La sentenza che ha indignato l’America

La sentenza che ha indignato l’America

Due lettere, una da parte della vittima e l’altra dell’aggressore, hanno portato alla ribalta nazionale un caso di stupro in California, dando vita ad un acceso dibattito sulla violenza sessuale negli Stati Uniti d’America.

CALIFORNIA — La prestigiosa università di Stanford, situata in California, non è nuova all’attenzione dei media dati i risultati accademici e le scoperte scientifiche che l’hanno resa una delle università migliori d’America e del mondo. A Stanford hanno studiato personaggi del calibro di John F. Kennedy e Mitt Romney e sempre nel campus è stato creato e perfezionato il motore di ricerca Google. Eppure, stavolta, ad aver portato alla ribalta nazionale l’università non è una nuova invenzione o una scoperta rivoluzionaria ma bensì un vile caso di stupro.

Era il 17 gennaio 2015, all’una di notte circa, e due amici stavano pedalando indisturbati per il campus di Stanford quando la loro attenzione fu catturata da un uomo sdraiato su una donna, dietro ad un cassonetto. La donna era in evidente stato di incoscienza. Avvicinato dai due ciclisti l’uomo si diede alla fuga, lasciando la donna nuda e incapace di muoversi tra la spazzatura. Placcato e bloccato da uno dei due ciclisti, l’uomo venne identificato come Brock Turner, un giovane di vent’anni, promessa del nuoto americano, selezionato dalla Stanford University con l’obbiettivo di allenarlo per renderlo un atleta olimpico alle olimpiadi del 2020.

Tuttavia, ciò che ha reso di rilevanza nazionale questo drammatico evento non è stato — per quanto tragico — il fatto in sé, ma tutto ciò che ne è conseguito. Per prima cosa i cittadini e le cittadine americane sono rimasti fortemente indignati dal comportamento dei media statunitensi. Nel riportare l’avvenimento, infatti, giornalisti di varie testate si sono focalizzati sulla carriera d’atleta di Turner, riportando i numerosi successi e i record personali, facendo passare il messaggio che lo studente non fosse altro che un bravo ragazzo colpevole di aver commesso un “errore”, sminuendo così la gravità del fatto. Inoltre, ad indignare ulteriormente l’opinione pubblica americana si è aggiunta una lettera dello stesso accusato, in cui Brock Turner, invece di scusarsi, si giustifica dando la colpa all’alcol ed alla promiscuità nei campus universitari, sottolineando come la sua vita (e non quella della vittima) sia stata rovinata da una notte di feste sregolate.

Il punto di massimo sdegno si è però raggiunto il 6 giugno, quando il giudice ha pronunciato la sentenza definitiva. Brock Turner è stato condannato a sei mesi di cella d’isolamento (per proteggerlo dagli altri prigionieri) e 3 anni di libertà vigilata, sentenza giudicata troppo mite dalla maggior parte degli americani che hanno dato vita ad una petizione online per rimuovere il giudice dal suo incarico. In quanto a Turner, il padre ha dichiarato “Si tratta di una sentenza troppo dura, in fondo Brock ha commesso solo un errore di 20 minuti in 20 anni di vita, non è giusto che per un azione durata 20 minuti paghi per il resto della sua vita”. Chiaramente tali dichiarazioni hanno mandato in collera gran parte della popolazione e la vittima stessa che ha provveduto a rendere pubblica una lettera dai caratteri molto forti, scritta e letta durante il processo, in cui affermava:

“Tu non mi conosci, ma sei stato dentro di me, ed è per questo che siamo qui oggi. […] Tu hai detto che eri troppo ubriaco per prendere la decisione migliore, ma l’alcol non è una scusa. Non è stato l’alcol a spogliarmi, a trascinarmi fuori dalla festa ed ad abusare di me. […] Tu hai detto che una notte di bevute e feste sregolate può rovinare una vita, ma ti sei scordato della mia. Tu mi hai trascinato in questo inferno con te, tu sei la causa, io l’effetto. Mi hai privato del mio valore, della mia privacy, della mia energia, del mio tempo, della mia sicurezza, della mia intimità e della mia stessa voce, fino ad oggi”.

Parole forti e decise che hanno scosso l’America e che sono destinate a far parlare e riflettere un paese in cui purtroppo ci si scorda che la responsabilità delle violenze sulle donne appartiene solo ai violentatori stessi.

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