In bici da Roma ad Assisi: il pellegrinaggio lento di Alberto in occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco

Ottocento anni dopo la morte di San Francesco, c’è chi ha scelto di raggiungere Assisi non in auto o in treno, ma semplicemente pedalando. È il caso di Alberto, che ha percorso in bicicletta i chilometri che separano Roma dalla città umbra, ripercorrendo idealmente le strade che percorse il “Poverello d’Italia” e su cui, ancora oggi, transitano tanti pellegrini e viandanti. Un viaggio lento, fatto di fatica e scoperta, che intreccia fede, sport e voglia di riscoprire l’Italia dei piccoli borghi, lontani dai grandi flussi turistici che oggi comportano il triste fenomeno dell’overtourism. Ad Alberto, che ringraziamo, abbiamo voluto chiedere cosa significasse al giorno d’oggi scegliere la bicicletta come mezzo di pellegrinaggio e. sempre più spesso, anche come compagna di vita negli spostamenti quotidiani.
D: Da dove nasce l’idea di percorrere in bici il tragitto Roma-Assisi proprio nell’anno degli 800 anni dalla morte di San Francesco?
R: L’idea nasce dal desiderio di conoscere più a fondo la figura di San Francesco, una persona che mi ha sempre affascinato per la sua capacità di guardare il mondo con occhi diversi. Mi colpiscono la sua gentilezza, il rispetto verso ogni essere vivente, l’attenzione verso gli ultimi e la straordinaria capacità di ascoltare senza giudicare. In un’epoca spesso segnata da conflitti e divisioni, il suo messaggio continua a parlare con una sorprendente attualità.
L’ottocentenario della sua morte mi è sembrato l’occasione giusta per avvicinarmi alla sua storia non soltanto attraverso i libri, ma anche attraverso l’esperienza diretta dei luoghi che hanno segnato il suo cammino. Pedalare tra boschi, vallate e piccoli borghi mi è sembrato il modo più autentico per entrare, almeno in parte, nello spirito di quel viaggio umano e interiore che Francesco ha compiuto ottocento anni fa.
D: Come hai organizzato il percorso: quali tappe hai scelto e perché?
R: Il percorso è stato definito abbastanza rapidamente. Una volta individuati i giorni a disposizione (n.3), conciliando gli impegni familiari, ho stabilito le distanze giornaliere sostenibili in base al mio stato di allenamento e ho selezionato le tappe che ritenevo più significative. La scelta è stata accompagnata da un approfondimento storico e culturale, maturato attraverso diverse letture dedicate a San Francesco. Ho dovuto rinunciare ad alcune mete che inizialmente avevo previsto, come Fonte Colombo, l’Eremo delle Carceri, la Porziuncola e La Verna. Pur avendo limitato le visite approfondite ai singoli luoghi, per ragioni di tempo, l’itinerario si è rivelato estremamente ricco e ha attraversato territori affascinanti e paesaggi di grande suggestione:
- I giorno (148,55 km ascesa 2.107 m) – Grottaferrata – Greccio – Poggio Bustone con tappe tecniche a Mentana e Poggio Catino (passaggi suggestivi presso Riserva Naturale valle dell’Aniene, Riserva naturale della Marcigliana, Riserva Naturale di Nazzano);
- II giorno (143,73 km ascesa 1.738 m) – Poggio Bustone, Spoleto, Monteluco, Montefalco, Bevagna, Piandarca, Rivotorto (ciclabile Spoleto – Assisi);
- III giorno (69,96 km, ascesa 1.616 m) – Rivotorto, San Damiano, Assisi, Gubbio (ciclovia degli Appennini Nord tra Assisi e Gubbio).
D: Quanti giorni ti sono serviti e qual è stata la tappa più impegnativa dal punto di vista fisico?
