Khojaly, trent’anni di silenzio su un massacro dimenticato
Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, una città dell’Azerbaigian venne rasa al suolo. 613 morti, centinaia di ostaggi, famiglie spazzate via. Una tragedia che la comunità internazionale fatica ancora a chiamare con il suo nome.
Una terra tra le vette e la storia
Distesa sull’altopiano del Karabakh, tra boschi di querce e betulle e vette che sfiorano i tremila metri, Khojaly è molto più di un nome su una mappa. È una terra dove l’uomo vive dall’età del Bronzo – le tombe e gli utensili ritrovati nei tumuli attorno alla città lo attestano con eloquenza – e dove, nel 1787, Ibrahim Khalil Khan volle erigere il castello di Asgaran per proteggere il suo khanato dalle incursioni nemiche. Quasi due secoli e mezzo dopo, quella stessa esigenza di protezione si sarebbe rivelata drammaticamente insufficiente.
Prati alpini, vigneti, alveari: la vita a Khojaly scorreva secondo i ritmi di un’agricoltura millenaria, con la consapevolezza di occupare un nodo strategico, l’unica via carrozzabile tra Shusha e Aghdam, a due passi dall’aeroporto regionale.
Una posizione che, nell’inverno del 1991, mentre l’Unione Sovietica si sgretolava e la regione del Nagorno-Karabakh diventava terreno di contesa, avrebbe fatto della città un obiettivo militare.
La notte che non si dimentica
Era il 25 febbraio 1992. Le famiglie di Khojaly dormivano quando le forze armate armene, supportate dal 366° Reggimento di fucilieri motorizzati dell’ex Armata Rossa, aprirono il fuoco sulla città. I civili tentarono la fuga attraverso le montagne innevate, ma trovarono i soldati già ad aspettarli. Fu un massacro sistematico: 613 persone uccise, tra cui 106 donne, 75 anziani e 63 bambini. Otto famiglie vennero cancellate integralmente. Centotrentacinque bambini persero almeno un genitore. Le testimonianze raccolte dalla stampa internazionale parlano di esecuzioni a bruciapelo, corpi mutilati, civili colpiti alla nuca mentre tentavano di scappare. Il giornalista Anatol Lieven, inviato del Times sulle colline innevate del Nagorno-Karabakh, descrisse la scena con poche, devastanti parole: i cadaveri erano sparpagliati ovunque, i rifugiati colpiti mentre correvano. Il 3 marzo 1992, il New York Times parlava già di “nuove prove di un massacro di civili”. Human Rights Watch avrebbe in seguito definito l’attacco il più grande massacro registrato nel conflitto armeno-azerbaigiano fino a quella data.
La parola “genocidio” e il lungo cammino verso la giustizia
Trent’anni dopo, la parola “genocidio” è ancora al centro di un dibattito diplomatico internazionale. Oltre venti parlamenti nel mondo, dalla Bosnia Erzegovina al Pakistan, dal Messico alla Slovenia, hanno adottato risoluzioni che condannano gli eventi di Khojaly come crimini contro l’umanità. Anche ventiquattro stati degli Stati Uniti hanno votato in tal senso. Monumenti in ricordo delle vittime sono stati eretti All’Aia, a Berlino, a Sarajevo, a Città del Messico; eppure la questione resta aperta, intrecciata alle complesse dinamiche del conflitto tra Armenia e Azerbaigian che, dopo la Guerra dei quarantaquattro giorni del 2020, ha visto Baku ristabilire la propria sovranità territoriale.
La campagna “Justice for Khojaly”, lanciata nel 2008 dalla Fondazione Heydar Aliyev, punta a tenere viva la memoria e a portare il caso nei consessi internazionali. È un lavoro di sensibilizzazione che si scontra con il peso della geopolitica e con la fatica che le democrazie occidentali mostrano nel fare i conti con le pagine più buie di conflitti geograficamente lontani. Come ricordava Francis Bacon: se non garantiamo la giustizia, la giustizia non garantirà noi. A Khojaly, quella giustizia è ancora in attesa.




