La ricerca dell’emotività nel mondo umanoide
La ricerca dell’emotività nel mondo umanoide
Nel cinema si parla spesso di intelligenza artificiale, talvolta elogiando il prodigio della tecnologia, altre volte, invece, rimarcandone i limiti e le perniciosità.
Ma raramente si affronta l’argomento dal punto di vista emozionale e dei legami affettivi che si potrebbero creare tra un essere umano e una macchina.
Star Wars (1977) è stato lungimirante nel suo delineare la figura di C-3PO, un droide che assomiglia al robot Maria del film Metropolis e che ci viene presentato come un essere molto compassionevole e sensibile.
George Lucas ha dato vita ad un umanoide che si comporta più come un umano, con tutte le sue debolezze e i suoi sentimenti, piuttosto che come una macchina.
Provare emozioni
Passiamo alla filmografia che rende protagonisti gli umanoidi e li pone sullo stesso livello antropico.
Il film che meglio esprime questo concetto è sicuramente After Yang di Kogonada, perché indaga con profondità di pensiero e raffinatezza sui sentimenti non solo umani e ma anche umanoidi.
In un imminente futuro, gli androidi hanno sembianze umane e vivono insieme agli esseri umani, facendo loro da aiutanti.
Al centro della narrazione troviamo una famiglia composta da un padre, una madre, una bambina e un ragazzo di nome Yang. Quest’ultimo è perfettamente integrato nel nucleo familiare ed essendo stato scelto dai genitori per essere il surrogato di un fratello maggiore per la piccola, è molto legato a lei.
Quando Yang smette di funzionare, la bambina ne subisce fortemente la mancanza così il padre cerca in tutti i modi di ripararlo. Durante questa ricerca, si rende conto che la vita gli sta passando davanti velocemente e si pone nuove domande sull’amore e sulla perdita. Inoltre, avendo accesso ai frammenti di memoria di Yang, ne scopre il passato e soprattutto il legame sentimentale che l’umanoide aveva stretto con una ragazza.
La sensibilità umana delle macchine viene raccontata senza mai scadere in toni melensi e aprendo la riflessione al più ampio tema dell’elaborazione del lutto.
Kogonada invita a riflettere su come la tecnologia stia influenzando la nostra vita e come dovremmo gestire questa relazione in modo sano e costruttivo.
Uno dei temi principali del film riguarda l’idea che le macchine possano essere programmate per imitare il comportamento umano e quindi anche le emozioni, ma cosa succederebbe se anche gli umanoidi provassero dei sentimenti?
Sicuramente ciò avrebbe delle implicazioni etiche e sociali che l’umano, ad oggi, non è in grado di gestire.
Imparare ad amare
Con I’m your man di Maria Schrader, invece, approdiamo in una formidabile commedia che sfrutta il desiderio più recondito dell’uomo: trovare l’amore.

Alma è una ricercatrice che sperimenta, in nome della scienza, l’ultima tecnologia in materia robotica: un partner androide. È costruito secondo i gusti e il carattere della persona che lo richiede, per soddisfare ogni aspetto della relazione, fisico, emotivo e intellettuale.
Anche se scettica Alma fa entrare in casa sua Tom, un umanoide programmato per renderla felice e dotato di un’intelligenza artificiale avanzata che gli permette di imparare dalle interazioni con gli umani.
Qui oltre alle emozioni ci si interroga sulla sua capacità di prendere decisioni autonome da parte della macchina, ormai soggetto pensante che occupa un posto nel mondo.
Ciò che più ci colpisce del film è sicuramente il modo in cui la protagonista si approccia alla macchina: in maniera del tutto naturale, anche se guardinga.
Tom sembra un uomo in carne e ossa, prova tristezza e stupore, è capace di donare amore, e pur sapendo che i suoi sono input tecnologici che rispondono a determinati comandi esterni Alma ne resta piacevolmente attratta. Ovviamente non senza dubbi: si può amare una macchina?
Una commedia intrisa di profondità emotiva che scuote le coscienze del pubblico, portandolo ad immedesimarsi nella possibilità di entrare in contatto con un umanoide e condividere insieme momenti di affettuosità e intimità.
Il lato negativo
Torna da me diretto da Owen Harris è un episodio della serie distopica Black mirror, che ci mostra l’escalation dell’insoddisfazione e il senso di fallimento nel tentativo di superare la morte con la tecnologia.
La protagonista subisce un lutto importante, quello del suo ragazzo, per superare la sofferenza decide di affidarsi ad un servizio che permette di ricostruire virtualmente i defunti, con l’accesso alle informazioni presenti sui social media.
L’algoritmo è molto valido, inizialmente sembra proprio reale, ma appena viene messo alla prova si scopre la sua fallibilità. È privo di quella emozionalità e della carnalità tipiche dell’essere umano.

In questa visione pessimistica della tecnologia, l’uomo sarà sempre superiore a qualsiasi macchina e quest’ultima potrà solo essere di aiuto.
Con Ex machina, diretto da Alex Garland, lo scontro tra uomo e macchina propende in favore della seconda e ci mostra come gli esseri umani, nonostante il timore radicato nei confronti della tecnologia, finiscano per rimanere affascinati dal calcolo meccanico, rapido e sempre accurato.
La narrazione affronta delle tematiche molto attuali: la natura delle emozioni, della coscienza, ma anche della sessualità. La verità e la menzogna sono il fulcro del rapporto tra umani e robot in questo film, perché mettono a confronto le loro menti che tentano di sconfiggersi a vicenda.
Caleb, il protagonista, deve effettuare il test di Turing su un androide di nome Ava, si tratta di un esperimento di interazione tra essere umano e computer, che può dirsi superato se l’uomo non capisce che sta interagendo con una macchina poiché lo scambia per un altro essere umano.
In questo caso, quindi, Ava sorprenderà Caleb perché lo tradirà dopo averlo ammaliato, confermando la tesi secondo cui la macchina, imparando dall’uomo, riesce a superarlo e a intraprendere un proprio percorso.
L’androide riesce a fingere di avere un’emozionalità per dei fini specifici, ma rimane comunque una macchina fredda e distaccata che opera soltanto in funzione di calcoli e obiettivi prestabiliti.

La tecnologia va oltre
Her di Spike Jonze, infine, non ci mostra la materia fisica umanoide ma ci seduce con la sola voce.
In un periodo imprecisato del futuro la tecnologia ha preso il sopravvento nella vita quotidiana, ormai le persone vivono a stretto a contatto con i propri dispositivi tecnologici, dotati di funzioni molto avanzate.
Theodore è un uomo introverso e in un momento di debolezza personale si lascia tentare dalla pubblicità di un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale: ha una voce femminile e si chiama Samantha.
Tra i due si instaura un rapporto intimo e complice, proprio grazie alle sorprendenti capacità di ascolto, apprendimento e confronto di lei, il protagonista si lascia andare a racconti personali sulla sua vita.
Ma ciò che rivela Samantha alla fine del film racchiude il messaggio di Jonze: i sistemi operativi si evolvono velocemente, perciò l’esplorazione della propria esistenza avverrà sempre più lontano dagli umani.
La velocità di elaborazione e di evoluzione delle intelligenze artificiali sta portando le macchine sempre più lontano dalla percezione umana e per questo è sempre più difficile per loro riconoscersi nel rapporto con essi.
La tecnologia è destinata a superare la conoscenza umana del qui e dell’ora, per intraprendere percorsi rivoluzionari che apriranno la strada a nuove realtà.
La ricerca dell’emotività nel mondo umanoide




