Un anno senza Giorgio Israel

Un anno senza Giorgio Israel

Un anno fa moriva Giorgio Israel, uno degli intellettuali più acuti e controcorrente che l’Italia abbia avuto negli ultimi decenni. Matematico e storico della matematica, al grande pubblico era però noto soprattutto per la sua battaglia a favore di una concezione umanistica della scuola e dell’Università. Battaglie di questo tipo sembrano più naturali da parte dei letterati, dei filosofi, degli storici: Israel era invece convinto che proprio chi occupava il posto delle scienze naturali e delle scienze esatte dovesse essere in prima linea. Il pericolo è infatti quello di uno stravolgimento dello spirito della scienza. I più pericolosi nemici della scienza, argomentava, sono coloro che ne assolutizzano il valore, che la confondono con il materialismo, che la sottomettono ad interessi puramente pratici ed economici. È essenziale invece che le scienze vengano comprese come strumenti per la comprensione del mondo e dell’uomo, in ciò ritrovando il loro legame inseparabile con il sapere umanistico. Ed è così che lui, matematico, fu una delle voci più forti in difesa del Liceo classico (con una qualche esagerazione sosteneva che la morte del Liceo classico sarebbe la morte della scuola italiana), e lui matematico fu tra i coautori dei programmi liceali di matematica che spiccano tra quelli consimili per attenzione agli aspetti epistemologici e in ultima analisi filosofici della disciplina. (Non altrettanto bene gli andò per i programmi della scuola primaria e secondaria inferiore: la commissione in cui egli era e che vi lavorava venne sciolta senza spiegazioni e sostituita da una che partorì la curiosa definizione della matematica, in cui ovviamente nessun matematico si riconoscerebbe, come materia che serve per sviluppare «le capacità di mettere in stretto rapporto il “pensare” e il “fare”» e dare «strumenti per affrontare problemi utili nella vita quotidiana».)

Lo spazio lasciato libero da quel sapere che è contemporaneamente scientifico e umanistico Israel lo vedeva occupato da due cose: in primo luogo una pedagogia degenerata, preoccupata solo di elaborare il suo gergo e con la presunzione di dare indicazioni di metodo a tutte le discipline senza conoscerne e capirne nulla dei contenuti, o capendone troppo poco; in secondo luogo, e peggio, dall’economia, alla quale affidare (magari sotto l’orrida parola d’ordine della «meritocrazia») il ruolo taumaturgico di risollevazione delle sorti dell’istruzione in Italia. In occasione dei famosi test Invalsi, la voce di Giorgio Israel, che era tutt’altro che contrario alla serietà della scuola e della valutazione, era schierata a prima vista stranamente dalla parte dei critici più accesi: pretendere di tradurre in una «misura» ricavata da test i risultati raggiunti in materia complesse, in cui spesso il valore più importante è la creatività, gli appariva come un’assurdità ed uno degli abusi peggiori dei numeri. A chi continuava a rivendicare l’importanza di «misure oggettive» replicava chiedendone quale fosse in questo caso l’unità di misura: ovviamente la risposta non arrivò mai.

Un campo nel quale l’abbandono dello spirito umanistico nella scuola gli appariva particolarmente pericoloso era quello dei cosiddetti DSA, cioè dei «Disturbi specifici dell’apprendimento», teorizzati per analogia con la dislessia. Giorgio Israel credeva che fosse un errore clamoroso trasformare i problemi dell’insegnamento in patologie da curare. Perlomeno nel caso della matematica, che conosceva fin troppo bene, non aveva dubbi: la «discalculia» non esiste, è una patologia immaginaria. Se un bambino sente «duemilatrecentocinque» e scrive «20003005» non è un malato, è semplicemente un bambino a cui è stato spiegato male, o che non ha ancora capito, il sistema posizionale, e dunque scrive correttissimamente come un antico romano (MMCCCV), mettendo in fila i numeri che esprimono le diverse potenze di dieci. Tutto ciò, sosteneva Israel, non ha proprio nulla a che fare con una malattia da curare, con certificazioni e con esperti di cura della discalculia: ha a che fare soltanto con quella cosa antica e difficile che è l’insegnamento. E, tanto per non lasciare adito all’accusa di essere buono solo a criticare, fu autore insieme ad Ana Millán Gasca di Pensare in matematica, uno dei più interessanti libri recenti sulla didattica della matematica nella scuola primaria.

La voce di Giorgio Israel era destinata a dividere e appariva a molti insopportabile e retrograda. Con lui ebbi parecchi scambi di email. In genere mi rimproverava di essere troppo buono e di apparirgli troppo ottimista, a lui che non vedeva alcuna prospettiva di miglioramento né per la scuola né per l’Università: «Tuttavia battersi è un dovere, se non altro per lasciare una testimonianza che, tra qualche generazione, verrà disseppellita». Pochi mesi prima della sua morte il quotidiano sul quale spesso scriveva lo estromise, sostituendolo per le faccende dell’educazione con un celebre opinionista brillante sì, ma che qualche tempo prima era stato sorpreso a inventare nel suo curriculum titoli accademici mai conseguiti. Inutile dire che Israel lo considerò un affronto e dichiarò di cessare ogni suo intervento sulla stampa. Se si formulassero riguardo a lui le consuete domande sul maggior difetto e sul maggior pregio, alla prima bisognerebbe sicuramente rispondere: il suo stile polemico, che spesso rendeva i suoi interventi diretti e durissimi, così lontani da quel dialogo e anche da quel compromesso che talvolta sono necessari nelle cose umane. Forse il suo maggior pregio era invece il fatto che nelle sue polemiche aveva sempre ragione.

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