Aldo Moro, né uno scambio né una mezza verità

Aldo Moro, né uno scambio né una mezza verità
Fonte immagine: avellino.zon.it

Il caso Moro è infinite storie in una sola. Complicità silenti, retorica e tradimenti che impediscono di far chiarezza, anche a distanza di 40 anni. Possibili infiltrazioni provenienti da mezzo mondo per un uomo solo, o meglio per un Paese solo, crocevia di importantissime strategie politico-economiche, quasi mai legali. Di mezzo un compromesso storico tra la Dc e il Pci guardato storto da un sistema internazionale diviso in due blocchi: capitalismo e comunismo. Giochi di un potere trasversale, giochi di carte e di poltrone, di opportunità e vantaggi. I 40 anni dal sequestro Moro arrivano in un momento di forte caos governativo, in cui, come tanto si scrive in questi giorni, sarebbe auspicabile un secondo compromesso storico tra le forze politiche che individualmente non possono raggiungere una maggioranza numerica stabile.

Il caso Moro esemplifica l’italianità viscerale, quel vezzo casereccio di predicare bene e razzolare male. Facile indignarsi senza muovere un dito, fingere sconcerto arroccati nella propria fortezza, sacrificare vite in nome della sicurezza pubblica. De André cantava “lo Stato che fa si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”.

Sul sequestro di Aldo Moro sembra che tutto possa essere considerato vero e allo stesso tempo niente. Esattamente 40 anni dopo, tutti continuano a parlarne, senza sapere nulla, perché nulla è la versione ufficiale. Le dietrologie si accavallano a vicenda, rendendo più complicata la distinzione fra ciò che realmente è accaduto e ciò che è stato enfatizzato o inventato.

Sono stati ipotizzati coinvolgimenti da parte della P2 e dei servizi segreti, dell’URSS e degli Stati Uniti. Giovanni Galloni, ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, nel 2005, dichiarò, in un’intervista a Next, che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confessò la difficoltà di scovare i nascondigli delle Brigate Rosse (Br) e di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi segreti americani, sia quelli israeliani avevano infiltrati al loro interno.

Le infiltrazioni mafiose. Tommaso Buscetta, nel 1993, finì per svelare ai giudici Franco Ionta e Antonio Marini tutto quello che sapeva sul caso Moro, dopo averlo già rivelato ai magistrati di Palermo e alla Commissione antimafia. Di quelle rivelazioni ci sono ampi stralci nelle richieste di autorizzazione a procedere della Procura di Palermo e di Roma nei confronti del senatore Giulio Andreotti. In entrambe si parla diffusamente del ruolo avuto da Ugo Bossi. Secondo Don Masino (Tommaso Buscetta), Bossi lo contattò quando si trovava rinchiuso nel carcere di Cuneo, per chiedergli di avvicinarsi ai brigatisti, «così da entrare in trattative per la liberazione di Moro. Io risposi che potevo provare, ma che era necessario farmi trasferire a Torino dove era presente gran parte delle Br impegnate in quel momento in un processo». Ma il trasferimento non avvenne, così come il tentativo di avviare una trattativa.

Buscetta precisò che non fu il solo esponente della commissione di Cosa nostra ad essere attivato: la fazione capeggiata da Totò Riina e Michele Greco si era mostrata prima indifferente e poi addirittura contraria ad un contatto con le Br. Quella di Stefano Bontate era, invece, favorevole. Questo fu contattato dagli onorevoli Salvo Lima e Rosario Nicoletti e dai cugini Salvo, incaricati a loro volta da Giulio Andreotti. Buscetta racconta di una riunione convocata da Stefano Bontate, durante la quale Giuseppe Calò, in contatto con gli esponenti della banda della Magliana, rispose a Bontate: «Stefano, ma ancora non l’hai capito, uomini politici di primo piano del tuo partito non lo vogliono libero».

La ’ndrangheta. La foto scomparsa dal palazzo di giustizia di Roma e ritrovata in copia a Perugia conferma la partecipazione della ’ndrangheta al sequestro di Moro. In questa foto, scattata il 16 marzo 1978, è ritratto un importante boss, Antonio Nirta, che scambiava favori con un generale calabrese dei servizi segreti, Francesco Delfino. Il primo a parlare di complici esterni alle Brigate Rosse è stato un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90, che ha rivelato i rapporti fra Nirta e Delfino, aggiungendo che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe confidato che “Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro”: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi.

