Marco Birolini ci svela le trame del traffico di droga in Italia
Una serie di nessi impensabili suggella il matrimonio segreto tra Stato italiano, criminalità organizzata, servizi segreti e politica internazionale. Ricostruendo il filo logico tra tantissimi atti desecretati e documenti sensibili, il libro di Marco Birolini, “Stato Canaglia“, edito da Ponte alle Grazie, mette in piedi un’indagine in grado di cimentarsi in una meticolosa caccia ai testimoni. Scopo del suo lavoro è di ricostruire «gli affari sporchi dei servizi segreti italiani e stranieri nei traffici di tutto il mondo, con decine di morti misteriose e un enorme giro d’affari». L’inchiesta scopre un vaso di pandora: dall’Italia ai continenti produttori di oppio e cocaina, dalle guerre tra clan alle trame del moderno «grande gioco».
Tra i primi a dirigere alcuni dipartimenti dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite è Sandro Calvani. L’italiano si scontra ben presto con le logiche malate del sistema: «Ricordo che, quando ero in Colombia avevamo convinto molti contadini ad abbandonare la coltivazione della coca e a sostituirla con un cacao gourmet ad alto profitto. In poco tempo avevamo eradicato il 25% delle piante per la cocaina. Stava andando bene, insomma». Eppure, prosegue Calvani: «Ma un giorno si presenta nel mio ufficio un diplomatico americano, designato dall’amministrazione Bush che con aria preoccupata dice al collega italiano «Sandro, mi stai mettendo nei guai». Come è possibile che una strategia antidroga metta in crisi i reparti stessi dell’antidroga? La ragione è contro-intuitiva: «Sai quante persone lavorano qui nel servizio antinarcotici? Sono 180, molti con casa e famiglia. Se tu tagli la coca, io devo tagliare posti di lavoro. Devo rimandarli a casa…».
Una delle sfide dell’inchiesta, inoltre, è quella di scovare un nesso che leghi fatti come l’omicidio di Mauro Rostagno, giornalista e sociologo, alle vicende legate all’ex agente del SISMI Vincenzo Li Causi. Nondimeno, le radici del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura prima della terribile Strage di Capaci del 23 maggio 1992. Il massimo comun denominatore è il peso “geopolitico” della città di Trapani. È proprio qui che, nel 1987, all’interno della VII divisione del SISMI, nasce il Centro di addestramento speciale (CAS) Scorpione. Il centro rimane, infatti, ufficialmente legato all’Organizzazione Gladio. Tuttavia, proprio al suo interno si sviluppa ben presto un’organizzazione parallela che opera funzioni misteriose e protette dalla struttura ufficiale. Al punto che persino a Giovanni Falcone venne negata la possibilità di indagare sulle attività della struttura. In particolar modo, quelle svoltesi in Libia, Tunisi e Algeria.
L’inchiesta riesce a mettere in luce quanto la base Scorpione, ufficialmente voluta dalla CIA per contrastare l’espansione sovietica in Italia, fosse presto diventata un problematico nido di vespe (o di scorpioni, appunto). In essa si sono annidate schiere di agenti doppiogiochisti, massoni, e intermediari tra Stato e mafia. Tra le testimonianze raccolte da Birolini, infatti, figurano proprio quelle di ex agenti segreti. Le loro parole sono preziose perché hanno permesso di attuare utili ricostruzioni di fatti, come quelle inerenti alle esercitazioni del SISMI condotte tramite una serie di voli di ultraleggeri. Proprio a partire dalla ricostruzione di questi addestramenti, emerge che la vecchia agenzia d’intelligence italiana usasse alcune piste d’atterraggio nascoste nella campagna siciliana come centri di smistamento di droga.
Il circuito di spaccio era, ovviamente, quello di Cosa Nostra. La droga arrivava con la “scusa” del trasporto armi, perché quest’ultime potevano essere l’unica ragione apparente di certi strani “voli di stato”. Ipotesi, quest’ultima, che è emersa anche durante il processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Il giornalista esponente di Lotta Continua muore a colpi di fucile il 26 settembre 1988 a Valderice. La sua colpa è stata quella di essersi addentrato fin troppo nelle trame d’ombra di Trapani. Una provincia che, come rivelato dalla cattura di Matteo Messina Denaro, ospita interessi intrecciati di criminalità organizzata e politica. La lettura è densa e sconvolgente, quasi a suggerire un viaggio nell’inferno dantesco della criminalità organizzata. Marco Birolini è il nostro “Virgilio” nel buio abisso del commercio di droga internazionale.




