L’elezione di Lai Ching-Te porterà Taiwan allo scontro con la Cina?
Lai Ching-Te, candidato del Partito Progressista Democratico (DPP), ha vinto da poco le elezioni presidenziali di Taiwan. Le sue idee indipendentiste lo rendono il candidato più inviso a Pechino. Cosa significa, allora, quest’elezione? I rapporti con la Cina si deterioreranno ulteriormente?
La fine del bipolarismo politico di Taiwan
È la prima volta da quando ci sono le elezioni libere a Taiwan (1996) che un partito vince per tre volte consecutive le presidenziali. La novità, tuttavia, non è indifferente: Lai Ching-Te, rispetto alla presidente uscente Tsai Ing-Wen, incarna un profilo politico decisamente meno moderato. Quest’ultimo si è definito a più riprese “un lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan”. Il suo trionfo, però, si macchia di un dato non indifferente: il DPP ha perso oltre due milioni e mezzo di voti rispetto alle presidenziali del 2020. Come non bastasse, alle elezioni legislative ha perso dopo otto anni la maggioranza assoluta e quella relativa. I due rivali di Lai erano Hou Yu-ih del Partito Nazionalista del Kuomintang (KMT) e la novità rappresentata dalla forte ascesa dell’ex sindaco di Taipei Ko Wen-Je a capo Partito Popolare di Taiwan (TPP).
Ko Wen-Je è il convitato di pietra del consolidato bipolarismo politico taiwanese. Ossia, quello tra l’indipendentismo del DPP e le posizioni più dialoganti verso la Cina del KMT. Obiettivo fin qui riuscito al TPP è stato quello di creare una retorica alternativa agli storici opposti dei partiti maggioritari di Taiwan. Un’ alternativa definita perentoriamente dall’ex sindaco “pragmatica e anti-ideologica”. Infatti, tra un DPP ritenuto troppo anticinese e un KMT ritenuto troppo filocinese, il TPP di Ko Wen-Je si pone come una nuova forza di centro che ha riscosso molto successo soprattutto nell’elettorato giovanile. Nonostante ciò, alle legislative nessun blocco sembra aver vinto davvero: il DPP ha perso la maggioranza; il KMT, pur avendo agguantato la maggioranza relativa, non gode ancora di quella assoluta; invece, il TPP, con 8 seggi su 116, rappresenterà l’ago della bilancia tra i due partiti tradizionali.
L’indipendenza di Taiwan dalla Cina
Che succo possiamo estrarre da queste elezioni? Facciamo un po’ di contesto. Taiwan è di fatto uno stato sovrano, con una moneta, un’identità nazionale (ormai) molto sentita, un sistema democratico, un esercito e confini ben stabiliti. Come non bastasse, grazie al suo dominio sulla produzione globale di microchip è uno dei paesi più influenti nell’economia mondiale. Tuttavia, il governo di Taipei al momento ha solo dodici paesi al mondo che riconoscono la sua sovranità. Per quale ragione? Perché il resto della comunità internazionale ritiene l’isola – soprattutto, ovviamente, il governo di Pechino – parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Dal canto loro, però, i taiwanesi sostengono di aver fatto parte della Repubblica di Cina, ma non della Repubblica Popolare Cinese. Come mai?
Innanzitutto, l’isola di Taiwan è stata formalmente consegnata alla Repubblica di Cina alla fine della Seconda Guerra Mondiale quando ancora non era governata dal Partito Comunista Cinese (PCC). È con la guerra civile che il PCC ha conquistato il potere e la Repubblica di Cina – fino ad allora governata dal KMT di Chiang Kai-Shek – ha ripiegato su Taiwan, suo ultimo baluardo territoriale. Per tali ragioni, un conto è che Taiwan pretenda di essere indipendente de facto come “Repubblica di Cina”, un conto è che lo pretenda come “Taiwan”. Chiaramente, tra i due possibili scenari, Pechino tollera molto di più il primo. D’altronde, in questo scenario Taiwan, pur rappresentando una Cina “diversa”, ne farebbe pur sempre parte in qualche maniera.
La percezione dei taiwanesi
Qualche anno fa, un articolo in copertina dell’Economist definì Taiwan “The most dangerous place on Earth”. Ora, dal punto di vista prettamente militare il rischio di incidenti si è indubbiamente alzato. Le manovre navali e aeree di Pechino si fanno sempre più vicine alle coste taiwanesi. Più nello specifico, la situazione sembra essersi fatta più delicata a seguito dell’escalation diplomatica rappresentata dalla visita a Taiwan di Nancy Pelosi nel 2022. D’altro canto, però, il titolo non sembra rispecchiare la percezione dei taiwanesi. La responsabilità voto di queste ultime elezioni è stata indubbiamente gonfiata dal DPP e dal KMT: dal binomio “democrazia-autoritarismo” presentato da Lai Ching-Te a quello “guerra-pace” portato avanti da Hou Yu-ih. Eppure, la crescita del TPP segnala la diffusione della consapevolezza che, in realtà, questo voto non fosse così decisivo come presentato dalle campagne elettorali.
Più che altro, è difficile pensare che la vittoria di Lai Ching-Te rappresenti un vero e proprio schiaffo politico a Xi-Jinping. Il voto si è basato principalmente su temi interni. In aggiunta, i taiwanesi si trovano fondamentalmente tutti d’accordo sulla volontà di mantenere lo status quo politico. A dividerli sono perlopiù specifiche ricette di governo: alcuni vogliono rinforzare lo status quo legandosi agli Stati Uniti, altri alla Cina. È per quest’uniformità di fondo che, a prescindere dai risultati elettorali, è difficile immaginare che Taiwan desideri davvero l’indipendenza formale come “Taiwan”. I taiwanesi sono consapevoli di tutte le scomodità simboliche che comporta essere indipendenti come “Repubblica di Cina” (come la bandiera con il simbolo del Kuomintang). Nonostante ciò, è opinione diffusa che questo compromesso sia il male minore. Soprattutto, perché evita le tensioni con quell’ampia fetta di popolazione che ancora si sente cinese.





