«I have a dream», il sogno di Martin Luther King che cambiò la Storia

«I have a dream», il sogno di Martin Luther King che cambiò la Storia

 «I have a dream», questa frase dipinge immediatamente una pagina importante nella Storia dell’umanità che porta la firma di Martin Luther King, leader nella difesa dei diritti civili attraverso la resistenza non violenta, soprattutto per combattere ogni forma di pregiudizio razziale.

È il 28 agosto 1963 quando Martin Luther King pronuncia queste parole davanti al Lincoln Memorial di Washington gremito all’inverosimile da una fiume di persone che hanno partecipato ad una marcia di protesta per lavoro e libertà: «Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Ho un sogno, oggi!». Da allora sono passati cinquantadue anni, un passato remoto dal quale sono nati i primi passi che hanno portato, ai giorni nostri, all’elezione del primo Presidente americano di colore.

Diciassette minuti – questa la durata del discorso – impressi nelle coscienze di allora e indelebili nelle coscienze di oggi: «Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”».

La grandezza di questo discorso sta nella grandezza di un uomo e della sua lotta contro il razzismo e la segregazione razziale. E la potenza di queste parole nasce dall’assoluta verità di un messaggio condotto in larga parte a braccio. Immaginatevi un uomo davanti a duecentocinquantamila persone che ad un certo punto mette da parte i fogli e sceglie di puntare lo sguardo davanti a sé e di dare voce al proprio cuore, con il rischio che l’improvvisazione comporta. Una spontaneità che non solo fu vincente quel lontano 28 agosto, ma che incise definitivamente e a caratteri cubitali quel momento nella memoria collettiva delle generazioni a seguire.

Colpisce come il messaggio di Martin Luther King sia indirizzato alla sua gente, come la chiama lui, esortandola a non macchiarsi di azioni ingiuste: «Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima».

Parole che fanno riflettere, che andrebbero rilette soprattutto per il sapore di universalità e fratellanza del genere umano che ai giorni nostri sembra smarrirsi sempre più in un genere disumano: «Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli». Che il sogno continui.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook