Sgombro Santa Maria della Pietà. La legalità è un valore o un metodo?

Sgombro Santa Maria della Pietà. La legalità è un valore o un metodo?

La mattinata del 25 febbraio è stata per molti una giornata normale, ma non per tutti. Alle 7 e 15 circa di quella mattinata uno schieramento di polizia è entrato all’interno del complesso di Santa Maria della Pietà per sgomberare il padiglione numero 31, dal gennaio 2005 sede dell’associazione Ex Lavanderia a seguito di un’occupazione del padiglione stesso 3 mesi prima. Quanto successo al padiglione 31 rientra in un piano più grande, vale a dire il programma interventi sgomberi varato il 18 luglio 2019 e con il quale si intende, citando il documento ufficiale della Prefettura stessa, ripristinare una condizione di legalità nel tessuto urbano compromessa fortemente anche dalla presenza delle occupazioni arbitrarie. Ma che conseguenza porta questo ripristino della legalità? Chi scrive conosceva quella realtà e per questo motivo ha deciso la mattina stessa di recarsi sul posto per provare a capirne qualcosa di più. La prima impressione è stata un cambio di pressione, quando all’entrata del parco pubblico interno al complesso un membro delle forze dell’ordine mi ha chiesto con sospetto perché volessi entrare, lasciandomi intendere che mi sarebbe stato interdetto l’ingresso senza un valido motivo. Una volta dentro mi sono recato davanti al padiglione 31 per assistere all’assemblea permanente, organizzata proprio dall’Ex Lavanderia e durante la quale sono intervenuti membri di altre associazioni oltre che esponenti politici e privati cittadini. Fra i tanti interventi che si sono succeduti, la mia attenzione è stata colpita in particolar modo dagli interventi di due membri dell’associazione Nonna Roma, nata il 31 maggio 2017 come banco del mutuo soccorso che attraverso la distribuzione alimentare e di prodotti di prima necessità aiuta concretamente tantissime famiglie in condizione di povertà, per citare il sito ufficiale e che collaborava proprio con l’Ex Lavanderia.

Le città invisibili

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Con le ultime parole del capolavoro calviniano ha chiuso, visibilmente emozionata, il suo intervento Chiara Cavallaro, volontaria di Nonna Roma e membra del collettivo dell’Ex Lavanderia, che ha deciso di concedermi una breve intervista. Nel corso di questa breve chiacchierata Chiara mi ha precisato come il padiglione 31 non sia un semplice centro sociale, quanto piuttosto un baluardo contro l’ospedalizzazione di tutto il comprensorio in piena continuità con i principi della Legge Basaglia. Questa continuità mi è stata poi ribadita da Eugenio Biondi, altro volontario di Nonna Roma e che mi ha raccontato la sua storia dopo un intervento piuttosto accorato, nel quale sosteneva l’assurdità dell’azione dello Stato, il quale, invece di ringraziare queste associazioni per il loro fondamentale ruolo di tutela delle persone in difficoltà al posto dello Stato stesso, risponde con gli sgomberi in nome della legalità. La continuità fra la Legge Basaglia e le attività del padiglione 31 è proprio sintetizzata da Eugenio, in precedenza operatore socioassistenziale proprio al Santa Maria della Pietà e oggi volontario. Nel corso della sua esperienza lavorativa al S. Maria Della Pietà ha ascoltato racconti sulle condizioni dei pazienti prima della Legge Basaglia e mi ha sottolineato le conseguenze pratiche di quella fondamentale legge, grazie alla quale i pazienti smettevano di essere malati da isolare, ma tornavano ad essere uomini e cittadini con il pieno diritto di trovare il loro posto nel mondo. La presenza del padiglione 31 ha permesso di portare avanti quel meraviglioso principio di Basaglia per il quale Aprire l’Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a “questo” malato. Come scritto da Umberto Galimberti nel progetto di Basaglia La chiusura dei manicomi era solo un primo passo, in un campo limitato, quello del disagio mentale, per chiedere alla società di non avere più paura della diversità che ospita, e che, in questa o in altre forme, sempre più dovrà ospitare.  L’attività di Nonna Roma si inserisce in questo filone estendendo il concetto di Basaglia proprio nell’ottica di permettere alle persone di uscire da una condizione di disagio e marginalità economica e sociale, peccato che tutto questo sia in contrasto con la legalità. Ma a che porta questa legalità se entra in contrasto con chi, come l’associazione Ex Lavanderia o Nonna Roma, tenta di rimettere nel mondo gli esclusi?

La legalità crea miseria e povertà

Ci sono persone e libri di cui si parla sempre troppo poco. In questo senso non si può non ricordare Luca Rastello, giornalista e scrittore purtroppo scomparso il 6 luglio 2015, il quale Il 13 maggio 2014 ha presentato a Lecco il suo romanzo “I buoni”. Nel corso di questa presentazione, che si può fortunatamente trovare su Youtube Luca Rastello affermava che la società è un insieme di persone diverse con interessi diversi che si siedono a un tavolo e stipulano un patto per poter vivere insieme e la legalità è soltanto un metodo per far rispettare questo patto e non un valore. Un valore, infatti, è per sua definizione assoluto e sempre valido, mentre la legalità è figlia della contingenza. Secondo Rastello e anche secondo chi scrive, se la legalità diventa un valore Eichman ha ragione e Giovanni Pesce è un terrorista e tornando al presente, risulta quindi una naturale conseguenza quella di sgomberare immobili come il padiglione 31, al netto del bene sociale che producono, soltanto in nome di questo valore assoluto. In questo modo però, come si poteva leggere anche in uno degli striscioni presente al corteo organizzato sabato contro lo sgombero, la legalità crea miseria e povertà. L’opinione personalissima di chi scrive è combattuta fra due tragiche idee nella valutazione di questi sgomberi. Da un lato la sensazione è che sia avvenuto un genocidio culturale così grande da consentire questa eterogenesi dei fini nell’affermazione della legalità come valore assoluto, mentre dall’altro un brivido di agitazione mentale ed emotiva turba ancor più profondamente la coscienza. E se in realtà chi ha ordinato questi sgomberi fosse perfettamente consapevole che la legalità sia solo un metodo da attuare per dei valori più grandi? E se così fosse quali sarebbero questi valori più grandi? Questi sgomberi sono assolutamente coerenti con lo spirito dei tempi e con l’attività legislativa bipartisan che negli ultimi anni ha virato verso una deriva securitaria in grado di concepire leggi come il reato di clandestinità e il daspo urbano, soltanto per citarne alcuni, nell’ottica di un contesto economico in cui un cittadino è valorizzato soltanto in base a quanto è in grado di produrre e consumare. E se così fosse, si potrebbe dire che questa legalità è soltanto il metodo per applicare un valore più grande, che si traduce nella criminalizzazione e nell’ulteriore marginalizzazione del disagio sociale?

P.S. Eugenio Biondi a forza di girare per Roma con il suo furgoncino per la distribuzione alimentare ha bruciato la sua frizione. Su Facebook è partita una raccolta fondi, AIUTIAMOLO!

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