Andrea Spiri ci racconta la prospettiva americana su Mani Pulite
L’indagine condotta da Andrea Spiri, edita da Baldini&Castoldi, prende le mosse dai documenti degli Archivi di Washington che sono stati recentemente resi pubblici. Si tratta di un insieme di Confidential report e rapporti d’intelligence che gettano luce sulla domanda che dà senso al libro. È ipotizzabile una macchinazione statunitense dietro le quinte dell’inchiesta (Mani Pulite) che trent’anni fa ha stravolto la percezione interna della nostra classe dirigente? Non proprio, ma sicuramente gli americani non sono stati osservatori neutri.
La fitta corrispondenza italo-americana
L’asse più caldo è quello che ruota attorno al rapporto che sussiste tra Daniel Serwer, l’incaricato d’affari dell’Ambasciata statunitense, e il protagonista dell’inchiesta Mani Pulite: Antonio Di Pietro. È sintomo di un legame già molto stretto tra Consolato e Procura di Milano, soprattutto, appunto, nel triennio dal 92’ al 94’. Un legame non si esaurisce solo nella figura di Di Pietro, ma anche nelle azioni di Francesco Saverio Borrelli. Il capo della Procura avverte spesso l’esigenza di discutere con gli americani delle ricadute politiche e internazionali dell’inchiesta. Non è da meno il suo vice, Gerardo D’Ambrosio. Egli si reca non di rado al Consolato per discutere gli aspetti politici dell’inchiesta.
Affiora anche un altro fatto interessante. Stando ai rapporti d’intelligence, a partire dalla caduta del muro di Berlino e del definitivo disgregarsi dell’Unione Sovietica, la Casa Bianca aveva cominciato a considerare come più vantaggiosa la possibilità di collaborare con ipotetici governi di centrosinistra guidati da ex comunisti. La ragione non è affatto banale: per Serwer il centrosinistra rappresentava un interlocutore più accogliente nei confronti della Nato rispetto a un esecutivo di centrodestra. Infatti, si ipotizzava una certa rigidità da parte di quest’ultimo ad accettare e convivere sotto la leadership statunitense.
Gli interessi statunitensi
Stando ai documenti riportati da Andrea Spiri, emergono due grandi interessi, nient’affatto neutrali, da parte del governo statunitense. In primis, impedire il perseguimento di una politica estera autonoma, in particolar modo nel Mediterraneo. Craxi e Andreotti erano finiti nelle antipatie americane proprio per la loro politica mediterranea. Come, ad esempio, per la prova di forza mostrata dai due, in occasione del sequestro dell’Achille Lauro, nel chiudere nel giro di ventiquattr’ore tutti i porti del Mediterraneo. Un’insofferenza che si palesa ancora di più in occasione dell’incontro con Umberto Bossi, fondatore della Lega, nel maggio del ’92. Il “senatur”, seppur ben visto a Washington, viene contestato di aver espresso un voto contrario alla missione italiana nel Golfo Persico del 1991. Nonostante ciò, il leghista addurrà alle ragioni di un voto così “anti-americano” motivi strettamente elettoralistici, rinnovando nuovamente la sua fedeltà alla Casa Bianca.
In secondo luogo, emerge quanto Washington fosse direttamente interessata ad irrigare il nascente progetto di privatizzazione delle varie aziende di Stato. Ecco spiegato il sostegno al governatore della Banca d’Italia (Ciampi), che viene poi eletto capo di governo. Ciampi era un «ardente sostenitore delle privatizzazioni» e garante degli «impegni internazionali assunti con gli alleati». Il desiderio di un Italia mansueta sia nel Mediterraneo che nelle privatizzazioni era il concentrato dei desideri e delle intenzioni dell’ex capo di governo. Si deduce dal resoconto dell’incontro di quest’ultimo alla Casa Bianca nel ’93.
Andreotti e la mafia
E che dire dell’incriminazione di Andreotti per rapporti con la mafia? Dai documenti di Washington si smentiscono le accuse a suo carico. Dall’FBI, che molto scrupolosamente aveva seguito il caso, alle parole confidate a Serwer da Giovanni Falcone: non sussiste alcuna collusione tra Andreotti e la mafia. Di certo, però, gli si poteva rimproverare un atteggiamento troppo omissivo e rinunciatario rispetto a ciò che si sarebbe potuto fare per contrastare il fenomeno la criminalità organizzata. In realtà, stando alle testimonianze del direttore dell’FBI William Sessiones, il governo Andreotti, tramite il Ministro della Giustizia Martelli e il Ministro dell’Interno Scotti, si era impegnato comunque notevolmente contro la mafia. Invece, ciò che risultava veramente indigesto alla Casa Bianca era l’avversione di Andreotti alla linea americana su Gheddafi. Per il socialista l’eventuale caduta del “Colonnello” avrebbe spalancato le porte all’allarmante fenomeno del fondamentalismo islamico.
Andrea Spiri offre uno spunto di lettura molto interessante sul caso di Mani Pulite. È la prospettiva di una potenza (quella americana) e della sua intelligence che in quel periodo storico sentiva di dominare il mondo. Infatti, il momento rappresentato da Mani Pulite, secondo gli analisti di Via Veneto, è un pendolo che oscilla tra il perdere un fondamentale alleato perché vittima dei suoi collassi interni e la possibilità di assumerne un controllo maggiore. L’indagine mette alcuni punti alla questione e stimola ulteriori riflessioni: cosa ne è stato da trent’anni ad oggi di quest’opportunità?




