Hic sunt leones: perché un Atlante ha ancora senso di esistere
Da quando è apparso sulla Terra, probabilmente nel passaggio da nomade a sedentario, momento in cui il concetto di ignoto inizia a produrre terrore, l’uomo sente fortemente la necessità di possedere i territori che abita. Alza una palizzata, traccia una linea, pone un confine.

Maledetto il giorno in cui un uomo cinse un pezzo di terra e disse: “Questo è mio!”. Così Voltaire contro la proprietà privata. Potrebbe bastare questo per giustificare la pubblicazione del nuovo Atlante Geopolitico 2023 edito da Treccani. Proveremo a capire quanto ancora oggi un volume del genere non sia solo un compendio agli studi ma un sodale per comprendere al meglio il mondo che ci circonda.

Hic sunt leones
Così, secondo fonti medievali, scrivevano gli antichi sulle prime carte geografiche: hic sunt leones, qui ci sono i leoni. Era un modo per segnalare che quei territori erano inesplorati, sconosciuti; addentrarvisi significava andare incontro all’ignoto. Ma questo modo che avevamo di raffigurare il mondo era si affascinante e immaginifico ma ben lontano dall’avere una precisione scientifica, il problema della proiezione affliggerà diversi geografi per secoli, Mercatore forse il più conosciuto. L’Atlante, quindi, diviene opera d’arte così come i mappamondi, una volta recuperata la consapevolezza della sfericità terrestre.

Le scoperte geografiche si susseguono, la sete di conquista non si placa, l’Africa, il Nuovo Mondo, il passaggio a Nord-Ovest, nuovi nomi su nuove terre. L’Europa esporta lingua, cultura, religione e forme di governo, alle volte va bene, alle volte è un disastro.
Terra nullius
La sete di conoscenza cede il passo alla fame bulimica e l’evoluzione degli atlanti ci restituisce alle volte, in modo satirico, l’orrore per dirla alla Conrad, di un mondo che nuovamente riduce la sua tridimensionalità alle due dimensioni di una carta. Non sanno neanche come siano fatti quei territori in Africa, quando, durante la Conferenza di Berlino del 1884, i principali paesi colonizzatori cercano di placare quest’ingordigia tracciando linee rette e spartendosi i territori come fette di torta.

Le divisioni della modernità
Oggi abbiamo ereditato il fallimento di quelle spartizioni unilaterali che non hanno tenuto conto di alcuni capisaldi della geopolitica moderna. Il 2023 ci ha visto discutere ancora sul futuro assetto dell’Europa, ci ha ricordato che la Crimea fu un fallimento, che l’Ucraina e la Russia non si accorderanno ancora per molto sui loro confini politici. Il conflitto israelo-palestinese ha aperto un nuovo sanguinoso capitolo, il Rojava continua la sua battaglia per un riconoscimento che sembra allontanarsi, in Nagorno Karabakh si riaccende l’orrore della guerra e Taiwan, mai come quest’anno, ha sentito la pesante ombra cinese sui suoi territori.
Nell’Atlante Geopolitico Treccani non c’è risposta ai futuri assetti geopolitici, ma l’edizione del 2023 ci restituisce un quadro chiaro e diretto delle nuove e antiche sfide che l’uomo dovrà affrontare su quel reticolato geografico che, una volta posto in piano, torna a essere il tanto citato scacchiere internazionale.

La sfida di Treccani
Affidato all’autorevole cura dell’Ambasciatore Ettore Francesco Sequi e grazie anche alla proficua collaborazione con il Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani ci dona un tanto corposo – più di 800 pagine – quanto agevole volume in grado di offrire una notevole mole di dati affidabili, carte tematiche e politiche, schede di approfondimento sugli Stati e dossier sulle sfide del futuro. Indubbio è come Treccani stia conducendo la sua partita con la modernità. Gli ultimi anni hanno visto un rilancio dell’Istituto, sia dal punto di vista della comunicazione che dell’innovazione; senza mai snaturare la vera missione quella di porsi come ambasciatore e custode della cultura italiana.




