Trascrizione integrale della conferenza stampa del ministro degli Affari Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, per la presentazione del Rapporto di Cuba sugli effetti del blocco degli Stati Uniti contro Cuba

Il rapporto che tradizionalmente la Repubblica di Cuba presenta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, su sua richiesta, fornisce informazioni rigorose sui danni economici, commerciali e finanziari causati dal blocco del governo degli Stati Uniti contro Cuba.
In questa occasione desidero porre l’accento sul suo enorme impatto sulle persone, sulle famiglie cubane e, in definitiva, su tutto il nostro popolo, perché il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo in ogni suo ambito. È un atto di punizione collettiva. Lo si vede nei lunghi mesi trascorsi con appena due o tre ore di elettricità al giorno, o anche meno; negli alimenti che vanno a male; nel caldo che non lascia dormire; nei genitori che fanno aria ai propri neonati; nei bambini che svolgono i compiti scolastici nella penombra; nei giovani senza connessione a Internet o senza possibilità di svago; negli anziani senza televisione e, a volte, persino senza radio. Tutta la vita familiare ne risulta danneggiata.
L’Ordine Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti del 29 gennaio ha decretato il blocco dei combustibili, impedendone le forniture persino quando sono già state pagate, attraverso la minaccia di sanzioni; intimidisce e perseguita le compagnie proprietarie delle petroliere, minaccia le compagnie di navigazione e vieta loro di trasportare perfino parti e componenti destinati alle centrali termoelettriche o agli impianti fotovoltaici.
Una petroliera con 100.000 tonnellate di greggio consentirebbe di ridurre drasticamente i blackout per circa due settimane. Se potessimo importare olio combustibile e diesel per i gruppi elettrogeni, per i motori e i generatori della cosiddetta generazione distribuita, i blackout potrebbero essere ridotti al minimo, ma il blocco dei combustibili ne impedisce l’importazione. Abbiamo accelerato la trasformazione del mix energetico puntando sull’energia solare. Ora si minacciano le compagnie di navigazione affinché non trasportino neppure pannelli solari e batterie destinati ai nuovi parchi fotovoltaici, che abbiamo imparato a installare in appena 45 giorni.
La punizione si manifesta anche nelle settimane senza approvvigionamento idrico. Una fonte di approvvigionamento d’acqua funziona grazie a sistemi di motori elettrici che, ovviamente, si fermano durante un blackout. Anche una breve interruzione dell’elettricità li disconnette e sono poi necessarie diverse ore per ripristinare la pressione dell’acqua nelle condutture. Lo stesso accade con gli impianti di pompaggio, le stazioni di rilancio e i sistemi di rilancio della pressione nelle condotte. Questi sistemi sono protetti da gruppi elettrogeni, che però funzionano anch’essi con fuel oil o diesel che non ci viene consentito importare.
Il blocco ci priva di risorse. Non ci consente neppure di importare parti e componenti per questi gruppi elettrogeni. Ciononostante, lavoriamo intensamente per mobilitare i gruppi elettrogeni ancora in grado di funzionare e per garantire energia fotovoltaica ai sistemi di approvvigionamento idrico.
Il blocco energetico colpisce i neonati la cui sopravvivenza dipende dal funzionamento stabile di un’apparecchiatura medica, come per esempio un’incubatrice. E durante un blackout, quando il gruppo elettrogeno dell’ospedale smette di funzionare, i medici devono salvarli ricorrendo a tecniche manuali, ad esempio per sostituire la ventilazione assistita. Lo stesso vale per le persone in attesa di un intervento chirurgico, tra cui anche bambini. E sanno che il gruppo elettrogeno che garantisce il funzionamento della sala operatoria dipende anch’esso da un generatore che può avere problemi o trovarsi senza combustibile, o che dispone appena del combustibile necessario per continuare a funzionare. Si sono verificati episodi drammatici in cui è stato necessario portare a termine interventi chirurgici importanti con l’illuminazione di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei telefoni cellulari del personale medico.
