Piccoli atei crescono

Piccoli atei crescono

Un’inchiesta pubblicata recentemente ha fotografato la situazione della pratica e della fede religiosa in Italia. I risultati a prima vista non sono sorprendenti: la fede è in lento regresso (come più o meno in tutta l’Europa), a volte essa assume caratteri sempre più personali (dunque con poca adesione effettiva alle tradizionali istituzioni), esiste una fascia abbastanza consistente di chi si dichiara «cattolico» pur non credendo (dunque nel senso di un’adesione a valori umani), la non credenza esplicita cresce tra i giovani con un elevato livello di istruzione.

Proprio quest’ultimo elemento merita però qualche considerazione in più. Anch’esso a prima vista è tra i dati che non sorprendono. Quando tuttavia si cerca di dare una spiegazione, ci si accorge che le risposte di un tempo non sono più convincenti, o almeno non più sufficienti. Non è convincente osservare che l’ateismo richiede una visione del mondo alternativa a quella religiosa: questo è vero, ma oggi un’immagine del mondo meccanicista e naturalista (un mondo che «non ha bisogno dell’ipotesi Dio») è così pervasiva da non richiedere certo un elevato livello di istruzione per essere conosciuta e condivisa. Non è convincente ricordare che «la religione è il sospiro della creatura oppressa» e che dunque, in questa epoca di discredito delle utopie secolari, le persone più colte e meno oppresse non hanno bisogno di sospiri religiosi: il posto principale delle utopie è stato semmai preso dal disincanto, non certo da un ritorno della fede religiosa (la quale da parte sua ha fortemente ridimensionato, almeno nel sentire comune, le promesse di un aldilà). Non è convincente neppure notare che laddove c’è un elevato livello di istruzione i figli sono moralmente più autonomi rispetto alla loro famiglia: ciò è sicuramente vero, ma è un effetto che oggi impallidisce di fronte a quel tipo di autonomizzazione che è operata dai mezzi di comunicazione sociale: e infatti la medesima inchiesta nota che la correlazione tra la scelta religiosa dei genitori e quella dei figli diminuisce dappertutto. Esiste meno trasmissione religiosa, insomma, perché esiste meno trasmissione in generale. Sembra quindi che alle risposte tradizionali bisogna aggiungerne qualcuna nuova.

Proviamoci. La non credenza esplicita tra i giovani con un elevato livello di istruzione cresce forse anche perché le religioni (quale più quale meno) hanno oggi una forte tendenza a separarsi dalla cultura, a limitarsi cioè ad un nucleo morale, o pratico, o identitario, alleggerito dal peso di interpretazioni e mediazioni intellettuali. È il fenomeno che qualche anno fa il politologo Olivier Roy definì con una felice espressione la «santa ignoranza». Certo: non è affatto impossibile che una fede intenzionalmente «ignorante» sia professata anche da un intellettuale, che sia per esempio cristiano avendo presente che secondo le parole di Gesù a Dio è piaciuto «nascondere queste cose ai sapienti e agli intelligenti e rivelarle ai piccoli», o che, come recita un adagio spesso ripetuto nella storia del cristianesimo, la fede perde merito se ad essa si aggiunge la prova. Però è anche vero che una fede staccata da ogni cultura perde mediamente di attrattiva per chi sulla cultura ha scommesso, per chi magari crede (contrariamente ad una certa indecente vulgata) che essa sia non solo il lasciapassare per il mondo del lavoro, ma un mezzo di realizzazione umana. In altre epoche l’ambito religioso quasi coincideva con quello culturale: la teologia era oggetto della facoltà universitaria più prestigiosa, la «vita contemplativa» religiosa si innestava direttamente su quella tradizione di «vita contemplativa» intellettuale che era stata teorizzata nella filosofia greca, la fede era interpretata anzitutto come una modalità di sapere (e l’adagio prima ricordato veniva archiviato senza troppi complimenti). Adesso non solo non è così, ma è quasi il contrario: il sapere, insomma, è molto spesso nelle religioni ritenuto (o comunque trattato come) un gravame per la fede, perfino quando riguarda elementi in teoria essenziali. Per fare solo un esempio: quanti oggi nel mondo cristiano sarebbero disposti a ritenere, come per secoli si è fatto, che la dottrina della Trinità è più decisiva per la propria fede che, poniamo, preoccuparsi dei poveri? in fondo non era già Kant che affermava che il vero nucleo della religione è solo il suo aspetto morale?

Preoccuparsi dei poveri: ottima e necessaria cosa, certo, così come amare il prossimo come sé stessi. Salvo che anche l’amore a volte esige studio e intelligenza per essere efficace, e di fronte alle enormi e complicatissime sfide di questo mondo probabilmente una religione che disdegni la cultura non ha più molto da dire. Pure di fronte al problema della povertà nel mondo non basta declamare che «bisogna preoccuparsi dei poveri», tanto meno bastano pochi slogan di fronte ai sottili problemi di umanità che il nostro mondo ci propone ogni giorno. Ma c’è anche un motivo più importante: le religioni limitate ad un nucleo morale o pratico sono anche quelle che più facilmente si trasformano in fabbriche di violenza e di intolleranza. Ciò difficilmente potrà avvenire quando si decide di abbandonare ogni sapere per puntare sull’amore del prossimo, beninteso. Ma in altri casi può avvenire, non tutte le religioni storiche hanno come comandamento principale l’amore, che piaccia ammetterlo o meno, e perfino l’amore ha le sue ambiguità. Poco tempo fa, per esempio, un giovane studioso musulmano additava proprio nella «sacra ignoranza» (proprio così la chiamava) la cappa mortale che l’islam dovrebbe scrollarsi di dosso. In ogni caso, poi, abbandonare il sapere significa perdere uno degli strumenti principali di mediazione, di confronto, di intesa: ogni parola pronunciata, che ce ne accorgiamo o no, è cultura. Se la religione, o almeno il sentimento religioso, ha oggi una carta da giocare, probabilmente è anche sotto la forma di una nuova santa cultura.

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