La multietnicità russa è una chiave per comprendere l’insurrezione di Prigozhin
“La marcia della giustizia” di Prigozhin si è arrestata. A detta sua, l’intenzione non era quella di organizzare un golpe, bensì una protesta contro il Cremlino. Facciamo il punto e proviamo a capire cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro in Russia, tenendo sempre a mente che la multiculturalità di questo Stato sia una cifra stilistica unica nel suo genere.

I perché del “golpe”
Forse che Prigozhin stia collaborando con gli ucraini e tutto questo è un elaborato complotto per porre fine alla guerra? Forse che l’esercito russo ha davvero cercato di porre fine alle operazioni di Prigozhin, privando i suoi soldati di armi e munizioni? Forse che sia questo il modo in cui Prigozhin lotta, non solo per il suo lavoro, ma anche per la sua vita? Forse che Prigozhin, un mercenario russo che vive secondo il codice morale della casta criminale professionale russa Wagner, si sente semplicemente snobbato dai vertici militari russi e voglia essere rispettato? E forse, ha buone ragioni per credere, che alcuni soldati russi siano ormai anche disposti a unirsi a lui.
Sono tante le domande che ci si pongono dopo le incredibili ore della rivolta del gruppo Wagner tentata tra venerdì e sabato scorso. Un primo ragionamento che si può fare è di tipo storico: nella storia russa, ci sono stati alcuni precedenti di questo momento. Nel 1905, ad esempio, la disastrosa performance della flotta russa in una guerra con il Giappone contribuì a ispirare una rivoluzione fallita. Prima della ben più nota rivoluzione d’ottobre (secondo il calendario giuliano), ci fu la cosiddetta “prima rivoluzione russa” o “quarta rivolta polacca”: essa nacque dalla repressione da parte dell’esercito di una manifestazione pacifica degli operai di San Pietroburgo, che si erano recati davanti al Palazzo d’Inverno per presentare una petizione allo zar Nicola II. Nel corso di un intero anno, la rivoluzione si estese al mondo rurale e a quello operaio, che prese a riunirsi in consigli rivoluzionari: i soviet. La “domenica di sangue” portò l’ “ultimo” zar Nicola II a concedere vari “privilegi” alla popolazione e nel 1917, i soldati, arrabbiati, tornarono a casa dalla Prima Guerra Mondiale e lanciarono un’altra, più famosa, rivoluzione. Putin, nel suo intervento nella notte italiana tra venerdì e sabato, ha alluso proprio a quel momento nella sua breve apparizione televisiva pre-registrata: “Le discussioni alle spalle dell’esercito [nel 1905 e nel 1917] si sono rivelate la più grande catastrofe, [portando] alla distruzione dell’esercito e dello Stato, alla perdita di enormi territori, con conseguente tragedia e guerra civile”. Ciò che, però, non ha menzionato è il fatto che fino al momento prima in cui ha lasciato il potere e deciso di abdicare, lo zar Nicola II immaginava ancora che i contadini russi lo continuassero a sostenere e si sarebbero sempre schierati dalla sua parte. Si sbagliava. E forse, nel lungo periodo, potrebbe sbagliarsi anche Putin.

