Storia di un personaggio italiano
Riccardo Rossi è attore, comico, autore di teatro, scrittore, regista e conduttore televisivo. Nato a Roma, nel 1962, ha lavorato ed è diventato un volto noto per le sue conduzioni, i suoi film e i suoi spettacoli, grazie anche alla sua inconfondibile voce. Ci spiega e ci racconta, tramite questa “chiacchierata”, il suo percorso nel mondo dello spettacolo e da grande appassionato di cinema, ci regala dei consigli preziosi, che, aggiungo, sono assolutamente da seguire.
Come e dove hai iniziato la tua carriera da attore, in che periodo siamo e perché hai deciso di intraprendere questa strada? Con quale film hai esordito?
Ho cominciato a partecipare, negli anni ’80, a diversi provini. Bisognava portare con sé la propria foto e presentarsi al regista. Dopo diversi tentativi, sono riuscito ad ottenere una parte per il film di Castellano e Pipolo, “College”, del 1984. È stata un’esperienza unica e irripetibile, l’esordio sul grande schermo. La mia carriera, quindi, nasce più per gioco e anche un po’ di fortuna, ma il consiglio che posso dare a chi si approccia, oggi, a questo mondo è quello di approfondire e di studiare nelle varie accademie, cito la Silvio D’Amico, una delle migliori, secondo me, a Roma. Dopo l’esordio, faccio un altro film con gli stessi registi e anche se la mia è una piccola parte, partecipo, per la prima volta, ad una pellicola composta da un grande cast, come quello di “Grandi Magazzini” in cui erano presenti attori del calibro di De Sica, Paolo Villaggio e Nino Manfredi. Da qui poi prosegue la mia carriera da attore che mi ha permesso, in seguito di sperimentare anche altri settori del mondo dello spettacolo e non solo.
Oltre all’attore, sei stato anche autore. Per il cinema, per la televisione, ma soprattutto a teatro, dove hai potuto trasformare ciò che scrivevi in un vero e proprio spettacolo. Che percorso e che esperienza è stata? È un mondo che ti appassiona ancora oggi?
Certo, ancora oggi scrivo, sia per la TV, per il cinema e anche per il teatro. È un mestiere che adoro, azzarderei a dire più dell’attore. Nel 2002 divento autore del mio spettacolo teatrale, “pagine Rossi”, che andava in scena in un piccolo teatro di Roma, il Sette. Ricordo questo come un periodo meraviglioso, dalla scrittura alla messa in scena. Una grande avventura, molto stimolante. Da lì, poi, ho preso spunto per realizzare un altro mio grande sogno, ovvero quello di scrivere un libro, dal titolo: “Pagine Rossi: manuale di sopravvivenza urbana”, che cerca di interrogarsi su alcuni aspetti della vita di tutti i giorni. Scrivere, ovviamente, ha delle regole diverse in tutti i settori, ma è un lavoro che mi appassiona molto.
Quindi dove si trovano le differenze tra i diversi rami, nel mondo dello spettacolo, per quanto riguarda la scrittura?
Il cinema è una struttura molto più articolata, sia per chi ci lavora, ma anche nello scrivere è un processo diverso. Bisogna rispettare la famosa regola dei tre atti, ognuno con una precisa divisione e con uno scopo preciso. Inoltre, per il grande schermo, si parte sempre dal fondo della storia, per poi risalire. Bisogna anche rispettare alcuni paletti dati dalla produzione o da elementi esterni che rallentano il processo. Nel teatro si è più liberi, i ritmi sono totalmente diversi. Bisogna saper alternare monologhi forti e travolgenti con monologhi da un ritmo più blando. Tutto ciò per arrivare al cosiddetto orgasmo ultimo, che è l’atto conclusivo, appunto, il gran finale, punto nevralgico dello spettacolo teatrale. Tutto il mio percorso è stato preziosissimo per la realizzazione e la scrittura del mio film “La prima volta (di mia figlia)”, di cui sono regista e autore. Un vero e proprio sogno che si realizza.
Per quanto riguarda la televisione, hai cominciato anche qui molto presto, hai partecipato a diversi programmi, fino ad arrivare, recentemente ad essere invitato ad un podcast come Tintoria. Che effetto fa partire da un media come la TV, negli anni Novanta ed arrivare, nel 2023, a partecipare ad un evento che si muove fondamentalmente sui diversi canali social?
Parto col dire che partecipare al podcast di Daniele Tinti e Stefano Rapone, che conoscevo dai tempi di “Battute”, programma della Rai, è stato un enorme piacere e, soprattutto, molto divertente. Ho avuto la possibilità per un’ora e mezza di raccontare episodi e racconti senza nessun tipo di indicazione, a ruota libera, scherzando sulla mia vita. Un’esperienza che rifarei immediatamente. Io inizio a lavorare per la televisione nel 1992, un’altra epoca e un altro mondo, con lo storico “Non è la Rai”, passando poi per “Quelli che… il calcio” come inviato fino ad arrivare a lavorare per Fiorello nel suo programma. Ho fatto l’autore, l’inviato e il conduttore. YouTube e la televisione sono tipi di comunicazione diversi, uno molto diretto e più libero, l’altro ha delle norme e delle regole più ferree di cui bisogna tener conto. Due lavori stimolanti allo stesso modo ma per motivi differenti.
Conoscendo la tua grande passione e la tua enorme cultura cinematografica, vorrei sapere da te, tre film internazionali e tre italiani che hai nel cuore e che senti di consigliare a chi leggerà questa intervista: posso immaginare la difficoltà, ma proviamoci!
È sicuramente difficilissimo metterne solo tre, ma se devo, cito sicuramente “Casinò” di Martin Scorsese, “Gli intoccabili” diretto da Brian De Palma che ha un cast straordinario, con un immenso Robert De Niro e l’immortale musica di Ennio Morricone e “American Graffiti” di George Lucas. Per quanto riguarda l’Italia, vado con tre capi saldi della nostra storia: “Una vita difficile” con Alberto Sordi, “I soliti ignoti” e il “Gattopardo” di Luchino Visconti. Mancano sicuramente tanti titoli, ma per ora mi sento di consigliare questi capolavori. Se non li avete intercettati, recuperateli il prima possibile!




