The Last Faith – Un Déjà vu in 2D

Non mi è mai piaciuto definire un gioco “come il titolo X, ma…”,…ma al primo sguardo del trailer di The Last Faith, sviluppato da Kumi Souls Games e rilasciato il 15 Novembre, ho subito pensato “ah ma è Bloodborne in 2D” e non mi sbagliavo per niente.
The Last Faith è, in breve, un soulslike in 2D con elementi Metroidvania. In pratica, la struttura base del gioco è quella di un classico Metroidvania (più in linea con Castlevania che Metroid) con l’aggiunta dei tipici elementi dei Soulborne: dal sistema di EXP (basato sulla raccolta di punti esperienza che vengono persi con la morte, i quali possono essere usati per livellare o come moneta di scambio con i vari mercanti), sistema di level up basato su caratteristiche che definiscono la classe ed il playstyle del protagonista, gameplay difficile ed intransigente e una lore criptica raccontata a pezzi e bocconi.
Nella città di Yharna…Mythringal
Le influenze del noto soulslike dark gothic di From Software in The Last Faith si sentono soprattutto nella trama e ambientazione. Nella città di Mythringal si è diffusa un’oscura malattia chiamata Shadow Scourge che ha tramutato la maggior parte della popolazione in letali Creature della Notte (Zombie, Gargoyle, lupi mannari…il classico). Eric, il protagonista della nostra storia, è anch’esso infetto dalla misteriosa malattia e per salvarsi dovrà avventurarsi nei meandri del regno di Mythringal alla ricerca di una cura; ma durante il suo viaggio scoprirà che la malattia è qualcosa di ben più letale e divino, trovandosi a combattere creature provenienti dal altri mondi e divinità di religioni sconosciute.
Nonostante la premessa sia molto buona, la trama (o per meglio dire, la lore) è raccontata in modo un po troppo pretenzioso: dialoghi troppo criptici (anche per gli standard di Hidetaka Miyazaki) parlati in un inglese estremamente aulico e antiquato e, soprattutto, inutilmente lunghi; capisco perfettamente la voglia di creare un mondo pieno di misteri, ma un minimo di 10/15 linee di dialogo per ogni incontro con un NPC mi sembrano eccessive, soprattutto se alla fine si viene lasciati con più domande che risposte.

Platforming e sangue
The Last Faith, come detto prima, è un Metroidvania con forti componenti Soulsborne intrecciate molto bene fra di loro. Il gameplay è fluido e responsivo, in ogni momento si ha sempre il perfetto controllo di Eric e delle sue azioni, sia nelle fasi di combattimento che in quelle platforming (che spesso si intrecciano piacevolmente); peccato per qualche colpo di lag appena si carica una partita e una mappatura dei controlli un po da rivedere (da che mondo e mondo i titoli platform 2D si giocano con le frecce direzionali e non con gli analogici….suvvia).
Ma le due anime del gioco non sono distribuite equamente, il lato Metroidvania è infatti molto meno caratterizzato (il che non è necessariamente un male): i potenziamenti ottenuti da Eric durante l’avventura servono solamente per accedere ad aree precedentemente inaccessibili, non vanno a stravolgere il gameplay e non si inseriscono nel design delle aree che ci si trova ad esplorare, tanto meno saranno utili durante i combattimenti. Nonostante ciò l’esplorazione giova molto dalla presenza di un backtracking leggero e gratificante.
Il lato soulslike di The Last Faith è invece la vera anima (eheh) dell’esperienza: il sistema di potenziamento delle varie caratteristiche (5 in tutto: vitalità, forza, destrezza, mente ed istinto) dà la possibilità al giocatore di personalizzare il proprio stile di gioco grazie anche ad un soddisfacente numero di armi da mischia, incantesimi e armi da fuoco. L’arsenale a disposizione di Eric non è per niente sprecato, i nemici di The Last Faith sono tanti e molto vari sia in aspetto che dal punto di vista meccanico ed il loro piazzamento negli ambienti va a creare un buon miscuglio tra combattimento e platforming, talvolta di un livello di difficoltà interessante.
Un plauso anche alle boss fight, forse un po troppo semplici (una volta apprese le 4/5 mosse a disposizione dei cattivoni il combattimento diventa abbastanza facile), ma sempre varie ed esteticamente accattivanti.

Pixel gotici
Da amante della pixel art uno dei motivi che mi ha portato a recensire il prodotto di Kumi Souls Games è appunto l’estetica, a dir poco incredibile. Giocando a The Last Faith ci si troverà davanti a delle vere e proprie opere d’arte che dimostrano il talento degli pixel artisti del team: personaggi, nemici, fondali e animazioni sono stati realizzati con una cura maniacale creando un risultato incredibile; peccato per la mancanza di animazioni durante alcune transizioni, ciò dà l’idea di uno sviluppo un po affrettato nelle sue ultime fasi.
A condire la palette grigio, blu e viola che caratterizza la città di Mythringal ci sono le musiche composte da Sam Oz (compositore e sound designer interno al team) che descrivono perfettamente l’atmosfera di mistero e morte che aleggia sulla città.

Senza infamia e senza lode
The Last Faith, ultima fatica del team Kumi Souls Games, è quello che si definisce un buon gioco: non presenta novità, meccaniche e trovate incredibili o innovative, ma fa quello che deve fare e lo fa bene. Definito come Bloodborne in 2D, mantenendo comunque una sua identità, The Last Faith porta il giocatore in un Metroidvania (molto più simile a Castlevania che a Metroid) che racconta la storia di Eric, un combattente afflitto dalla malattia chiamata Shadow Scourge che si è diffusa nella città di Mythringal, la quale ha trasformato la maggior parte della popolazione in letali creature della notte.





