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Vorrei prenderti nelle mie braccia

La recente sentenza che ha sancito l’incostituzionalità della proibizione della cosiddetta fecondazione eterologa ha fatto parlare di sé e le polemiche probabilmente non finiranno presto. Troppo delicati i temi in gioco, troppo lunga e travagliata la discussione che aveva portato alla legge 40/2004 (confermata pure da un referendum), perché venga silenziosamente accettata una semplice sentenza, seppur pronunciata dalla corte più alta nel sistema giuridico italiano, che annulla tutto questo. Ancor prima di entrare nel merito, ci si potrebbe chiedere se esista ancora in Italia la separazione dei tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), teorizzata da Montesquieu come uno dei fondamenti dello stato di diritto. Forse uno dei problemi è la diminuzione di autorevolezza e anche di efficienza del parlamento, che quindi viene continuamente scavalcato nei suoi compiti dal governo (tramite l’abuso dello strumento di per sé eccezionale del decreto-legge) e dalla magistratura (con sentenze che anziché applicare la legge paiono sempre più spesso crearla). La differenza non è solo nominale: il parlamento è il luogo in cui tutte le posizioni politiche, culturali, filosofiche, sono in linea di principio democraticamente rappresentate. È vero che alla fine è la maggioranza che vince, ma questo avviene dopo un dibattito in cui tutti hanno diritto di parola e in cui spesso il risultato finale è un punto medio in cui moltissimi, più della mera maggioranza numerica, possono almeno parzialmente accordarsi e riconoscersi.

Questo era avvenuto con la legge 40/2004: tra le due posizioni di chi non ammetteva alcuna sottrazione della generazione umana al suo ambito naturale e di chi non vedeva motivi per opporsi alla realizzazione dei desideri dei singoli, la via media fu questa: sono consentiti gli interventi tecnici purché essi non trattino i concepiti come mero materiale biologico, purché non si traducano in interventi di eugenetica, purché la coppia non ricorra a gameti altrui. L’ultima sentenza della Corte costituzionale ha appunto demolito quest’ultimo «purché», dopo che già i precedenti erano stati cancellati in modo analogo. Il motivo addotto è nella sostanza molto semplice: mettendo questo limite, si escludono dalla procreazione le coppie in cui l’uno o l’altra o entrambi non possono ricorrere a gameti propri; ma in questo modo viene negata l’autodeterminazione delle persone, perché il diritto a formare una famiglia con figli fa parte essenzialmente di questa. Ovvio.

Calma: dove mai sta scritto nella nostra Costituzione che esiste un diritto ad avere figli? Come qualcuno argutamente ha osservato, a questo punto dovrebbe esistere anche un assurdo diritto ad avere marito, o moglie: ma il diritto è semmai a sposarsi con qualcuno o qualcuna che è d’accordo a farlo. Non esiste invece mai il diritto su un’altra persona. Certo, nel caso della generazione c’è un’insuperabile asimmetria: al nascituro non si potrà mai chiedere se egli desideri esistere, come la filosofia dell’esistenza del XX secolo ha ricordato noi siamo tutti scaraventati in questo mondo senza che nessuno ci abbia prima interpellato. In un certo senso, una società umana esiste e si perpetua solo perché suppone che nuovi esseri vogliono esistere, vogliono vivere. Ma ciò non implica che i genitori abbiano diritto al figlio. Quest’ultima è un’espressione infelice e pericolosa, di fronte alla quale qualsiasi umanesimo rabbrividirebbe: l’altro uomo dev’essere sempre considerato come un fine, non come un mezzo per la propria realizzazione.

Ma anche se quest’espressione si potesse correggere, rimarrebbe un problema umano cruciale: nella fecondazione eterologa, molto semplicemente, non è più chiaro chi siano i genitori. La legge da parte sua stabilirà pure delle norme convenzionali, ma non potrà mai cancellare il fatto che un nascituro in questo caso porterà lo sguardo e il sorriso e il colore dei capelli e il carattere e i desideri che assomiglieranno a qualcuno o qualcuna che non sono coloro che lo hanno voluto e messo al mondo. È del tutto indifferente tutto questo? la psicologia non ha nulla da dire? la filosofia? e la casistica dilagante dei figli contesi (malgrado ogni accordo preventivo) tra chi ne è biologicamente all’origine e chi li ha partoriti? e il fatto che così si crea una situazione esattamente simmetrica e difficilmente delimitabile rispetto al commercio umano dell’«utero in affitto»? e l’annosa travagliata discussione sul diritto o non diritto dei bambini adottati a conoscere le proprie origini? E là comunque il caso è molto più facile, perché il bambino adottato sa che i suoi nuovi genitori lo hanno raccolto per allevarlo, mica l’hanno ordinato su eBay.

Sto ascoltando un disco della canadese Lynda Lemay, autrice di canzoni o comiche o commoventi (spiacente, niente vie di mezzo). Tra le commoventi ce n’è una del 1998 che s’intitola Je voudrais te prendre dans mes bras. Parla una ragazza che non ha mai saputo chi fosse sua madre e vorrebbe solo abbracciarla: «Perché sei la mia sorgente e le mie radici, perché sei la mia cicogna e il mio cavolo, perché nella tua pancia c’è il mio paese d’origine. Vorrei prenderti nelle mie braccia, che io sia il tuo più tenero rammarico o il tuo peggior ricordo, che io mi sia fatta regalare o vendere, non ho mai cessato di appartenerti. Vorrei prenderti nelle mie braccia e riconoscermi nei tuoi occhi, vorrei dirti che non ce l’ho con te, anche se ci sono delle sere in cui ce l’ho con te: che tu abbia maledetto le tue viscere o che tu mi abbia fatto dei fratellastri, se ti presenterai all’appuntamento voglio che tu mi stringa, che tu mi stringa nelle tue braccia». Qui parla una persona abbandonata: quali canzoni si scriveranno per i figli dell’eterologa che ancor più non conosceranno mai di chi sono i loro occhi e i cui dubbi potranno avere un retrogusto ancora più amaro di quelli di un figlio adottato?

I giudici della Corte costituzionale non hanno il dovere di ascoltare canzoni o leggere poesie, e comunque le risposte agli interrogativi che ne nascono possono essere lecitamente diverse. Sarebbe però bello che di tutto ciò si parlasse: in Parlamento, ancor prima nella scuole, nelle Università, nei giornali, senza animosità e senza leggerezza. È questo parlare che deve animare la politica e le leggi con le quali tentiamo di mettere ordine nella vita sociale. L’unica alternativa è che il destino più fragile e delicato dell’umanità venga alla fine delegato, con stanchezza e rassegnazione, solo alla capacità di una tecnica che un po’ alla volta permetterà di fare tutto, ma senza che se ne sappia più il perché.

di Giovanni Salmeri
(Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata)

14 giugno 2014

Articoli di risposta:

di Angela Grazia Arcuri
http://www.2duerighe.com/notizie/articolo-di-risposta-di-angela-grazia-arcuri-a-vorrei-prenderti-tra-le-mie-braccia-del-prof-giovanni-salmeri

Vorrei prenderti nelle mie braccia ultima modidfica: 2014-06-14T01:11:13+00:00 da Giovanni Salmeri

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  • angela grazia arcuri

    aga – E’ sempre un po’ difficile… e azzardato confrontarsi con gli scritti di un filosofo come il Prof. Salmeri, che ogni volta portano alla luce risvolti nuovi e appassionanti. E il Prof. si aspetterà che non tutti i lettori provengono dalla sua aula di Tor Vergata!… Anzi, sarà contento di poter aprire la mente anche “extra moenia”.
    E mi riferisco al terzo, illuminante paragrafo sul “DIRITTO” ad avere figli. E’ da leggere fino in fondo per ragionarci un poco…. e capire che una mal interpretata voglia progressista a tutti i costi nasconde conseguenze inevitabili per la vita futura di questi figli in provetta. Inutile nascondere i propri egoismi di coppia dietro ragioni e paraventi ideologici inconsistenti di fronte all’ineluttabilità del desiderio umano di conoscere le proprie radici.
    I versi della canzone del 1998 riportata dal Prof. Salmeri sono quanto di più espressivo a dircelo.

  • Paola Mattavelli

    Ogni volta che leggo un Suo articolo mi sorprendo perché quell’articolo è come se riguardasse anche la mia vita pur non essendone implicata direttamente. Quando leggo mi solleva domande, mi desta un qualcosa che non mi lascia indifferente e mi costringe ad avere una mia personalissima opinione a riguardo e un confronto con ciò che vivo. Di solito rileggo l’articolo più volte e ogni lettura è come se mi desse una inquadratura differente. La mia domanda è questa: come sceglie l’argomento? È una domanda che mi faccio ogni volta perché nemmeno la fecondazione eterologa mi fa dire «non mi riguarda, è questione per altri», io che ho due figli ormai grandi. Grazie

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