Gli Epstein files, un anno dopo
A distanza di più di un anno dalla pubblicazione del primo, imponente lotto di documenti giudiziari legati a Jeffrey Epstein, la vicenda continua a produrre effetti politici, giudiziari e reputazionali che si estendono ben oltre i confini degli Stati Uniti. Quella che era nata come un obbligo normativo imposto al Dipartimento di Giustizia americano — la pubblicazione integrale degli atti raccolti nelle inchieste su Epstein e sulla sua ex complice Ghislaine Maxwell — si è trasformata in un lungo processo di verifica pubblica che ha coinvolto capi di Stato, banchieri, filantropi e membri di case regnanti.
L’Epstein Files Transparency Act, firmato dal presidente Trump nel novembre 2025, imponeva la consegna di tutta la documentazione raccolta dalle autorità federali entro la fine dell’anno. Il termine è stato ampiamente disatteso: il primo grande rilascio è arrivato solo il 30 gennaio 2026, con oltre tre milioni di pagine, duemila video e centottantamila immagini, provenienti dai fascicoli aperti in Florida e a New York, dalle indagini sulla morte di Epstein in carcere e dall’inchiesta dell’Ispettorato generale del Dipartimento di Giustizia. Il vertice del dicastero ha rivendicato la piena conformità alla legge, pur ammettendo redazioni estese a tutela dell’identità delle vittime, senza tuttavia chiarire nel dettaglio quali altre porzioni di materiale fossero state escluse.
Le Audizioni Al Congresso
La pubblicazione dei documenti ha aperto una stagione di audizioni parlamentari senza precedenti per la vicenda. A gennaio la Commissione di vigilanza della Camera ha votato per mettere in stato d’accusa per oltraggio al Congresso Bill e Hillary Clinton, rei di essersi sottratti a una richiesta di testimonianza; i due, dopo settimane di resistenza, hanno accettato di deporre a porte chiuse alla fine di febbraio, negando entrambi qualunque rapporto diretto o condotta scorretta con Epstein.
Nei mesi successivi sono sfilati davanti alla stessa Commissione anche il segretario al Commercio Howard Lutnick, chiamato a chiarire i propri rapporti personali con il finanziere, e la procuratrice generale Pam Bondi, convocata con tanto di citazione formale per riferire sulla gestione della pubblicazione dei fascicoli da parte del Dipartimento di Giustizia. Bondi sarebbe stata rimossa dall’incarico da Trump il 2 aprile, in un contesto politico reso incandescente dalle pressioni bipartisan per una trasparenza totale sul caso.
A giugno è toccato al cofondatore di Microsoft Bill Gates, che ha respinto ogni addebito ma ha ammesso di aver commesso quello che ha definito «un grave errore di valutazione» nell’aver frequentato Epstein dopo esserne già a conoscenza della condanna penale per reati di natura sessuale. Pochi giorni dopo si è presentato Leon Black, cofondatore del colosso degli investimenti Apollo, che secondo i documenti avrebbe versato a Epstein circa centosettanta milioni di dollari in compensi per consulenze finanziarie: anche lui ha negato di aver mai saputo nulla degli abusi.
Il Caso Andrew Mountbatten-Windsor
Lo scoop di gran lunga più clamoroso, e con le conseguenze istituzionali più gravi, riguarda il fratello del re Carlo III. Nel lotto di documenti pubblicato a fine gennaio sono emerse email che suggerirebbero come Andrew — già privato del titolo di principe e costretto a lasciare la propria residenza reale nell’ottobre 2025, dopo che la stampa britannica aveva rivelato un suo messaggio a Epstein del 2011 in cui scriveva di essere «in questo insieme» a lui — avrebbe inoltrato al finanziere documenti riservati relativi a trattative commerciali durante gli anni in cui ricopriva incarichi di rappresentanza per il governo britannico.
Il 19 febbraio, giorno del suo sessantaseiesimo compleanno, Andrew Mountbatten-Windsor — nome che ha assunto dopo la rinuncia a tutti i titoli nobiliari — è stato arrestato dalla polizia britannica con l’accusa di cattiva condotta in ufficio pubblico, reato che in teoria prevede fino all’ergastolo. È stato rilasciato dopo circa undici ore, in stato di libertà vigilata durante le indagini. Si tratta del primo caso in cui un membro di primo piano della famiglia reale, ed ex genero acquisito indiretto della corona per via dei suoi legami con Epstein, viene formalmente sottoposto a un procedimento penale per la vicenda.
