Dal piano industriale al Cingolani-gate: cosa cambia per Leonardo
Mentre Leonardo ridisegnava la propria traiettoria industriale fino al 2030, e il mercato, almeno in un primo momento, premiava la svolta, il Governo ha ridisegnato la stessa Leonardo con un cambio al vertice che tanto ha fatto discutere nell’ultima settimana. Ma cosa stava succedendo prima del Cingolani gate?
Attraverso il piano strategico messo a terra negli ultimi anni, Leonardo puntava (o forse punta ancora) a trasformare il gruppo da grande player tradizionale della difesa a campione europeo della sicurezza integrata, con un baricentro sempre più orientato al futuro, grazie a elementi chiave come cybersecurity, intelligenza artificiale, supercalcolo e spazio. Si tratterebbe di una trasformazione che va oltre i sistemi d’arma classici e che ri-posizionerebbe il gruppo come uno dei pilastri tecnologici della sicurezza continentale.
Secondo l’aggiornamento del piano industriale 2026-2030, Leonardo prevede di arrivare entro fine decennio a 32 miliardi di euro di ordini e 30 miliardi di ricavi, con una forte crescita della redditività. In questa visione però si inserisce anche il progetto simbolo del nuovo corso, tanto discusso nelle scorse ore: Michelangelo Dome.
Si tratta di una sorta di scudo multilivello europeo, ispirato nel concetto all’Iron Dome israeliano ma molto più ampio nelle ambizioni, infatti non consisterebbe in un singolo sistema antimissile, bensì in una piattaforma integrata capace di collegare sensori, droni, radar, satelliti, difesa aerea e sistemi cyber in un’unica architettura.
L’obiettivo è quello di creare una rete in grado di individuare, tracciare e neutralizzare minacce sia convenzionali, come gli attacchi balistici, che ibride, come gli sciami di droni, arrivando anche a stimare che il progetto possa generare 21 miliardi di euro di opportunità di business nel prossimo decennio.
Quindi, almeno dal punto di vista industriale, il Dome rappresenterebbe la sintesi perfetta della nuova identità di Leonardo: meno acciaio e proiettili, più software, interoperabilità e intelligenza artificiale. Ma è proprio qui che il dossier industriale diventa immediatamente politico.
La sostituzione di Roberto Cingolani con Lorenzo Mariani ha sorpreso osservatori e investitori, soprattutto alla luce dei risultati raggiunti sotto la gestione uscente, che avevano registrato una forte valorizzazione in Borsa del titolo. Le interpretazioni che circolano riguardo questa mossa sono due.
La prima è di natura strettamente politica, secondo la quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe voluto un management percepito come più allineato all’impostazione del governo, in una fase in cui le nomine delle grandi partecipate statali hanno un peso strategico sempre crescente. La seconda chiave di lettura, più maligna, riguarda invece proprio Michelangelo Dome, e un suo presunto
attrito inizialmente ipotizzato con gli Stati Uniti, poi, secondo quanto emerge da indiscrezioni, ripensato in chiave europea. Questa ipotesi teorizza la presentazione del Dome come possibile risposta italiana alla difesa continentale, che avrebbe quindi sollevato più di una perplessità da parte di Francia e Germania, già impegnate in propri programmi di difesa integrata e in sistemi congiunti con grandi gruppi come Airbus e Thales.
Dunque il cambio al vertice di Leonardo sottende chiaramente una partita molto più ampia, in un’epoca in cui la difesa e l’Europa si trovano a fare i conti con cybersecurity, spazio ed AI.




