28 gennaio 1986, Space Shuttle Challenger: 73 secondi di volo e 2 minuti e 45 secondi di ossigeno

28 gennaio 1986, Space Shuttle Challenger: 73 secondi di volo e 2 minuti e 45 secondi di ossigeno

 Space Shuttle ChallengerIl disastro dello Space Shuttle Challenger avvenne di mattina. Un lancio in programma per il 23 gennaio e rimandato più volte per cause diverse. Anche lo stesso giorno ci fu un ritardo di due ore per il malfunzionamento di un sistema antincendio durante il rifornimento di idrogeno liquido. Poi finalmente alle 11:38 il decollo si avvia verso la normale sequenza di operazioni necessarie per il lancio.
A bordo l’equipaggio era composto da sette persone, uomini e donne che in quel momento vedevano concretizzarsi tutto il lavoro e la preparazione necessari per una missione spaziale: Dick Scobee, comandante, Michael J. Smith, pilota al primo volo, Judith Resnik, Ellison Onizuka e Ronald McNair, specialisti di missione, Greg Jarvis e Christa McAuliffe, specialisti del carico. Quest’ultima era stata selezionata come prima insegnante in un programma spaziale e avrebbe dovuto tenere una lezione di scienze direttamente dallo spazio.
Un volo brevissimo che, purtroppo, alle 11:39 era già terminato. Una missione fino a quel momento quasi ignorata, solo la CNN era collegata in diretta. Ma quando lo Shuttle venne disintegrato dopo soli 73 secondi di ascesa, questo lancio entrò nella Storia.

Un’impressionante sequenza di pochi secondi che, a causa di un’anomalia ad una guarnizione, la O-ring, nel segmento inferiore del razzo a propellente solido, portò alla disintegrazione del serbatoio esterno mentre il Challenger viaggiava a Mach 1.92 a 14.000 metri di altezza.
È immediato l’effetto disintegrante delle forze aerodinamiche che riduce in pezzi lo Shuttle, trasformandolo in relitti da recuperare nell’Oceano Atlantico.
Complice una sfortunata catena di eventi: la bassa temperatura che aveva trasformato la guarnizione O-ring in un anello rigido inadeguato a contenere una perdita di gas, ed il forte wind shear, con raffiche di vento potentissime che hanno spaccato il tappo di ossido che aveva comunque bloccato la fuoriuscita. Quindi non un’eplosione come inizialmente si era pensato guardando il vapore bianco che avvolgeva la navetta, ma uno smembramento in varie parti, con la cabina dell’equipaggio a staccarsi integra per proseguire per 25 secondi come un proiettile lungo una traiettoria balistica, prima di iniziare la sua discesa definitiva.
«Uh-oh» le ultime parole dette dal pilota Michael J. Smith, poi più nulla.

Il rapporto Kerwin ha fatto luce su questi 2 minuti e quarantacinque secondi dal distacco allo schianto nel mare. Le indagini portano a credere che i sette membri dell’equipaggio fossero tutti vivi ma forse incoscienti al momento dell’impatto: «The crew possibly but not certanly lost consciousness». La cabina, progettata per per resistere anche a quelle condizioni estreme, venne recuperata il 7 marzo, insieme ad altre 14 tonnellate (meno della metà della massa dello Shuttle) di detriti sparsi su un’area di 1600 chilometri quadrati. Una volta recuperato il relitto della cabina, i tecnici accertarono che erano stati attivati tre dei setti respiratori di emergenza, con un consumo di ossigeno compatibile con i 2 minuti e 45 secondi, e che erano stati mossi intenzionalmente alcuni interruttori della plancia del pilota Smith. Probabili ultimi istanti di vita cancellati definitivamente dall’impatto a 333 km/h con la superficie oceanica.
In seguito a questo incidente ci fu uno stop di due anni per i voli nello spazio con equipaggio, ripresi con la «Missione Ritorno al volo» e il lancio dello Space Shuttle Discovery del 29 settembre 1988.

Ne Se il Sole muore la Fallaci faceva dire a suo padre: «La sola idea mi riempie di grande fastidio. Andar sulla Luna a che serve?», e le immagini del disastro trasmesse a ripetizione quel giorno facevano serpeggiare la stessa domanda di fondo: «Perché rischiare la vita per andare nello spazio?».
La Fallaci una risposta la trova negli uomini, che sono davvero grandi, nel mondo che restava una lunga promessa e nel cielo che donava tante case accese, perché i conti si fanno con la Vita, lei che voleva «vivere, vivere, vivere». Solo «accettando la vita si accetta la morte e la morte bisogna accettarla comunque essa venga, la morte fa parte della vita, la morte è il prezzo con cui si paga la vita», e «se la Terra muore, e se il Sole muore, noi vivremo lassù. Costi quel che costi».

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook