Articolo di risposta di Angela Grazia Arcuri a “Vorrei prenderti tra le mie braccia” del Prof. Giovanni Salmeri

Questa  mia vuole essere una breve appendice  a quanto espresso con  accenti di  grande  umanità  dal Prof. Salmeri, lungi dal  sistematico approfondimento  di un tema  assai controverso  e delicato come quello della fecondazione  assistita, cui non mi sono mai dedicata a fondo, occorre confessarlo,  se  non  per  mero interesse verso una problematica sociale che affligge  tante coppie.

Feci un breve  commento in calce all’articolo, ma mi accorgo di una mia certa confusione  sull’argomento  laddove parlo  di “figli in provetta” con un  preciso tono  negativo.  Ebbene,  credo che il ricorso  alla “fecondazione  assistita”  offerta  da tempo  dal  progresso scientifico  alle coppie  che presentino  difficoltà  alla naturale inseminazione,  sia del tutto legittimo e privo di  ripercussioni di carattere etico, ma, secondo il mio avviso,  solo  laddove ci si serva dei propri  “gameti” e non di quelli  altrui.  Infatti,  si tratta di fecondazione omologa  quando il seme e l’ovulo utilizzati appartengono alla coppia  di genitori del nascituro, il quale presenterà lo stesso patrimonio genetico.  La fecondazione eterologa  si attua invece quando il seme oppure l’ovulo provengono da soggetti estranei alla coppia.

Mi chiedo come il forte desiderio di maternità ( a tutti i costi) possa  azzerare ogni valutazione nei riguardi  di  colui che si mette al mondo e che un giorno sarà “persona”.  La fortuna  personale  di aver potuto attendere… all’esercizio della procreazione in modo naturale forse  mi sottrae alla comprensione verso le coppie meno fortunate.  Ma non si tratta in realtà di incomprensione, quanto di un discorso di ordine etico che va al di là  di quella  “pietas” spesso pelosa e che, su questo  specifico tema sociale,  si nutre di garantismi  progressisti che perdono di vista  cosa significhi il vero progresso umano.  L’Italia non è  progredita come gli altri Paesi europei in fatto di fecondazione assistita? Ma siamo sicuri che gli altri Paesi  lo siano  davvero? Ci sciacquiamo la bocca solo a decantare le virtù degli altri.   Dove sta scritto che  progresso significa  robotizzazione dell’uomo?  E un figlio non è una macchina, né un computer o un tabloid di ultima generazione, nè  qualsiasi prodotto commerciale.

Mi sento  perciò di poter dire un  “no”  deciso alla disumanizzazione dell’atto creativo quand’esso  si fa sottoporre  alla mercificazione  degli organi  femminili di riproduzione.  Voler mettere al mondo un figlio è un atto di responsabilità morale verso il nascituro che non legittima in alcun modo  la  volontà di una coppia  a farne una   “merce di scambio” tramite “uteri in compravendita”.  Un figlio non si compra né si vende.  I “figli so’ figli”, per dirla con Filumena Marturano.

La donazione degli embrioni  al fine di combattere malattie mortali e quant’altro utile alla ricerca scientifica appare cosa buona alla quale non porre  limitazioni troppo  vincolanti.  Le recenti sentenze della Corte Costituzionale in merito alla vexata quaestio, da cui ha presso le mosse  il Prof. Salmeri per il suo articolo, aprono le porte a nuovi orizzonti.

Vorrei  invece  soffermarmi  sull’adozione, una soluzione  che sembrerebbe più facile  per le coppie sfortunate, laddove  presso gli orfanotrofi  intristiscono tanti figli di nessuno. Quand’anche,  le  leggi italiane e internazionali  al riguardo  sottopongono gli aspiranti genitori a lunghi  e sfiancanti iter di accoglimento delle domande.  Ma  anche  qui  si assiste alla vergognosa vendita di bambini  da parte di gente senza scrupoli,  al pari  del commercio clandestino dei  poveri  cagnolini  venduti a Porta Portese, provenienti dai Paesi dell’est e carichi di malattie.

Ma  anche l’adozione può avere risvolti infelici sia per l’adottante che per l’adottato.  Dagli esempi all’ordine del giorno  avviene che l’adottato, pur nutrendo sempre grande amore verso i genitori adottivi che  l’hanno cresciuto,  in cuor suo andrà  comunque  alla ricerca dei  genitori naturali. E in special  modo  della “madre”, quella  che l’ha tenuto in grembo  dandogli  il soffio della vita. Avviene anche che l’adottato, giunto all’età della ragione,  dichiari  apertamente  un preciso rifiuto verso quei genitori che l’hanno abbandonato.   Sembrerebbe il raggiungimento di  una  soddisfacente situazione psicologica che salva capra e cavoli. Ma non è così.  Anche quel “rifiuto”,  all’apparenza  dettato  da una razionale  determinazione,  resterà  l’inconsapevole  “rimozione “ che andrà a stratificarsi nell’inconscio, creando  il dramma  sottile  di un uomo o di una donna alla ricerca di se stessi.

Ed allora  cosa s’intende per  quel “diritto” ad avere figli,  come  osserva  il Prof. Salmeri nel terzo paragrafo del suo articolo?  Nessuno ha diritto su nessun’altra persona,  il diritto dell’uno finisce là dove inizia il diritto dell’altro.  Ed è in nome di un mal interpretato diritto che si compiono le azioni più aberranti, in  pace e in guerra.

Angela Grazia Arcuri   

Roma, 17 giugno 2014.

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