Le persone in attesa di un intervento chirurgico sanno che questo servizio è limitato proprio dalla mancanza di elettricità, dovuta soprattutto alla carenza di combustibile. È stato compiuto un grande sforzo, con risultati incoraggianti, per dotare di sistemi fotovoltaici gli ospedali, i policlinici e altri centri sanitari. Il blocco colpisce chi ha un malato in casa e incontra difficoltà a trasportarlo in ospedale, oppure chi ha un familiare che necessita di emodialisi e conosce le limitazioni, dovute alla mancanza di combustibile, del servizio di ambulanze e di altri servizi analogamente colpiti. Nonostante tutto, sono state acquistate ambulanze, viene garantito per esse un minimo di combustibile e viene assicurato il trasporto dei pazienti che necessitano di emodialisi.
Soffrono i genitori o i familiari che cercano con angoscia un farmaco indispensabile che potrebbe trovarsi in uno degli oltre 7.000 container ai quali le minacce del governo degli Stati Uniti contro le compagnie di navigazione impediscono di arrivare sull’isola, oppure che viene prodotto a Cuba ma le cui materie prime o forniture si trovano in uno di quei container.
I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da 4 ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. Sono bambini, non numeri. Sono morti che non avrebbero dovuto verificarsi e che sono avvenute perché Cuba e il suo solido ed efficace sistema sanitario pubblico sono stati privati di risorse che spettano loro legittimamente.
Parliamo, per esempio, del sistema che deve assistere una donna incinta, curare un bambino malato e prestare assistenza a chi arriva al pronto soccorso. La sanità ha bisogno di risorse; i pazienti hanno bisogno di ricevere tempestivamente le cure che l’assedio energetico e le misure contro le compagnie di navigazione impediscono di far arrivare a Cuba.
La crudeltà della punizione collettiva si manifesta nelle migliaia e migliaia di cubane e cubani che ogni giorno devono affrontare enormi difficoltà per raggiungere il posto di lavoro a causa della mancanza di trasporto pubblico, perché il parco veicoli è praticamente paralizzato per mancanza di combustibile. Bambini, adolescenti e insegnanti devono spesso percorrere a piedi lunghe distanze per raggiungere le scuole, ma abbiamo acquistato e stiamo assemblando motocicli, tricicli e veicoli elettrici. Nonostante tutti questi danni, Cuba è riuscita nell’impresa di avviare l’attuale anno scolastico per i propri bambini con maggiori garanzie e migliori condizioni, in termini di universalità, equità e qualità, rispetto a quelle assicurate da Paesi latinoamericani o dagli stessi Stati Uniti nelle comunità a basso reddito.
Anche nelle condizioni estreme che la nostra economia sta affrontando, viene garantito ogni anno il finanziamento indispensabile per l’istruzione speciale dei bambini e dei giovani con disabilità uditive, psicomotorie o intellettive. Per una famiglia, quel finanziamento significa opportunità affinché il proprio figlio possa imparare, comunicare e partecipare. Il suo futuro vale più di una cifra in un bilancio statistico.
La riduzione dei redditi reali e l’aumento del costo della vita per le famiglie cubane, conseguenza dell’inasprimento ancora più estremo del blocco con l’Ordine Esecutivo del 1º maggio, provocano enormi sofferenze e angosce. Il blocco dei combustibili e le minacce contro le compagnie di navigazione provocano blackout, impediscono l’approvvigionamento idrico e colpiscono tutti i servizi alla popolazione. L’ostilità e l’aggressione investono ogni ambito della vita.
Non si tratta di “danni collaterali”, espressione anch’essa inaccettabile, della guerra criminale degli Stati Uniti contro Cuba. Sono le vittime di un disegno aggressivo, di un piano freddamente calcolato. Questo è l’obiettivo delle misure che vengono applicate. È una punizione collettiva contro i cubani per perseguire obiettivi politici. Il blocco punisce. Noi vogliamo vivere in pace. Punisce tutte le famiglie. Vogliamo che ci lascino in pace.
