GABRIELLA FERRI: la romanina che Fellini definì “un pagliaccio di razza”

GABRIELLA  FERRI: la romanina che Fellini definì “un pagliaccio di razza”
Gabriella Ferri

3 aprile 2004 – Dodici anni fa ci lasciò Gabriella Ferri e sembra ieri. Se n’è andata senza il nostro lasciapassare, fedele alla sua voglia di indipendenza, anche quella di scappare da se stessa. Il suo era un modo anticonvenzionale di essere che nessuno le aveva imposto, qualcosa che le veniva da dentro per sua natura, fuori dal rischio di omologarsi a un certo stereotipo artistico che finisce per diventare conformismo. Lei mise in gioco soltanto la sua romanità e la cantava con l’interpretazione della sua anima.
In realtà, “ non era una persona che il successo lo cercava , ma era il successo a correrle dietro”, disse una volta l’unico figlio Seva jr., che lei amava “visceralmente” pur non essendo, come dire, una madre stanziale.

Quello storico autobus 85

Nel ricordare Gabriella Ferri, ci viene subito in mente l’inizio degli anni ’60, quando la incontravamo sul quello storico autobus n. 85 che allora faceva capolinea a Piazza S. Silvestro, oggi divenuta area pedonale. Quando salivamo su quell’autobus nei giorni di lavoro, all’altezza di Via Taranto nel quartiere S. Giovanni, lei si faceva notare fra tutte: la frangettona bionda fin sugli occhi bistrati ( che, neanche a dirlo, è il look oggi preferito dalle ‘giovani figlie in fiore’ fino alle signore dal ‘fiore ormai sfiorito’), la sua pelle chiara, diafana, la figurina sottile. A distanza di tanti anni, ci restano vividi nella memoria solo dei flash e cioè i suoi giubbini di pelle dai colori accesi. Poi, quando scendevamo al capolinea di Piazza S.Silvestro, lei si era già volatilizzata.

Come venimmo a sapere molto più tardi, lavorava a quel momento come commessa da “Roland’s”, l’esclusivo negozio di abbigliamento sportivo, noto per i suoi capi in pelle, che dalla sede centrale in Piazza Fontana di Trevi aveva la sua succursale a Piazza di Spagna, a due passi da S. Silvestro. E comprendemmo perché scomparisse dalla nostra vista, in quanto, una volta scese dall’autobus, prendevamo due strade completamente opposte.
Liberatori anni ‘60, quando le ragazze si spogliavano dei vestitini scampanati con la vita da vespa e le scollature “a barchetta”, confezionati dalla scrupolosa sartina di quartiere, per scoprire una diversa ed energica femminilità nell’abito a sacco o a trapezio, nell’asciutta geometria di quel “casual” che dalle minigonne di Mary Quant e André Courrèges iniziava la sua corsa verso il pret-à-porter, l’ineluttabile industrializzazione della moda.

Incontri ravvicinati

Accadde poi, verso gli anni ‘70, che avemmo modo di incontrare la Ferri a quattr’occhi, di parlarci in occasione di qualche evento artistico. E capimmo che si trattava di una donna che cercava se stessa nel prossimo più prossimo, rispecchiarsi in coloro che sentiva più simili a sé, alla ricerca di piccoli e brevi punti fermi che equilibrassero le sue voglie di fuga, le sue fragilità esistenziali. Cara, amabile Gabriella… sono quegli incontri fuggevoli che non si dimenticano, quei particolari allora insignificanti nella frettolosità giovanile, ma che acquistano una diversa luce proiettati nel tempo, quando ci si sofferma alla ricerca delle nostre e altrui verità del passato.

Cantautrice ante litteram

Riproporre una biografia risulta sempre un’operazione piuttosto noiosa e ripetitiva, un elenco di date ed eventi che di Gabriella Ferri ormai tutti conoscono, o almeno coloro che hanno vissuto il suo tempo. I giovanissimi, quelli che non buttano il ‘cuore’ nel cestino, si ritroveranno nelle sue canzoni evergreen riportate su You Tube. Cerchiamo così di estrapolare in modo essenziale quanto appare dalla narrazione del suo vissuto.
Era cresciuta in una famiglia di modeste condizioni, come tante in Italia che stavano vivendo le intemperie dell’ultima guerra, ma tanto ricca di affettività reciproche e gioia di vivere. La Ferri nacque appunto nel 1942 a Testaccio, il popolare quartiere romano confinante con Trastevere, una mamma casalinga dalle fattezze assai delicate, non comuni, e un padre dal mestiere di ambulante, che Gabriella accompagnava nel suo girovagare tra i mercatini. Papà Vittorio era in verità un padre-padrone, gelosissimo delle due figlie femmine, assai avvenenti.
Sebbene si sia sempre parlato della conflittualità col padre, in realtà per Gabriella la figura paterna ha avuto lungo tutta la sua vita un ruolo predominante. Quest’uomo, capelli ed occhi chiari, le guance scavate alla Eduardo De Filippo e sempre abbronzato per l’assidua esposizione al sole sui barconi del Lungotevere (sicuramente un po’ narciso), nutriva delle precise ambizioni artistiche, scriveva testi di musica ed era noto nel quartiere come provetto ballerino. E quando Gabriella decise di andarsene a vivere per conto suo, nell’irrefrenabile desiderio di autonomia, non mancò di mettere nella sua valigia tutti i testi delle canzoni scritte dal padre, che seppe elaborare quando con la sua fedele chitarra iniziò la carriera di cantautrice. Fu infatti una delle prime, se non la prima cantautrice italiana, che dai primordi nel duo con l’amica Luisa De Santis, figlia del regista De Santis, spiccò il volo verso altri orizzonti artistici.

Autodidatta

Aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare, ma seppe costruirsi una sorprendente cultura da autodidatta, tuffandosi con la sua intelligente curiosità nell’assidua lettura di tanti libri, fra i quali anche testi di filosofia. I suoi viaggi, le sue esperienze umane compirono il resto molto più che uno specifico diploma, spesso limitante. Sapeva dipingere benissimo e certi autoritratti schizzati a carboncino denotano una non comune capacità di introspezione di stampo espressionista, dovuta allo studio anche della storia dell’arte.
Era una mente eclettica, che nelle composizioni musicali seppe spaziare in tutti gli stili, dal folk al rock, una Gabriella Ferri non solo squisitamente romana, il cui successo a livello internazionale esplode nei fortunati anni ’70. E’ la cantante-attrice che dal teatro Bagaglino di Roma vola in Sud America dove, nel corso di una tournée, conosce il russo Seva Borzak, presidente della RCA di Caracas, e lo sposa in seconde nozze. E’ un amore vero, un sentimento dal quale nasce il bellissimo figlio Seva jr. e che li terrà uniti per il resto della vita, ma che purtroppo, e per ragioni non chiaramente divulgate fuori dalla cerchia familiare, non le dette la forza di fuggire dai suoi smarrimenti.

Un “pagliaccio di razza”

Gabriella Ferri
Gabriella Ferri

Così disse Fellini di lei nella sua estemporanea interpretazione di “Zazà”. Vestita in frac, con il papillon e una bombetta alla Charlot, se ne andava in giro sullo squallido cemento di una tangenziale, quella di Roma, in cerca dell’amore perduto. “Dove sta Zazà, uh Maronna mia,…. come fa Zazà senza Isaia…..”. E’ la struggente esternazione di se stessa, un canto tra il parlato e l’urlato, fatto di chiaroscuri vocali e strumentali, come fosse la ricostruzione della sua esistenza sempre alla ricerca di qualcosa di non ben definito.
Forse qualcosa di già spezzato in lei fin dalla morte del padre che lei soffrì moltissimo, perché moriva una parte di sé, la sua genesi artistica. Qualcosa che si compì a soli 62 anni, sulla finestra di quella casa a Corchiano vicino Viterbo, dove si era ritirata. Un malore dovuto ai farmaci contro la depressione che l’affliggeva da anni?
E nessuno sa dire con sicurezza cosa accadde in quel giorno dei primi di aprile, quando forse, sporgendosi un po’ troppo da quella finestra, voleva guardare, là sotto, i mandorli già fioriti di primavera.

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