Rostov: città multiculturale
Interessante è anche soffermarsi sul luogo da dove tutto è partito, la prima città ad essere reclamata con forza dalle milizie Wagner: Rostov sul Don. La storia della città è stata da sempre legata al commercio con i paesi vicini e alla difesa dei confini meridionali russi da parte dei cosacchi. Questi ultimi, storicamente, fin nell’Impero russo, erano considerati degli alleati inaffidabili, che venivano spediti ai confini dell’Impero, con il preciso scopo di difenderli. Essi non erano altro che una piccola comunità militare. Non costituivano un gruppo etnico omogeneo: i cosacchi di Zaporižžja (un altro luogo che è diventato chiave per l’invasione russa odierna), per esempio, erano legati a doppio filo con l’etmanato ucraino (l’entità statuale settecentesca ucraina per eccellenza), ma il corpo militare era multietnico: potevano esserci tedeschi del Baltico, mercenari provenienti dal Caucaso settentrionale (si noti anche soltanto Solženicyn, premio Nobel per la letteratura del 1970) o il “quasi-mitico” Pugačëv, figlio di un piccolo proprietario terriero del Don.
Anche Rostov sul Don è stata un esempio di città multiculturale, complessa, intricata. Non sorprende, quindi, che l’intenzione di Prigozhin sia stata quella di marciare in un luogo che, storicamente, fosse un ibrido che presentava, demograficamente parlando, un alto numero di culture e nazionalità differenti. Oggi, con i suoi 1,137,904 abitanti, è una città tra l’Europa e l’Asia: in effetti, il centro di Rostov sul Don si trova sulla sponda destra del fiume Don e pertanto la città ricade geograficamente più in Europa che in Asia. Questa linea di demarcazione è ancora quella definita ufficialmente dalla zarina di Russia Anna I fin dal 1730, sulla base dei lavori geografici del tedesco Philip Johan von Strahlenberg. L’elemento che sorprende, però, è il fatto che la città fu fondata nel 1749 e l’unico censimento dell’Impero russo (redatto nel 1897) individua proprio in Rostov sul Don una tra le città più popolose dell’intero Impero: stando alle stime, neanche la metà della popolazione, al tempo, era di etnia russa. Ucraini, polacchi, bielorussi, ebrei, kirghizi e tatari (assieme proprio ai russi, che erano sì la maggioranza ma non schiacciante) vivevano nella stessa città. Oggi la situazione si è ribaltata: il 90,1% dei residenti a Rostov sul Don sono russi, seguiti soltanto da una minoranza armena (3,4%). La rivendicazione di Prigozhin, quindi, potrebbe proprio far leva sulla questione, storica, della forte componente multiculturale della zona e, sebbene l’avventura dei wagneriani sia terminata in modo fallimentare (soltanto per adesso?), il vertice russo ne è uscito se non sconfitto, decisamente indebolito. È in corso un rimescolamento nei rapporti di forza fra le fazioni del sistema putiniano. Crepe profonde minano la piramide del potere, fino a minacciarne il crollo.

Quali sviluppi per il futuro?
La Brigata Wagner, con il “golpe fallito” non ha prodotto “politica” ma Putin ora è più debole. A tre giorni dalla rivolta ci sono ancora molte cose da chiarire sulla “marcia”, ma, da alcuni messaggi scambiati tra mercenari russi e persone a loro vicine, sembra che l’interruzione della rivolta armata decisa da Prigozhin non sia stata presa troppo bene. Mark Krutov, giornalista di Radio Free Europe, ha avuto accesso a chat di gruppo private utilizzate dai parenti dei combattenti Wagner, e ha condiviso il contenuto di alcuni messaggi con la BBC: “Sono stati semplicemente traditi. Mi fidavo di Prigozhin, ma quello che ha fatto è disonorevole”, ha scritto una donna. “Non avrebbe dovuto farlo. Questo è puro tradimento”, ha risposto un altro utente. In un altro messaggio, un uomo che sosteneva di essere un mercenario del battaglione Wagner ha accusato Prigozhin di aver distrutto il gruppo “con le sue stesse mani” e di aver “fregato tutti quelli che poteva”.
La sensazione è quella che se la marcia vera e propria si sia eclissata, la guerra di propaganda è solo alla sua fase più embrionale e, comunque le cose vadano a finire, quello a cui abbiamo assistito sabato è lo spettacolo che può offrire uno Stato guidato ormai da un quarto di secolo da un despota, oggi più in difficoltà che mai. Non aver saputo prevenire un tentativo di golpe annunciato da mesi svela la fragilità delle strutture militari e di sicurezza russe. E potrebbe inaugurare una guerra civile dagli effetti imponderabili.