Il Presidente Donald Trump, l’8 gennaio 2026, rispondendo a una domanda sulla politica del suo governo nei confronti di Cuba, dichiarò, e cito: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto». Il Segretario di Stato, che mentiva sistematicamente sostenendo che il blocco dei combustibili non esistesse, il 7 agosto dichiarò, e cito: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all’assedio, noi semplicemente lo blocchiamo». È lo stesso sentimento spietato e lo stesso spirito distruttivo che stanno dietro al genocidio perpetrato a Gaza. A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch’esso.
Ormai il governo degli Stati Uniti non riesce più a confondere né a disorientare. All’interno di quel Paese cresce la consapevolezza dell’abuso e aumentano le voci che ne chiedono l’immediata cessazione.
Il 27 e 28 ottobre prossimi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a esaminare il punto all’ordine del giorno intitolato «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Nonostante le straordinarie pressioni e intimidazioni esercitate dal governo degli Stati Uniti, dal suo Dipartimento di Stato, dalle sue ambasciate e missioni diplomatiche sugli Stati membri, il nostro popolo confida nel sostegno schiacciante della comunità internazionale alla richiesta di porre fine al blocco nella votazione che si terrà mercoledì 28 ottobre, intorno a mezzogiorno.
Il rapporto che presentiamo oggi, e che avete a disposizione nella sua versione integrale, comprende i danni causati dalla guerra economica contro Cuba tra marzo 2025 e febbraio 2026. Raccoglie esempi eloquenti, testimonianze strazianti e dati inconfutabili sui suoi effetti sulla nostra economia, sui diritti umani e sulla vita quotidiana delle persone.
Dietro ogni cifra c’è un volto umano; dietro ogni misura del blocco c’è una tragedia o un dramma familiare. I danni causati dal blocco tra il 1º marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 sono stimati in 8 miliardi e 83 milioni di dollari. È una cifra record, superiore al record dello scorso anno. In questo periodo, i danni causati dal blocco sono aumentati del 7% rispetto al livello record registrato un anno fa. I danni accumulati in questi decenni di applicazione del blocco ammontano a 178,700 milioni di dollari a prezzi correnti. È un altro record, superiore del 4,7% rispetto a quanto precedentemente comunicato.
Il rapporto stima che, in assenza del blocco, nel 2025 il PIL di Cuba a prezzi correnti sarebbe cresciuto in misura significativa. Questa stima riflette le opportunità perdute di rilancio del settore produttivo, delle nostre capacità di esportazione, di ripresa della nostra economia e delle possibilità di sviluppo sociale, proprio per effetto diretto della punizione collettiva. Essa provoca inoltre una riduzione della capacità del nostro governo di continuare a sviluppare e perfezionare le politiche sociali che fanno parte del nostro modello economico e sociale.
Il rapporto illustra, con dati e ampie spiegazioni, l’impatto esteso, complessivo, trasversale e profondo del blocco energetico in tutti gli ambiti della vita nazionale. Questa è una realtà che nessuno, se minimamente informato o semplicemente onesto, può affermare di ignorare. Bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe in qualsiasi altro Paese che avesse dovuto affrontare per oltre otto mesi un assedio energetico assoluto, equivalente a un blocco navale, che secondo il diritto internazionale costituisce un atto di guerra.
Quale Paese, in simili condizioni, sarebbe in grado di mantenere la pace, il consenso sociale, la stabilità, la partecipazione dei cittadini alla soluzione delle difficoltà e la sicurezza pubblica?
Di fronte a questa crudele sfida, Cuba lavora instancabilmente. Non si lascerà mai sconfiggere. Oggi affronta con enormi sforzi le necessità più urgenti della popolazione. Mantiene e intende migliorare le politiche sociali come massima priorità, senza lasciare nessuno privo di protezione.