Il pm Nobili ha inviato il verbale al collega Marini, che ha potuto riascoltare una telefonata intercettata durante la prigionia di Moro, ma tenuta segreta fino al 1982: un parlamentare calabrese della Dc, Benito Cazora, impegnato come tanti a cercare il covo brigatista, spiega al segretario di Moro che la ’ndrangheta può aiutare, ma vuole qualcosa in cambio: «Quelli giù, dalla Calabria» chiedono di «far sparire una foto del 16 marzo, presa lì sul posto», perché si vede «uno di loro… un personaggio noto a loro». L’inchiesta accerta che la volontà calabrese è stata assecondata. Un fotografo, Gherardo Nucci, ha scattato numerose foto in via Fani subito dopo l’agguato. Il rullino risulta consegnato all’allora pm romano Luciano Infelisi, ma non si trova più. A recuperare alcune copie di quelle foto, anni dopo, sono i magistrati di Perugia che indagano sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Antonio Nirta non ha mai ammesso nulla, ma ha risposto con una frase allusiva: «Cosa volete da noi? In Italia comandano gli americani». Delfino, che dopo il caso Moro lavorò alla Nato e poi a New York, era soprannominato “l’americano”.

Altro mistero quello della moto Honda di colore blu, in via Fani, guidata da due sconosciuti che hanno sparato con un mitra. A spiegare l’accaduto ai parlamentari è stato il pm romano Antonio Marini, che ha riaperto l’indagine sui due in moto: «un cittadino mio omonimo, Alessandro Marini, che nel momento dell’agguato si trovava sul suo motorino all’incrocio di via Fani, ha visto passare una moto Honda di grossa cilindrata, da cui sono stati esplosi alcuni colpi contro di lui». Il magistrato romano sottolinea che la presenza della moto in via Fani «non è un’ipotesi, ma un fatto accertato con sentenza definitiva: «i brigatisti sono stati condannati in tutti i gradi di giudizio anche per il tentato omicidio di Alessandro Marini», ma l’identità dei due rimane ignota.

Le sedute spiritiche. A quanto risulta le ricerche del presidente della Dc passarono anche per le sedute spiritiche, più esattamente per il gioco del piattino. Romano Prodi, Mario Baldassari e Alberto Clò il 2 aprile 1978 svolsero questa seduta spirita con il piattino e lo stesso Prodi raccontò che «era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli». Le informazioni vennero prese sul serio, visto che qualche giorno dopo le dichiarazioni di Prodi fu organizzato un blitz inconcludente nel piccolo borgo di Gradoli.

L’agguato e il sequestro. Sta di fatto che, alle 10:10 del 16 marzo 1978, Valerio Morucci, uno dei brigatisti, rivendica il sequestro di Aldo Moro, effettuato circa un’ora prima: «questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia Cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate Rosse».

Aldo Moro viene rapito da un nucleo armato delle Brigate Rosse in via Mario Fani, a Roma, mentre il governo Andreotti ottiene la fiducia, formando un esecutivo interamente democristiano.

Le Br avevano preso di mira Moro perché era stato uno dei principali interlocutori del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, all’interno della Dc. Aldo Moro per i brigatisti era il degno compare di De Gasperi, «fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano». L’assassinio di Moro, il 9 maggio 1978, non fece immediatamente naufragare il patto tra Dc e Pci. Nei due anni precedenti il Pci aveva usato la strategia della “non sfiducia” per sostenere il governo democristiano di Giulio Andreotti, mantenendo viva la speranza di entrare direttamente al governo. Solo nel gennaio del 1979 il Pci decise di ritirarsi dalla maggioranza, perché l’ala conservatrice della Dc era riuscita a bloccare ogni tentativo di far entrare dei ministri comunisti al governo.

La mattina del 16 marzo 1978 muore la scorta del presidente della Dc, formata dai due carabinieri Oreste Leopardi e Domenico Ricci, e i tre poliziotti sull’auto di scorta, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Moro viene sequestrato per 55 giorni, trattenuto nella “prigione del popolo”, in un appartamento in Via Montalcini 8 e assassinato in mezzo all’immobilismo pratico più meschino. Il suo cadavere fu lasciato all’interno di una Renault 4, posteggiata in via Caetani.

11 furono i brigatisti impegnati nel sequestro, durato solo 3 minuti, dalle 9:02 alle 9:05. Mario Moretti, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Barbara Belzerani e Bruno Seghetti posizionati all’interno di due Fiat 128 e una Fiat 132, su ambo i lati di via Fani. Altri quattro brigatisti, Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli componevano il gruppo di fuoco ed erano nascosti dietro le siepi del bar Olivetti. Rita Algranati segnalò invece l’ingresso dell’auto di Aldo Moro e quella della scorta nella via, e infine Germano Maccari.

