere sin da bambino, distinguendosi già nei playground irlandesi, che lasciavano trapelare le sue doti da giocatore aggressivo e determinato, che più tardi lo avrebbero portato ad avere una carriera costellata di successi. Di ruolo centrocampista, Roy Keane si distingue per la sua tenacia sul campo: è un metronomo del centrocampo. Serialmente impegnato nel recupero di palloni a metà campo, può contare, oltre che sulla forza fisica, anche su un tiro molto potente. La sua mentalità e la leadership lo hanno distinto sul campo di gioco dal resto dei partecipanti, conferendogli una grande sicurezza che è stata controbilanciata negativamente da un temperamento estremamente aggressivo. In effetti, il suo spirito tenace lo ha portato a discutere più di una volta sul campo, procurandosi nell’arco di tutta la sua carriera parecchi cartellini rossi: la sua è una mentalità forgiata nei sobborghi cittadini, di chi ha voglia di riscattarsi ad ogni costo, senza cedere ad eventuali soprusi da parte di nessuno.
Nel suo palmarés, può vantare ben sette Premier League e una Champions League, tutte ottenute con il Manchester United: squadra in cui ha militato per dodici anni. A proposito della finalissima di Champions, Keane non partecipò alla storica sfida contro il Bayern del 1999: il Manchester United, sotto di un gol nel primo tempo, riuscì a rimontare nei minuti finali con una rete di Shearer e, successivamente, con lo zampino di Solskjaer.
Quando vuole, l’irlandese, comunque, sa anche controllarsi, senza cedere all’impeto: ad esempio, nel 1991, dopo una partita contro il Crystal Palace, ricevette un pugno sul volto dal suo allenatore – Brian Clough – senza replicare minimamente alla pesante offesa: non si conosce il motivo, ma anni dopo elogerà il proprio allenatore per averlo introdotto nel mondo del football. Dalle stelle alle stalle: il 27 settembre 1997, durante una partita tra i Red Devils e il Leeds United, Keane durante un presunto contatto in area con il difensore Alf-Inge Haaland, padre dell’attuale prima punta formidabile del Manchester City, Erling Braut Haaland, si accascia a terra: il difensore del Leeds, mentre Roy si dispera a terra, si avvicina urlandogli contro, asserendo che la sua fosse soltanto una scenata.
Le accurate analisi dei medici furono una mazzata: rottura del legamento crociato anteriore. Passano gli anni e il 27 aprile 2001, Keane, durante un derby tra Man United e Man City, squadra in cui si era trasferito quello che era diventato l’acerrimo nemico, Alf Haaland, diede un calcio potentissimo sul ginocchio del difensore. A fine stagione, il giocatore norvegese, fu costretto ad operarsi e a ritirarsi dal calcio giocato all’età di 31 anni, mentre Keane venne espulso per varie giornate. L’episodio non è poi terminato lì: secondo quanto scritto nella sua biografia “ha avuto la sua giusta ricompensa. Ci sono cose nella mia vita di cui non mi pento. L’episodio con lui è uno di queste”. Dopo la dichiarazione, la federazione calcistica inglese, lo multò di 150.000 pound e 5 giornate di squalifica.
Si è ritirato dal calcio giocato nel 2006, dopo aver giocato una manciata di gare in Scozia, al Celtic.
L’eredità di Keane è piuttosto ampia: lui, così come il coevo Cantona, si è distinto per il rigetto delle critiche e degli sfregi commessi dagli avversari, consacrandosi come uno dei giocatori più forti ed al contempo più spietati della propria epoca. Per coronare la sua straordinaria carriera, potremmo riferirci a lui così come ad un sovrano che lascia il proprio regno nelle mani di un successore: “Long live the… Keane”
Articolo a cura di Gabriele Caramelli




