Our City, il documentario sulle identità di Bruxelles

Our City, il documentario sulle identità di Bruxelles
Our City stillframe (credit: cinergie)

Our City, il documentario di Maria Tarantino sulle identità di Bruxelles, è visibile sulla piattaforma Tënk fino al primo maggio   

A Bruxelles, città multiculturale e multilinguistica, a volte non è necessario parlare, o più semplicemente le parole non bastano o non servono. A volte è sufficiente saper ascoltare profondamente il suono della città e dei suoi abitanti, nei suoi silenzi più intensi o nei suoi canti più vigorosi e la capitale si schiude con generosità allo spettatore attento. Maria Tarantino (Milano, 1972) documentarista con un importante background accademico e un ampio bagaglio di esperienze nel mondo del giornalismo, ha raccolto in cinque anni di ricerche e studi un ricco repertorio antropologico, linguistico, ma soprattutto umano, legato a una delle sue città di elezione, Bruxelles, affidando e custodendo queste preziose memorie al documentario Our City (2015). 

Our City (credit: pointculture)

Maria Tarantino e lo sguardo degli emigrati

Ancora di grande attualità a qualche anno dalla sua uscita, e in stretta consonanza con la prossima e imminente edizione del Festival documentaristico En Ville! dedicato alla città, Our City non è solo un’opera cinematografica su Bruxelles, ma riguarda il senso stesso dell’identità della metropoli e dei suoi abitanti. Non solo e non tanto i cittadini “autoctoni”, o la rappresentazione canonica di una città fluida e in fermento; ma una presa di posizione chiara e netta che, come mi suggerisce Tarantino, include “l’estrangement, l’ologramma, la possibilità di entrare in risonanza così come viene inteso nella psicanalisi. Il raccontare le storie degli altri, la sovrapposizione delle voci, la sopraffazione, l’ingiustizia, il dimenticato, quello che si nasconde, quello che è scomodo, impresentabile, e tutta la bellezza che sprigiona dalle frizioni di questi pezzi di mondo che si ritrovano insieme”. Con questo spirito la documentarista, che si inscrive a pieno titolo nella generazione dei “nuovi emigrati”, secondo un’efficace interpretazione sociologica fornita da Natalie Dupré nell’analisi di Our City, guarda a sua volta a più generazioni di emigrati che hanno trovato, per volontà, curiosità o necessità, un posto laterale, periferico, ma non per questo meno degno di essere raccontato, a Bruxelles. E lo fa attraverso le storie di Koresh Garegani, un tassista – poeta che nella sua attività di peregrinazione quotidiana si confronta, con fierezza ma rassegnazione, con la bellezza sfiorita di una Bruxelles disgregata da forze economiche e politiche “straniere”. Indirettamente, anche i suoi passeggeri hanno storie e legami inestricabili con la capitale belga, e contribuiscono ad arricchire un puzzle culturale già profondamente complesso.

Our City stillframe (credit: cinergie)

O ancora attraverso la vicenda di emigrazione della giovane Zeinabu Diori, artigiana nigeriana che, china sul pavimento tappezzato di pietre e metalli, cerca di percepire il loro valore e immaginare la loro vita in un gioiello; un impegno che la porta a ripensare alla sua intera attività per essere più vicina ai gusti sobri e minimalisti delle donne “belghe”. Si potrebbe quasi parlare di oggetti evocativi che creano uno straordinario vocabolario sentimentale.

Sul silenzio e la musica diegetica

Dal multilinguismo alla poesia, dai canti popolari ed “esotici” alle note della fisarmonica del musicista vietnamita Matthieu Ha, la musica diegetica e la componente sonora infuse nell’opera di Tarantino aprono nuove finestre di riflessione e nuove strutture visive. Sono soprattutto i silenzi siderali che sprigionano dai cantieri in costruzione e dall’alto di tetti solitari – un silenzio assolutamente parlante che ricorda la più recente ode a Bruxelles del regista Bas Devos (Ghost Tropic, 2019) – che contribuiscono ad alimentare il punto di vista “altro” adottato da Tarantino. Dove l’alterità non sottende pregiudizialmente presunzione o fanatismo campanilistico: “la presenza italiana, o il punto di vista italiano, inteso come sensibilità, come visione “alta” in senso letterale e metaforico c’è: è il mio sguardo ed è la guida di tutto il film. È il mio modo di guardare dall’alto, non per essere arrogante ma per circostanze reali, dal mio sesto piano con la vista sgombra, da un silenzio un po’ irreale che mi concede la possibilità di respirare prima di immergermi o tuffarmi in un punto preciso della città e poi di risalire sulla mia riva tranquilla. Tutto il film è mediato dalla mia sensibilità che è italiana non per folclore o tipicità ma per il mio immaginario, che è mediato da film, libri, suggestioni italiane. A me piace scoprire quello che non so; raccontare la presenza italiana mi sembrava un esercizio poco stimolante per me, troppo didascalico”. Con le sue sovrapposizioni e trame, Our City subisce una progressiva e lenta trasformazione estetica e psicologica: prima landscape, poi borderscape, il documentario trova un compimento in quella “geografia” della psiche, bella e allo stesso tempo dolorosa, che gli scienziati definiscono mindscape. Il processo di “elezione” di una città come propria passa anche attraverso questo percorso: il nostro luogo non è mai uno solo, e il documentario di Tarantino sembra dimostrarlo in maniera tangibile. 

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