Con la luce, facciamoci una frittata… La tecnica dell’albumina.

“Chi avrebbe creduto pochi mesi fa che la luce, essere penetrabile, intangibile, imponderabile, privo insomma di tutte le proprietà della materia, avrebbe assunto l’incarico del pittore disegnando propriamente di per sé stessa, e colla più squisita maestria quelle eteree immagini ch’ella dianzi dipingeva sfuggevoli nella camera oscura e che l’arte si sforzava invano di arrestare?” (Macedonio Melloni)
Figlio di un tabaccaio, Louis Désiré Blanquart-Évrard nacque a Lille nel 1802. Di umili origini, il futuro pioniere della stampa editoriale, votato da principio alla pittura, iniziò a mostrare un notevole interesse per la fiorente tecnica della fotografia. Nell’Ottocento, l’avvento dirompente del nuovo mezzo rappresentava non solo un repentino progresso tecnologico ma anche una profonda rivoluzione antropologica: cambiava il modo di guardare il mondo e di restituire la realtà. Se la dagherrotipia di Louis Daguerre incantava l’Europa cristallizzando i soggetti su tavole d’argento, la necessità di rendere quelle stesse immagini stabili e riproducibili diveniva sempre più urgente.
Blanquart-Évrard decise di approfondire il metodo della calotipia – sviluppato dal britannico William Henry Fox Talbot – che permetteva di riprodurre il mondo visibile su fogli di carta resi sensibili alla luce attraverso l’applicazione di un sottile strato superficiale di una soluzione di sale comune e nitrato d’argento. Si rese conto, tuttavia, che la leggera pennellata manuale, consigliata da Talbot, rendeva la sensibilità della carta estremamente irregolare: per ottenere un’immagine omogenea, infatti, bisognava immergere completamente la carta nella particolare soluzione chimica. Il foglio così imbevuto reagiva con maggiore costanza alla luce, riducendo i tempi di esposizione e rendendo il risultato più nitido.
“The effect of the copy (negative) though of course unlike the original (substituting as it does lights for shadows and vice versa) yet is often singularly pleasing and would I think often suggest to artists useful ideas respecting light and shade.” (William Henry Fox Talbot)
[“L’effetto della copia [negativa], sebbene naturalmente diverso dall’originale (poiché sostituisce le luci con le ombre e viceversa), è tuttavia spesso singolarmente gradevole e credo che spesso suggerirebbe agli artisti utili idee riguardo alla luce e all’ombra.” Trad. ita.]
Nel 1850, Blanquart-Évrard, compreso quanto determinante fosse la porosità della fibra cartacea per la resa di un’immagine nitida, pensò di aggiungere un altro ingrediente, semplice, comune e capace di isolarne la superficie: l’albume d’uovo. Sperimentando con il nuovo metodo, diede vita all’innovativo processo che portò alla creazione della carta albuminata, utilizzata almeno fino agli inizi del XX secolo per ottenere e riprodurre fotografie più dettagliate e definite.
Il lato del foglio, infatti, bagnato con l’albume dell’uovo, ricco di cloruro di sodio, veniva fatto galleggiare sopra una soluzione di nitrato d’argento: il risultato della reazione tra i due elementi altro non era che il cloruro d’argento. Quest’ultimo, sensibile alla luce, consentiva la realizzazione di immagini fotografiche contrastate attraverso la stampa a contatto di lastre di vetro al collodio (i negativi) collocate direttamente sul foglio di carta albuminata. La diffusione della prima tecnica di stampa commerciale diretta, perfezionata con l’introduzione dell’acido citrico per favorirne la conservazione, divenne sistematica e capillare.
Ad intuirne la potenzialità fu il fotografo francese André Adolphe-Eugène Disdéri, il quale propose l’utilizzo della carta all’albume per il formato popolare noto come carte de visite: piccoli ritratti fotografici, economici e accessibili, scambiati tra amici e parenti oppure custoditi tra le pagine di album e diari. La possibilità di catturare la luce e le ombre, di consegnare al tempo i volti, gli istanti e i ricordi, non era più appannaggio di pochi ma un gesto nuovo, quotidiano e condiviso.
“Una specie di cordone ombelicale collega il corpo della cosa fotografata al mio sguardo: benché impalpabile, la luce è qui effettivamente un nucleo carnale, una pelle che io condivido con colui o colei che è stato fotografato.” (Roland Barthes)