Quasi tutti condannati all’ergastolo e chi è ancora vivo continua a scontare la pena in libertà vigilata, fatta eccezione per Alessio Casimirri, fuggito in Nicaragua, è l’unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro, né per altri reati, e Alvaro Lojacono, che fuggito in Svizzera non ha mai scontato un giorno di prigione per l’omicidio Moro, non essendo stata concessa la sua estradizione in Italia.

Dopo la rivendicazione del rapimento la città e il Paese vissero una strana atmosfera di fermento statico e incredulo. Se CGIL, CISL e UIL proclamarono uno sciopero generale dalle ore 11:00 a mezzanotte e nelle fabbriche i lavoratori annunciavano scioperi spontanei, i lavoratori cassaintegrati dell’UNIDAL, che stavano manifestando, festeggiarono l’agguato, addirittura gli studenti presenti al corteo andarono a comprare dello spumante.

Alle ore 10:50 fu recapitato alla sede torinese dell’ANSA un messaggio, firmato dalla colonna brigatista Walter Alasia, con il quale i brigatisti concedevano 48 ore per organizzare lo scambio fra Moro e i loro compagni brigatisti detenuti a Torino, oltre a quelli di Azione Rivoluzionaria e i NAP, altrimenti avrebbero ucciso l’ostaggio.

Da quel momento in poi la Dc si rifiutò ostinatamente di negoziare con i brigatisti. Moro non valse uno scambio.

Parole al vento. In quei 55 giorni di prigionia, Aldo Moro scrisse 86 lettere indirizzate ai membri della Dc, con i quali tentava in prima persona di aprire una trattativa, ai famigliari, ai quotidiani e al Papa Paolo VI. Lettere che Giulio Andreotti definì “non moralmente autentiche”. Ad eccezione della moglie Eleonora, che sostenne sempre il contrario, si pensava che quanto scritto da Moro non fosse interamente spontaneo, ma controllato e suggestionato dai sequestratori.

Lo stesso Indro Montanelli criticò l’atteggiamento del prigioniero, poiché continuava ad anteporre la sua salvezza al benessere della comunità, «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato non può cercare d’indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi».

In una lettera alla moglie, pochi giorni prima di morire, ormai pienamente consapevole di quanto lo aspettasse, arreso scriveva: «Siamo ormai credo al momento conclusivo… Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione… vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della Dc con il suo assurdo e incredibile comportamento… si deve rifiutare eventuale medaglia… c’è in questo momento un’infinita tenerezza per voi… uniti nel mio ricordo vivere insieme… vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo». (Lettere alla moglie Eleonora Chiavarelli, del 5 maggio 1978).

All’interno della casta politica si giocava a palla avvelenata con la vita di Aldo Moro: continui lanci e fughe, pur di non accollarsi responsabilità che, in un modo o nell’altro, avrebbero inciso conseguenze trancianti nella storia della Repubblica italiana. Da un lato la chiusura netta e totale verso qualunque ipotetica trattativa con i brigatisti: Pci e Msi, seppur con motivazioni differenti, erano irremovibili dal fronte del no, in buona compagnia della Dc, Psdi, Pli e Pri. Dall’altro lato, il fronte possibilista, che acconsentiva alla trattativa, fra questi Bettino Craxi, i radicali, la sinistra non comunista, i cattolici progressisti e intellettuali, come Leonardo Sciascia.

Non si pensi, però, che ogni fronte godesse di coesione solida e omogenea: all’interno della stessa Dc il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, era pronto a firmare richieste di grazia per la scarcerazione dei brigatisti indicati per lo scambio, ma anche il presidente del Senato, Amintore Fanfani era propenso al dialogo. Il socialdemocratico Giuseppe Saragat differiva dalla linea negazionista del suo partito, così come Umberto Terracini per quanto riguarda il Pci.

I fascicoli riaperti. Nel 2013, Ferdinando Imposimato, giudice istruttore della vicenda del sequestro e dell’assassinio di Moro, lancia un’invettiva da brividi. «L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del segretario Nicola Lettieri. Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia».

Oltre all’indagine riaperta in seguito alle dichiarazioni di Imposimato, sul caso Moro è stato aperto un ulteriore fascicolo relativo alle dichiarazioni di due artificieri mai stati interrogati, Vitantonio Raso e Giovanni Circhetta, che spostano dalle 12:30 – orario della telefonata dei brigatisti – alle 11:00 l’ora del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, rivelando inoltre la presenza dell’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in via Caetani.

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