Buon compleanno, Pier Paolo!

Buon compleanno, Pier Paolo!

Nx232xl43-pasolini-121102163638_medium_jpg_pagespeed_ic__Kc5v__qcJOggi, 5 marzo, il grande Pasolini avrebbe compiuto 93 anni, se qualcuno non avesse deciso di spegnere la sua sfavillante stella. Al di là della insensatezza del fato, come la scomparsa di un uomo che, solo scrivendo, “ha aumentato la gioia di vivere su questa terra”, qui si vuole celebrare la sua poetica e ricordare la sua multiforme e ricca produzione in un breve profilo, che stimoli qualche lettore attento a rincorrere quest’uomo tra i versi, i libri, le immagini che ha lasciato di sé. Un’esistenza tormentata quella di Pasolini, confusa, intimamente sofferta, ma estremamente prolifica, che lo ha portato a confrontarsi con la poesia, la narrativa, il giornalismo, il cinema, il teatro e, di volta in volta, a distinguersi per profondità e talento in ciascuna di queste arti.

La tappa iniziale del viaggio interiore del poeta è da rintracciare sicuramente nel soggiorno che, da ragazzo, fece nel paese della madre, vissuto come un Eden incontaminato, che spesso ritornerà nei suoi lavori e verrà ad identificarsi simbolicamente con la sua stessa giovinezza. E’ così che scoprirà il suo duplice dissidio: da un lato, una spaccatura fra il mondo contadino e primigenio e la società moderna e svuotata, dall’altro, il suo anelato bisogno di vitalità e l’impossibilità di esplicarlo del tutto. Questa impossibilità, ossia questo radicato timore del suo “amore sacrilego” notoriamente omosessuale, prende forma all’interno della raccolta “L’usignolo della Chiesa cattolica”, in cui è evidente la necessità che “l’Occhio di Dio” ritorni su di lui. Questi, però, sono anche gli anni in cui gli scrittori italiani avvertono l’influenza delle teorie di sinistra, e Pasolini non è da meno. Tuttavia, da buon intellettuale “eretico”, Pasolini scriverà ne “Le ceneri di Gramsci”, rivolgendosi proprio al politico: “Con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”. I versi si comprendono se si considera che il marxismo fu per lui uno stimolo alla vita civile, ma mai un’ideologia condivisa totalmente. Il poeta è colpito sì dal popolo, ma dalla sua “naturale allegria”, non dalle sue lotte. Se si volesse parlare di –ismi, si potrebbe individuare una tensione tra marxismo e irrazionalismo vitalistico, ma è da puntualizzare che, come tutti gli –ismi, questi sono validi purché non se ne abusi, affibbiandoli di qua e di là come etichette che spieghino la complessità di un poeta come Pasolini.

Questa contraddizione è ancora evidente nelle opere narrative “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”. Nel primo romanzo emerge quella che superficialmente sembrerebbe una semplicistica passione per l’orrido, per ciò che di turpe si annida nel sottoproletariato delle borgate romane, col suo decadimento morale e materiale, ma, in realtà, come meglio può essere osservato nel secondo, il populismo dello scrittore – poiché di questo si parla – è più interessato a mostrare la “spontanea apertura solidaristica” alla base di queste classi socialmente disadattate, e non il loro gratuito imbruttimento. Che forse non è neanche così gratuito, visto il tentativo del “nuovo fascismo consumistico” di “omologazione brutalmente totalitaria del mondo”, che cancella ogni differenza etnica e nega ogni libertà. E’ per questo che il sottoproletariato si prospetta come la negazione oggettiva dei valori borghesi, perlomeno fino agli anni Sessanta …

Con l’avvento del boom economico, Pasolini vede il suo timore concretizzarsi: anche l’ultimo baluardo contro l’appiattimento sociale e culturale viene meno e addirittura il sottoproletariato viene asservito ai voleri del “Palazzo”, diventando un ulteriore universo piccolo borghese. Il genio disilluso dell’intellettuale, visto l’evidente fallimento storico della letteratura, si rivolge verso forme di espressione e comunicazione di massa, come il cinema e il giornale, dopo essere passato negli anni 55-59 per l’esperienza della rivista letteraria “L’Officina”. A disposizione dei nostalgici i saggi e gli articoli di questo periodo nelle raccolte “Empirismo eretico”, “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, in cui Pasolini intraprende una violenta critica nei confronti della società neocapitalistica, della casta e dell’omologazione modernizzante. Come si diceva sopra, lo scrittore torna a vagheggiare quel mondo incontaminato, contadino, vitale nella sua povertà. Questo “anticapitalismo romantico” è rappresentato anche dalla rinnovata simpatia che da questo momento Pasolini inizia a nutrire per “i dannati della terra”, gli abitanti del Terzo Mondo ancora salvi dalla corruzione. Disilluso e smarrito, il residuo di poeta che si annida in lui si cimenta, ancora per un’ultima volta, nella composizione di “Poesie in forma di rosa” e “Trasumanar e organizzar”, in cui anche la poesia ormai assurge ad una funzione prettamente pratica, e si avvicina alla forma della discussione e della polemica.

Infine, siamo giunti a Pasolini regista, che esordisce con “Accattone” e “Mamma Roma”, in un certo senso, la continuazione e il superamento delle tematiche dei romanzi: il mondo è sempre lo stesso, ma è molto più nitida la tragicità che lo intrappola. Assistiamo alla ripresa della lezione del Neorealismo, superata però da una mediazione fortemente culturale (si pensi all’impiego della musica colta, o il rimando alla pittura rinascimentale). Anche altre tematiche ritornano, come la religiosità (Il Vangelo secondo Matteo), la protesta civile e il marxismo (Uccellacci e Uccellini). E poi novità parziali come la “de-storicizzazione e universalità” del mito (Edipo re e Medea), nonché l’amore e la morte sempre compresenti e insiti nella vita di ogni individuo (La trilogia di vita) e la sessualità. Il cinema di Pasolini è un fenomeno talmente complesso e problematico che di certo non potrebbe essere trattato in poche righe, per cui ci si limita a dei rimandi, o dei suggerimenti, affinché qualunque curioso si lasci catturare individualmente e intimamente dal genio di un uomo che ha caratterizzato il lascito culturale di metà secolo, e consenta a lui stesso di impartirgli una lezione veramente duratura, obiettivo che mai si sarebbe potuto raggiungere con un resoconto così poco ambizioso come questo.

Antonio Pandolfi

5 marzo 2015

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