Lettera a Norman Zarcone, universitario suicida nel 13 settembre 2010

Lettera a Norman Zarcone, universitario suicida nel 13 settembre 2010

Quella mattina ti sei svegliato presto, probabilmente come sempre, per recarti nella tua Università, magari dopo l’ennesima giornata tra libri e pensieri, lezioni ad orari improponibili, esoneri, esami, ancora esoneri, e altri esami, e poi quei laboratori alle nove di sera che torni stanco morto e non hai voglia nemmeno di mangiare, e la mattina si ricomincia, mezzi pubblici in ritardo, libri e pensieri e lezioni e professori assenti e file per i documenti, visto che i siti online non funzionano mai.

E’ una vita a cui, vuoi o non vuoi, finisci per abituarti molto presto, lo so. Ti piace, perfino, perchè l’hai scelta tu, ti senti padrone del tuo futuro e in grado di affrontare qualsiasi cosa. Anche se gli altri ti deridono con frasi come: “Invece di lavorare, studi… bell’occupazione!” -come se l’Università fosse “meno” di un qualsiasi diverso incarico – a te non importa e tieni duro, andando avanti a testa alta perché è stata una tua scelta e, se non dovessi riuscire a laurearti, dovrai dare meriti e colpe solo a te.

Ma tu sei arrivato ad un punto in cui quel futuro che sognavi probabilmente non l’hai visto più. Hai guardato dentro di te e ci hai trovato solo una grande voragine, un enorme buco nero, e ti sei sentito nessuno –e neanche un solo studente dovrebbe mai sentirsi così-  perché la tua laurea in Lettere e Filosofia, con un dottorato di ricerca ancora in corso, non serve assolutamente a nulla. E allora ti sei acceso una sigaretta, sei salito al settimo piano della tua Facoltà, hai guardato ancora la tua bella Palermo per l’ultima volta, e ti sei lasciato cadere nel vuoto, nella tua voragine. Perché i sogni, a 27 anni, non ti bastavano più, vero Norman? Perché volevi sposarti, mettere su famiglia, lavorare, mantenerti da te senza dover chiedere i soldi a mamma e papà.

“La libertà di pensare è anche la libertà di morire. Mi attende una nuova scoperta anche se non potrò commentarla”, è quello che hai scritto in un biglietto lasciato per tuo padre, che ti ha difeso accusando lo Stato di averti ucciso. Perché la tua malattia era solo una: sognare. Sognare che un giorno anche una laurea come quella in Filosofia potesse permetterti di guadagnare tanto quanto un chimico nucleare o che so io; sognare che le tue parole, le tue idee, la tua etica e i tuoi filosofi un giorno sarebbero stati riconosciuti dall’Italia alla stessa altezza di un nuovo telefono cellulare inventato dal più bravo ingegnere elettronico di tutti gli atenei del mondo.

Pochi mesi fa, circa lo stesso giorno, un tuo collega più giovane ti ha seguito: aveva 19 anni. Anche lui è volato giù dallo stesso posto, nella stessa città, forse per gli stessi motivi. E anche lui, di questo ne sono certa, è stato ucciso dalla stessa malattia e dallo stesso Stato. Uno Stato che parla solamente un linguaggio che tu, filosofo della comunicazione, ti sei sempre sforzato di capire senza riuscirci mai: quello del guadagno delle banche.

Ti hanno dedicato anche una canzone, lo sai? Si chiama proprio “Norman” dei Menagement del dolore post-operatorio. Gruppo buffo, ma meritevole di un’occhiata. Sono stati bravi con le parole, forse molto più di me che ti scrivo nell’atrio della Facoltà di Lettere de La Sapienza di Roma e non posso fare a meno di pensare che ce ne saranno tanti altri come te ancora. Ma tutti noi che restiamo, ti prometto, che continueremo a lottare e a sognare anche per tutti voi.

Una tra le tante studentesse di Lettere

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