Le Scuderie del Quirinale aprono le porte ai Tesori dei Faraoni
Dal 24 ottobre 2025 al 2 maggio 2026 le Scuderie del Quirinale ospitano la mostra Tesori dei Faraoni, interamente dedicata alla civiltà egizia, una delle più antiche civiltà al mondo, fiorita lungo le rive del fiume Nilo intorno al 3000 a.C.
I visitatori che lo desiderano saranno guidati dalla voce di Roberto Giacobbotra i due piani della mostra e le 10 sale che la compongono. Il percorso espositivo si snoda in cinque sezioni, ognuna delle quali si concentra su un aspetto della civiltà egizia: ‘Egitto, terra dell’oro’; ‘La vita dopo la morte’; ‘Un re e il suo popolo’; ‘La vita quotidiana’; ‘Il concetto di regalità’.
La mostra si compone di 130 capolavori, alcuni dei quali non sono mai usciti dall’Egitto ed è a cura di TarekElAwady, già direttore del Museo Egizio de Il Cairo dal 2010 al 2012. I reperti sono stati concessi in prestito per lo più dal Museo de Il Cairo, ma anche dal Museo di Luxor e dalla Città d’Oro. La mostra ci consente, infatti, di apprezzare una delle più recenti scoperte archeologiche, ossia il ritrovamento della Città d’Oro, avvenuta sulla riva occidentale di Luxor nell’autunno del 2021 ad opera dell’archeologo Zahi Hawass. La missione archeologica aveva come obiettivo la ricerca del tempo funerario di Tutankhamon. Quello che, invece, gli archeologi si sono trovati davanti è stata la Città dell’Oro, il più grande insediamento industriale e amministrativo d’Egitto. La città risale al regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, il faraone che decise di sopprimere il culto di molti divinità tradizionali in favore del culto unico di Aton, il dio creatore. Si tratta di una città di artigiani, come si evince dagli scavi che hanno fatto emergere resti di botteghe, officine di scultori e artigiani di varie categorie, strumenti per la filatura ela tessitura, per la cottura e la preparazione dei cibi.
Non solo recenti scoperte, ma anche più antichi ritrovamenti fanno parte dei tesori della mostra. Nella prima sala della mostraè possibile ammirare il Collare di Psusennes I, composto di sette fili di oltre 6000 grani d’oro, il gioiello più pesante dell’antichità giunto fino a noi. La scoperta di questa tomba a Nord de Il Cairo avvenne nel 1939 ad opera di Pierre Montet. Si trattò di un evento del tutto paragonabile alla scoperta della tomba di Tutankhamon, che non ebbe, però, la stessa risonanza perché avvenne proprio allo scoppio della II Guerra Mondiale.
La civiltà egizia fa del passaggio alla vita dopo la morte un momento imprescindibile di un ciclo di vita che è eterno. Il defunto doveva essere preparato alla vita eterna e questo spiega sia la ricchezza dei corredi funerari che il grande impiego di formule, incantesimi e rituali che accompagnavano questo passaggio. Allo stesso tempo c’era una prova, la più importante, che il defunto doveva affrontare una volta giunto nell’aldilà: la pesa del cuore. Al cospetto di Osiride, signore dell’aldilà, il cuore del defunto veniva posato sul piatto di una bilancia. Sull’altro piatto era collocata la piuma della dea Maat, che incarna il concetto di verità, giustizia, armonia universale. Se il cuore era più pesante della piuma per via dei peccati, il destino del defunto era terribile, ossia quello di perire per mano del dio Ammit. Se pesava meno della piuma, al defunto erano concessa l’immortalità nei campi di Iaru.
Nel caso di questa eventualità, ossia l’approdo alla vita immortale, il defunto doveva essere preparato e il suo corredo funebre doveva contenere tutto il necessario. Nel 1905 fu scoperta nella Valle dei Re la tomba di Tuya e Yuya, genitori della regina Tiye, sposa di Amenhofi III e nonni di Akenhaton. Si tratta di una tomba non regale, ma di una tomba per una coppia di alto rango, visto che Yuya era un alto dignitario di corte e sacerdote, mentre Tuya era una figura autorevole dei culti e della musica sacra. Da questa tomba provengono i corredi funerari meglio conservati prima di Tutankhamon. Tra questi i vasi canopi, che erano utilizzati per custodire gli organi, cofani, cassette e Ushabti. La parola Ushabti significa ‘rispondere’. Quando il nome del defunto veniva chiamato nel regno di Osiride, il dio dell’aldilà, lo Ushabti, doveva rispondere ed era chiamato a sostituire il defunto per svolgere lavori agricoli nei campi di Iaru, un luogo di immortalità dove le anime dei defunti potevano vivere felicemente.
L’ultima sala è la cifra assoluta di tutta la mostra. Qui si può ammirareuno dei capolavori indiscussi proveniente dal Museo Egizio de Il Cairo in prestito ora a Roma. Si tratta della Triade di Micerino, scoperta nel 1908 da George Reisner nel tempio a valle della piramide di Micerino a Giza. Micerino è faraone della IV dinastia, figlio di Chefren e nipote di Cheope, costruttore della più piccola piramide di Giza. Al centro si vede Micerino, allasinistra la dea Hathor, la dea che nutre e protegge il regno, alla destra la personificazione di Tebe.
Sempre nell’ultima sala, lacollaborazione con il Museo Egizio di Torino firma un prestito, che costituisce anche l’unico pezzo non proveniente dall’Egitto. Si tratta della Mensa Isiaca o Tavola Bembina che proviene dall’IseumCampense, il tempio di Iside al Campo Marzio, attestato dal I secolo. a.C. al V secolo d.C, nell’Antica Roma. È chiamata anche Tavola Bembina perché fu acquistata nel Cinquecento dall’umanista Pietro Bembo. Si tratta di una tavola bronzea, con iscrizioni che non sono veri geroglifici, tuttavia testimoniano in favore di una conoscenza approfondita del pantheon egiziano, in particolare della dea Iside che viene raffigurata sulla tavola sotto forma di differenti personificazioni. La dea era una delle divinità femminili più importanti del pantheon egizio: sorella e moglie di Osiride, il primo re leggendario d’Egitto e sovrano dell’oltretomba, madre del dio Horus, dea materna e protettrice. Il culto della dea Iside era stato introdotto già nel II secolo a.C. a Roma, dove veniva celebrata associandola alla dea Venere. La fine della mostra è sapientemente scelta per metterci davanti al trait d’union che dall’Antico Egitto arriva fino all’Antica Roma e indirettamente fino a noi.