R: Il viaggio è durato tre giorni e si è sviluppato lungo 362 chilometri, con oltre 5.400 metri di dislivello positivo. Ho attraversato un percorso molto vario, composto prevalentemente da strade secondarie poco trafficate, privilegiando quando possibile le ciclovie in buono stato. Non sono mancati tratti sterrati e sentieri ghiaiosi, che hanno reso il viaggio ancora più interessante. Per costruire il percorso mi sono affidato a un navigatore impostato sulla modalità bicicletta, che tende a evitare le strade più trafficate privilegiando itinerari meno battuti. Questo ha comportato qualche difficoltà in più, soprattutto considerando che viaggiavo con una bici da strada, ma mi ha permesso di attraversare luoghi straordinari immersi nella natura, spesso lontani dai circuiti più frequentati (riserva naturale valle Aniene, riserva naturale della Marcigliana – cammino di san francesco – , riserva naturale di Nazzano intorno alle anse del fiume Tevere, ciclabile Spoleto – Assisi, ciclovia Appenino Nord).
I tratti più impegnativi sono stati quelli montani, soprattutto in salita e sui percorsi sterrati. Anche alcune discese richiedevano attenzione, sia per il fondo sconnesso sia per il peso aggiuntivo delle borse e delle borracce.
D: Cosa significa per te “viaggiare lento” rispetto agli spostamenti a cui siamo abituati oggi?
R: Per me viaggiare lento significa tornare a essere protagonisti del proprio tempo. Nella vita quotidiana siamo abituati a correre da un impegno all’altro, spesso concentrati soltanto sulla destinazione. In bicicletta, invece, il percorso torna ad avere valore quanto la meta.
Significa concedersi il lusso di osservare un paesaggio, ascoltare il silenzio di un bosco, fermarsi senza fretta a parlare con una persona incontrata lungo la strada o semplicemente lasciarsi sorprendere da un dettaglio che normalmente passerebbe inosservato. È un modo di viaggiare che riconcilia con se stessi e che insegna ad apprezzare ciò che spesso diamo per scontato: il tempo, la natura e la bellezza delle cose semplici.
D: Che differenza hai percepito, in termini di percezione dei luoghi, tra il viaggiare in bici e altri mezzi di trasporto?
R: Viaggiare in bicicletta significa vivere i luoghi in modo molto più intenso rispetto ad altri mezzi di trasporto. Ti rende più consapevole del tuo corpo, dei tuoi limiti e delle tue energie, perché ogni chilometro dipende direttamente da te. Allo stesso tempo aumenta l’attenzione verso ciò che ti circonda: il paesaggio, le persone, la strada e persino le condizioni atmosferiche diventano parte integrante dell’esperienza.
D: Che rapporto hai con la bicicletta come mezzo di mobilità alternativa anche nella vita di tutti i giorni?
R: Mi piacerebbe utilizzare molto di più la bicicletta negli spostamenti casa-lavoro. Purtroppo, le distanze e soprattutto la scarsa sicurezza di alcuni tratti del percorso non lo rendono ancora possibile con continuità. Oggi utilizzo la bici principalmente per gli spostamenti quotidiani di breve distanza e per le attività sportive, ma credo che investire maggiormente in infrastrutture sicure possa incentivare molte più persone a sceglierla come mezzo di trasporto abituale.
D: Hai attraversato diversi borghi lungo il tragitto: quali ti hanno colpito di più e perché pensi che il cicloturismo possa essere una risorsa per questi territori?
R: Ogni borgo attraversato mi ha lasciato qualcosa di speciale, indipendentemente dalle dimensioni. Ricordo con piacere il pranzo in un piccolo bar di Poggio Catino, che ha reso memorabile una sosta semplice ma autentica. Mi ha colpito anche Poggio Bustone, affacciato sulla splendida piana reatina e legato al ricordo di Lucio Battisti. Straordinarie sono state poi le soste a Montefalco, Monteluco, Bevagna e Gubbio, luoghi che custodiscono storia, tradizioni e una forte identità culturale. Proprio per questo il cicloturismo rappresenta una grande opportunità per questi territori: consente di valorizzarne il patrimonio storico, paesaggistico ed enogastronomico attraverso un turismo rispettoso e sostenibile.
