The Light House, quando accendi una luce alla Fondation Boghossian

The Light House, quando accendi una luce alla Fondation Boghossian
Vista dalla piscina della Villa Empain con installazione di Kimsooja, To Breathe (credit: Serena Pacchiani)

Si chiude con successo la mostra alla Fondation Boghossian di Bruxelles che riflette sulla luce e sul colore

Non sappiamo e non ricordiamo cosa c’è stato prima e non ci è dato sapere cosa saremo dopo; ma da quando nasciamo a quando moriamo siamo corpi avvolti di luce e, di conseguenza, dal colore che da essa si sviluppa e si propaga. Da quella atmosferica e astronomica del sole, della luna e delle stelle, a quella degli specchi, del prisma, del neon e del LED, la storia della luce ha una storia lunga quasi quattordici milioni di anni, in corrispondenza con lo sprigionamento violento scaturito dal Big Bang. Da quel momento in poi, e soprattutto con l’apparire dell’uomo sulla Terra, ricerche e studi si sono susseguiti nel tentativo di fornire spiegazioni scientifiche, religiose e neurologiche ai fenomeni legati alle fonti luminose: dalla prima rappresentazione della legge di rifrazione della luce, che risale ad un matematico persiano del decimo secolo, all’invenzione delle lenti di vetro (il prototipo dei nostri occhiali) nel tredicesimo secolo; dalla dissezione cromatica del prisma di Isaac Newton all’analisi dei fenomeni di interferenza luminosa di Thomas Young fino al recentissimo acceleratore di particelle. 

La fenomenologia psicologica della luce nell’arte

Ma di particolare importanza sono le osservazioni “a margine” sugli effetti della luce e dei colori nell’arte e nella pratica artistica, nelle loro componenti più spiccatamente scientifiche, ma soprattutto psicologiche ed “emotive”. Se per Aristotele il colore materiale e immateriale era la risultanza della “carica dell’anima”, Goethe riconduceva la percezione del colore a un fenomeno psicologico con una forte componente affettiva, aprendo la pista alle prospettive di Klee e Kandinsky. Le ricerche degli impressionisti, puntinisti e divisionisti avevano poi posto l’accento sulla persistenza retinica del colore, mentre già agli inizi del Novecento imperversavano le prime osservazioni sulla cromoterapia e la sedimentazione del colore nella psiche umana. Con tali fondamentali premesse, nella linea del tempo che lega la storia della luce e del colore all’attività umana e artistica, l’affascinante Villa Empain a Bruxelles, sede della Fondation Boghossian, diventa lo scenario ideale per ospitare la mostra The Light House, che invita lo spettatore a un’esperienza “contemporanea” della luce attraverso installazioni create ad hoc da artisti provenienti da tutto il mondo. Secondo un’interpretazione assolutamente personale e influenzata dalle rispettive culture d’origine, gli artisti invitati a modificare lo spettro luminoso della casa-museo offrono una lettura profondamente diversificata ma complementare della luce. 

Mounir Fatmi, In the absence of evidence to the contrary (credit: Serena Pacchiani)

Il cammino nella luce: verso il superamento dell’oscurantismo

Il legame diretto con la religione monoteista, che associa Dio alla pura radiazione luminosa, è esplorato da artisti come Mounir Fatmi e i suoi tubi di neon che riproducono le sura del Corano. Sulla scia delle esperienze degli anni Sessanta, inaugurate da Dan Flavin, la sperimentazione sul neon è portata avanti da personalità del calibro di Joseph Kosuth, Martial Raysse e Ivàn Navarro, che intervengono plasticamente negli spazi art déco della Villa Empain invitando a un nuovo approccio con la realtà modificata e la conquista dello spazio fisico e psichico. L’effetto ottico di infinitezza di Navarro, una sorta di trompe-l’oeil fatto di neon, rimanda al concetto della fragilità metafisica dell’artista. L’evoluzione più recente del neon nel campo dell’arte è ottenuta attraverso il LED e l’installazione di Erwin Redl ne è un esempio tangibile: attraverso un sistema di controllo virtuale, l’architettura si presta ad una reinterpretazione sensoriale attraverso una totale immersione in un ambiente luminoso. La “classica” manipolazione della luce attraverso il prisma è magistralmente portata avanti dall’artista sudcoreano Kimsooja che, attraverso gli effetti di distorsione e rifrazione, modifica drasticamente la percezione visiva della meravigliosa vetrata bruxellese che affaccia sulla piscina della villa. Non può esistere luce senza il suo contrario: ed è anche sull’ombra che alcuni degli artisti presenti in mostra si sono attardati nelle loro ricerche, evidenziando la dualità intrinseca e ancestrale tra buio e luce.

Erwin Redl, Fade Villa Empain (credit: Serena Pacchiani)

L’artista libanese Mona Hatoum gioca con le ombre attraverso lanterne rotanti, che tuttavia creano un effetto di completa destabilizzazione nello spettatore: le figure che appaiono proiettate sul muro, non sono altro che silhouettes di soldati armati, e le stelle che li circondano bombe in piena deflagrazione. L’artista ungherese El-Hassan fa emergere dalle ombre più profonde frutta e ortaggi nei quali ha introdotto una fonte luminosa, elemento essenziale che rimanda all’energia intrinseca e alla necessità del nutrimento per l’essere umano. Il percorso verso l’illuminazione è costellato, nella mostra, di altri esempi che si inseriscono con particolare efficacia e mimetismo negli spazi architettonici della Fondation Boghossian, che si trasforma, benché temporaneamente, in un’installazione site-specific universale, verso l’essenza stessa che ci separa dalle tenebre dell’oscurantismo.      

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