Procederemo rapidamente e con determinazione nell’applicazione dei cambiamenti economici e sociali recentemente approvati dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che auspichiamo producano primi risultati nel breve periodo e consentano di migliorare le condizioni di benessere della nostra popolazione.
È necessario ricordare il disegno originale della politica dei governi degli Stati Uniti contro Cuba, contenuto in quell’infame memorandum interno del 1960 del Sottosegretario di Stato Lester Mallory, che afferma, e cito: «Impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, privarla di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». L’attuale politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba configura e integra gli estremi di un atto di genocidio secondo le convenzioni internazionali; riproduce quegli obiettivi e mira a provocare una catastrofe come quella dell’olocausto subito dal popolo cubano nell’ultimo decennio del XIX secolo.
Sotto la riconcentrazione imposta dal Capitano Generale Valeriano Weyler, Weyler e Lester Mallory sembrano reincarnarsi in alcuni politici statunitensi e in alcuni funzionari del Dipartimento di Stato.
Ogni giorno vengono rilasciate dichiarazioni terribili, non soltanto da funzionari governativi, ma anche da parlamentari ferocemente anticubani, da esponenti neofascisti ed estremamente conservatori della politica statunitense, dagli eredi degli aguzzini e dei ladri che si arricchirono durante la dittatura di Fulgencio Batista, da coloro che ritengono che la soluzione per Cuba sia la tutela degli Stati Uniti o da quanti pretendono di consegnare Cuba alle peggiori forze di Miami, che hanno sempre vissuto dell’industria anticubana.
Sono i politici che invocano la violenza, che proteggono azioni terroristiche, che istigano alla destabilizzazione di Cuba e che sollecitano continuamente il Presidente degli Stati Uniti a compiere un’aggressione militare diretta contro il nostro popolo.
Chiudere tutte le vie d’uscita economiche di un Paese significa soffocare un’intera popolazione e tentare, attraverso questo obiettivo, di provocare una crisi umanitaria mediante la punizione collettiva.
Non ci sarà una crisi umanitaria a Cuba perché il nostro popolo è profondamente solidale, comprende e possiede un’elevata consapevolezza delle cause dei problemi e delle sofferenze che affrontiamo, si mobilita collettivamente in stretta unità ed è protagonista dei cambiamenti che stiamo introducendo per rispondere ai problemi del passato e alla durissima congiuntura attuale, attraverso un aggiornamento e cambiamenti del nostro modello economico, sempre anche sociale, orientato alla giustizia sociale, all’uguaglianza delle opportunità e alla dignità delle cubane e dei cubani.
Non si tratta di un attacco contro un governo con il quale il vicino del Nord ha divergenze politiche; non è in alcun modo un atto di legittima difesa della principale potenza militare, nucleare, tecnologica ed economica del pianeta; non tutela alcun interesse nazionale né dei cittadini né degli imprenditori statunitensi; non rappresenta né risponde alla volontà, ai sentimenti o agli interessi dei contribuenti e degli elettori di quel Paese.
Non risponde neppure, in alcun modo, ai sentimenti e agli interessi dell’immensa maggioranza dei cubani residenti all’estero, in particolare di quelli che vivono negli Stati Uniti, né dei loro discendenti, che desiderano il meglio per le loro famiglie, per la loro nazione, per la loro patria.
Con queste politiche genocidarie, il governo degli Stati Uniti non reagisce ad alcuna minaccia insolita e straordinaria; eppure entrambi gli Ordini Esecutivi del 29 gennaio e del 1º maggio si fondano su questa incredibile calunnia. Non reagisce in alcun modo ad alcuna minaccia reale.
Cuba non è una minaccia, il blocco sì. Cuba non è in alcun modo una minaccia. Siamo un Paese di pace, vogliamo e meritiamo la pace.
In sintonia con la posizione largamente maggioritaria della comunità internazionale, lo ribadisco ora e lo ribadiremo alle Nazioni Unite: ponete fine una volta per tutte al blocco.
Lasciateci vivere in pace.





