5 marzo 1950, E. L. Masters moriva in miseria e solitudine

5 marzo 1950, E. L. Masters moriva in miseria e solitudine

 Il 5 marzo del 1950 moriva a Melrose Park, in Pannsylvania, Edgar Lee Masters, autore dell’Antologia di Spoon River. Un’opera che prende ispirazione dagli epigrammi sepolcrali greci e dall’Elegia su un cimitero di campagna di Thomas Gray ma poi vola con le proprie ali, diventando punto di riferimento della poesia del ‘900 grazie ad uno sguardo unico ed umano che dipinge alla perfezione la provincia americana a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento.

Fabrizio De André trasforma in musica la meraviglia di queste poesie, seguendo la traduzione italiana della sua amica Fernanda Pivano, nel suo album Non al denaro non all’amore né al cielo del 1971, e se ne trova traccia anche in Canzone per Piero e Sull’amicizia di Francesco Guccini.

Fernanda Pivano rende bene con queste parole l’universale grandezza di questa opera: «Era superproibito quel libro in italia. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare […], e mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».

Il successo dell’Antologia di Spoon River purtroppo non viene replicato dalle opere successive ed il destino vede Edgar Lee Masters trascorrere gli ultimi anni della sua vita tra le difficoltà economiche sempre crescenti che lo obbligano a chiedere aiuto ad amici, per morire infine a causa di una polmonite, definitivamente in miseria e dimenticato; solamente una decina di anni dopo la sua morte verrà riscoperto e celebrato a livello mondiale .

L’Antologia di Spoon River inizia presentando alcuni dei personaggi tumulati nel camposanto sulla collina:

«Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.»
L’informale familiarità di questo cominciare in forma interrogativa impregna tutta l’opera, trasformando un luogo di morte in un prolungamento della vita stessa; ansie, domande e questioni irrisolte che continuano in un dialogo ultraterreno.

Solo il suonatore Jones viene chiamato per nome fra quanti popolano la collina, e non è un caso che proprio lui sia l’unico a dire d’aver vissuto una vita lunga, serena e senza rimpianti, rivelando che l’unico modo per dare un senso alla precarietà della vita sia una profonda disponibilità alle infinite possibilità di viverla:

«La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente scopre che sai suonare,
ebbene, suonare ti tocca per tutta la vita.
Che cosa vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato da attraversare per arrivare al fiume?
Il vento è nel granturco; tu ti freghi le mani
per i buoi ora pronti per il mercato;
oppure senti il fruscio delle gonne.
Come le ragazze quando ballano nel Boschetto.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un vortice di foglie significavano disastrosa siccità;
Per me somigliavano a Sammy Testarossa
che danzava al motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare i miei quaranta acri
per non parlare di acquistarne altri,
con una ridda di corni, fagotti e ottavini
agitata nella mia testa da corvi e pettirossi
e il cigolìo di un mulino a vento – solo questo?
E io non iniziai mai ad arare in vita mia
senza che qualcuno si fermasse per strada
e mi portasse via per un ballo o un picnic.
Finii con quaranta acri;
finii con una viola rotta –
e una risata spezzata, e mille ricordi,
e nemmeno un rimpianto.»

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