L’orizzonte che si abbassa, storia del Kansai
C’è qualcosa di beffardo nel destino dell’aeroporto internazionale del Kansai, un’opera nata per sfidare il mare e oggi lentamente riconsegnata al mare che pretendeva di dominare. Inaugurato il 4 settembre 1994 nella baia di Osaka, questo colosso sorto su un’isola artificiale è stato salutato come un monumento dell’ingegneria del Novecento, con un terminal lungo 1.700 metri firmato da Renzo Piano che lo definì un ponte tra uomo e natura. Trent’anni dopo, quel ponte affonda centimetro dopo centimetro, e la sua storia è diventata il simbolo perfetto della hybris umana messa alla prova dalla geologia. L’origine della scommessa risale agli anni Settanta, quando la regione del Kansai, con Osaka, Kyoto e Kobe, rischiava di scivolare ai margini di un’economia sempre più globale, mentre Tokyo concentrava merci e collegamenti. Nessuna città aveva lo spazio per un nuovo grande scalo, e così nacque l’idea ardita di costruirlo in mare aperto, dragando e comprimendo oltre venti milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia su un fondale profondo una ventina di metri. Un’impresa titanica, pensata anche per consentire voli ventiquattro ore su ventiquattro senza tormentare con il rumore le aree abitate. Il problema, però, era scritto fin dall’inizio nel sottosuolo. L’aeroporto poggia su un spesso strato di argilla e limo che si compatta inesorabilmente sotto il peso delle strutture, il fenomeno della subsidenza che conosciamo bene anche a Venezia. I progettisti lo avevano previsto, ma non a questi ritmi. I dati del gestore parlano di un cedimento medio accumulato di circa 13,66 metri sulla prima isola fino a dicembre 2024, e l’ingegnere Kazuo Matsuda, coinvolto agli esordi, ha ammesso che nessuno immaginava un abbassamento tanto rapido. A rendere la partita ancora più insidiosa arriva la crisi climatica, che alza il livello del mare e moltiplica tifoni e mareggiate. Nel 2018 il tifone Jebi allagò le piste e costrinse lo scalo a due settimane di chiusura, un avvertimento severo per una struttura che pure aveva resistito con orgoglio al terremoto di Kobe del 1995 grazie ai suoi rigidi criteri antisismici. Uno studio giapponese stima che, tra i quaranta e i sessant’anni, le due isole potrebbero raggiungere il livello del mare. La resa, comunque, non è nei piani di Tokyo. Le novecento colonne regolabili che tengono il terminal costantemente in bolla, l’innalzamento della barriera costiera e il progetto avviato nel 2019 per sollevare l’isola di un metro raccontano una battaglia ostinata, sostenuta da un budget per la prevenzione dei disastri da cinquecento milioni di dollari. Resta l’immagine di un gigante che sfida l’acqua e soccombe al tempo, promemoria elegante di quanto sia fragile ogni nostra conquista sulla natura.