D: Dal punto di vista dell’allenamento, come ti sei preparato fisicamente ad affrontare un viaggio del genere?
R: Onestamente non ho seguito una preparazione specifica per questo viaggio. Durante tutto l’anno pratico regolarmente attività di resistenza come nuoto, ciclismo e corsa, e questo mi ha consentito di partire con una buona base atletica. Tuttavia, affrontare un itinerario di questa lunghezza richiede comunque un’adeguata preparazione fisica e una pianificazione accurata, senza lasciare nulla al caso.
D: C’è stato un momento, un incontro o un paesaggio lungo il percorso che ricorderai per sempre?
R: Ricorderò soprattutto i tratti fuori strada, in particolare quelli percorsi in solitudine. Ricorderò le salite sotto il sole, i sentieri ombreggiati dagli alberi e la sensazione di immersione totale nella natura. Tra i momenti più emozionanti c’è stato l’arrivo a Piandarca: percorrendo una strada sterrata mi sono trovato improvvisamente davanti al luogo della celebre predica di San Francesco agli uccelli. È stata una scena capace di unire storia, spiritualità e bellezza del paesaggio in un’unica immagine.
D: Arrivare ad Assisi dopo giorni di pedalata, in un anniversario così significativo: che emozione è stata?
R: L’emozione dell’arrivo ad Assisi è stata intensa, ma la verità è che quel sentimento mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Ogni salita, ogni tratto immerso nella natura, ogni borgo attraversato contribuiva a costruire qualcosa che andava oltre l’aspetto sportivo.
La suggestione più forte è stata quella di sentirmi parte di una storia molto più grande di me, percorrendo territori che da secoli parlano di Francesco e del suo messaggio. Più volte mi sono chiesto come avrebbe guardato il mondo di oggi, quali parole avrebbe usato di fronte alle guerre, alle disuguaglianze, alle difficoltà che caratterizzano il nostro tempo. Sono riflessioni che mi hanno accompagnato per centinaia di chilometri e che hanno trasformato un viaggio in bicicletta in un’occasione di crescita personale.
Quando ho visto Assisi apparire davanti a me non ho provato il senso di una conclusione, ma piuttosto quello di una tappa di un percorso interiore che continuerà ancora.
D: Cosa diresti a chi vorrebbe intraprendere un viaggio simile ma non l’ha mai fatto?
R: Direi di non lasciarsi spaventare dalla distanza o dalla fatica. Con la giusta preparazione e un po’ di spirito di adattamento, un viaggio come questo è alla portata di molte più persone di quanto si possa immaginare.
Soprattutto, consiglierei di partire con curiosità e senza aspettative troppo rigide. Il valore più grande di un’esperienza simile non è arrivare a destinazione, ma ciò che accade lungo il cammino: gli incontri, i paesaggi, gli imprevisti, il tempo dedicato a sé stessi. Si torna a casa sicuramente più stanchi sul piano fisico, ma spesso più ricchi dal punto di vista umano.
In fondo, un viaggio lento insegna che non sempre bisogna andare più veloci per andare più lontano. A volte è proprio rallentando che si riesce a vedere davvero il mondo che ci circonda.
Viaggiare lento in bicicletta significa tornare protagonisti del proprio tempo, riscoprendo paesaggi, silenzi e incontri che la fretta quotidiana cancella. Rispetto ad altri mezzi, la bici rende più consapevoli del proprio corpo e più attenti a tutto ciò che circonda il viaggio. Nella vita di tutti i giorni resta il desiderio di usarla di più anche per gli spostamenti casa-lavoro, un’abitudine ancora frenata dalla mancanza di percorsi sicuri.




