Chi è il vero Duca di Calabria? Il Borbone Pedro rimette ordine in famiglia
C’è una notizia che sembra uscita da un romanzo d’appendice ottocentesco e invece è di poche settimane fa: il 1° giugno 2026, proprio alla vigilia della Festa della Repubblica, il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie ha diffuso da Madrid un comunicato ufficiale per rimettere ordine su chi, nella sua famiglia, abbia davvero diritto a fregiarsi dei titoli storici del defunto Regno delle Due Sicilie. Detto così sembra una faccenda per pochi nostalgici. In realtà è una storia che parla di identità, di regole che contano ancora qualcosa e di un pezzo di Sud Italia che, piaccia o no ai detrattori, continua a esercitare un fascino enorme.
Partiamo dal fatto scatenante, che più pop di così non si può: si è parlato molto, sui rotocalchi, della relazione tra la Principessa Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie e il politico francese Jordan Bardella. Nel raccontare la storia, diversi media hanno presentato la Principessa come “Duchessa di Calabria”. Peccato che, secondo Pedro, quel titolo non le spetti affatto. A lei, spiega il comunicato, compete quello di Duchessa di Palermo, non di Calabria. Un dettaglio che ai più sembrerà da azzeccagarbugli, ma che per chi crede nella continuità delle istituzioni tradizionali è tutto fuorché irrilevante: i titoli non sono etichette da appiccicare a piacimento sui social o sui giornali patinati, sono il riflesso di regole di successione che affondano radici secolari.
E qui arriva il cuore della vicenda, che è anche una lezione su cosa significhi rispettare la parola data. Da decenni la famiglia reale delle Due Sicilie è divisa in due rami: quello dei Duchi di Calabria (oggi rappresentato da Pedro e dalla moglie Sofia) e quello dei Duchi di Castro (Carlo e Camilla, genitori proprio di Maria Carolina). Una spaccatura che nasce nel 1960, si complica con l’interpretazione di un documento del 1900, il celebre Atto di Cannes, una rinuncia condizionata che secondo il ramo di Calabria non produsse mai effetti giuridici reali, e che nel 2014 sembrava finalmente essersi ricomposta con un Atto di Riconciliazione Familiare, firmato a Napoli davanti a entrambe le famiglie, testimoni e amici. Un patto chiaro: ciascun ramo avrebbe mantenuto i titoli allora in uso, e tutti si sarebbero presentati pubblicamente come un’unica famiglia.
Il problema, denuncia oggi Pedro, è che quell’accordo sarebbe stato disatteso proprio dal ramo di Castro, che nel tempo avrebbe attribuito alla figlia Maria Carolina un titolo, Duchessa di Calabria, mai concordato e giuridicamente non spettante. Una libertà che, per chi si richiama con orgoglio a un’idea di ordine, gerarchia e rispetto delle regole scritte, non può passare sotto silenzio. Non è nostalgia fine a se stessa: è la stessa logica per cui, in qualsiasi istituzione seria, un patto firmato vale più di un titolo autoassegnato per convenienza mediatica.
Pedro rincara la dose citando pareri giuridici spagnoli del 1984, che riconobbero formalmente a suo padre la guida della Casa e il Gran Magistero del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, un ordine cavalleresco antichissimo che, sottolinea con orgoglio il comunicato, non può essere riformato a piacimento da nessuno, nemmeno dal capo della Casa stesso: servirebbe il consenso dell’intera famiglia o addirittura una Bolla Pontificia. In un’epoca in cui tutto sembra negoziabile, rimescolabile, riscrivibile a colpi di comunicati stampa e influencer marketing, c’è qualcosa di quasi commovente in questa insistenza sulla forma, sul diritto ereditato, sulla parola data davanti ai testimoni.
Al di là delle beghe dinastiche, che a qualcuno strapperanno un sorriso, la vicenda racconta un pezzo vivo della storia meridionale che l’Italia unita ha provato a cancellare ma che continua a esistere, tra araldica, ordini cavallereschi e memoria di un Regno che per secoli fu tra i più splendidi d’Europa. Pedro chiude il suo comunicato con un appello quasi familiare: rispettare quanto firmato nel 2014, tornare a essere, davvero, un’unica casata. Che la richiesta venga accolta o no, resta il messaggio di fondo: le tradizioni, quando sono vere, si onorano fino in fondo, non si citano a comodo quando fa notizia.