È una cosa terribile per la famiglia reale. È una cosa molto, molto triste. — Donald Trump, commentando l’arresto
Lo stesso presidente americano, che pure fu per anni un amico di Epstein, ha definito l’arresto «una cosa molto, molto triste» per la famiglia reale britannica. Andrew ha sempre respinto ogni accusa, comprese quelle relative ai presunti abusi ai danni di Virginia Giuffre, la vittima che nel 2022 aveva raggiunto con lui un accordo extragiudiziale riservato, senza ammissione di colpa, e che si è tolta la vita nell’aprile 2025 in Australia.
Wall Street Sotto Esame: Il Caso Goldman Sachs
Un altro filone che ha guadagnato peso nell’estate 2026 riguarda i legami tra Epstein e alcuni vertici della finanza statunitense. Kathryn Ruemmler, per anni capo dell’ufficio legale di Goldman Sachs, si è dimessa dall’incarico dopo che era emerso un fitto scambio di email con il finanziere risalente al periodo tra il 2014 e il 2019, comprensivo di consigli su come gestire l’esposizione mediatica e persino di una telefonata ricevuta da Epstein subito dopo il suo arresto per traffico sessuale di minori. Ascoltata a luglio dalla Commissione di vigilanza della Camera, Ruemmler ha definito Epstein «un abile bugiardo» che avrebbe usato lei e altre «persone rispettabili» per legittimare la propria immagine pubblica, pur ribadendo di non aver mai avuto conoscenza di condotte criminali in corso.
Nonostante le dimissioni dal ruolo apicale, Ruemmler è rimasta in un incarico di consulenza presso la banca d’affari in attesa di un successore stabile, una scelta che ha attirato critiche bipartisan e spinto alcuni parlamentari democratici a chiedere pubblicamente a Goldman Sachs di recidere ogni residuo legame professionale con lei.
L’estate Delle Tensioni Riaperte
Se la fase più intensa della pubblicazione documentale sembrava essersi chiusa in primavera, i mesi di luglio e agosto hanno riportato il caso al centro del dibattito pubblico americano, alimentato da una serie di dichiarazioni pubbliche di alto profilo. Il vicepresidente J. D. Vance, intervistato dal conduttore Joe Rogan, ha ammesso candidamente che l’amministrazione ha «gestito male» la pubblicazione dei fascicoli, una dichiarazione che ha riacceso le critiche sulla trasparenza dell’intero processo.
Nello stesso periodo l’investitore Warren Buffett ha definito «di cattivo gusto» i rapporti tra Bill Gates ed Epstein, dopo che la sua holding Berkshire Hathaway aveva interrotto, per la prima volta in vent’anni, le donazioni alla Gates Foundation. La fondazione ha risposto pubblicando una sintesi di una revisione interna che non ha trovato prove di pagamenti diretti a Epstein né di una conoscenza pregressa, da parte dei suoi vertici, delle attività di tratta sessuale del finanziere, pur ammettendo di «rimpiangere» di aver avuto in organico persone che con lui avevano avuto contatti.
A rendere il quadro ancora più delicato hanno contribuito, tra fine luglio e inizio agosto, la morte in Francia — le cui circostanze restano oggetto di accertamento — della donna che per anni avrebbe fatto da reclutatrice di giovani modelle per conto di Epstein, e l’apertura da parte dei democratici della Camera di un filone d’inchiesta volto a stabilire se lo stesso Epstein abbia mai operato, in qualche forma, come agente di intelligence per conto di un governo straniero. Parallelamente, cresce la pressione sul Dipartimento di Giustizia riguardo al ranch che il finanziere possedeva in New Mexico, ritenuto da più fonti un ulteriore luogo di svolgimento degli abusi, e sul quale la magistratura locale ha chiesto la consegna di documentazione bancaria a Deutsche Bank e JPMorgan Chase.
Un buco nero che continua ad estendersi risucchiando i potenti
A più di sei mesi dalla pubblicazione della prima, massiccia mole di atti, il dossier Epstein continua dunque a produrre repliche impreviste: nuove audizioni, nuove ammissioni pubbliche, nuovi filoni investigativi che si intrecciano con il mondo della finanza, della politica e delle case regnanti europee. Ogni rilascio di documenti, per quanto parziale e sottoposto a redazioni, sembra avere l’effetto di riportare in superficie relazioni che personalità di primissimo piano avevano ritenuto ormai sepolte, confermando come il caso Epstein resti, a distanza di sette anni dalla morte del finanziere in una cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, uno dei banchi di prova più severi per la capacità delle istituzioni pubbliche e private statunitensi di rendere conto delle proprie zone d’ombra.




