11 gennaio 1999, muore Faber ma le sue canzoni restano

11 gennaio 1999, muore Faber ma le sue canzoni restano

MOSTRA di SETTEMBRE: Mimmo Dabbrescia - FABERQuando il 13 gennaio una folla di oltre diecimila persone invade Genova e la Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano per i funerali di Fabrizio De André, il suo amico Paolo Villaggio dice che «io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti non l’avrei mai avuto e a lui l’avrei detto. Gli avrei detto: “Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale”».

Eppure Faber (un soprannome datogli proprio da Villaggio, suo amico d’infanzia) in un’intervista fatta nel 1969, quando di anni ne aveva ventotto e solo da un paio d’anni era in vetta alle classifiche italiane, diceva che le sue canzoni non sarebbero durate: «Tra dieci anni le mie canzoni non esistono più nemmeno nella memoria». Lui che pensava di non essere né un poeta né un filosofo, ma solo «uno che a dodici anni parlava francese in casa con suo padre e a diciotto avevo letto quasi tutti i poeti francesi. A diciotto mi sono iscritto all’Università, facoltà di Lettere, solo perché era la facoltà, qui a Genova, con il maggior numero di ragazze, poi ho fatto due anni di Medicina e uno di Legge, senza concludere niente. All’Università, e anche prima, al liceo, scrivevo poesie. Cantavo i fianchi delle mie compagne di scuola, niente di serio. Ma lessi Croce, l’Estetica, dove dice a tutti che gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta o è un cretino. Io poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante».

È bello rileggere queste parole sapendo che le canzoni sono rimaste, che lui scegliendo di fare il cantante ha percorso la strada che l’ha reso anche poeta e filosofo. Già in quella intervista al suo nome «non affatto popolare» veniva associata una capacità di scrittura irripetibile, la caratteristica di cantare canzoni difficili e letterarie, un innato talento di proporre versi irripetibili; che siano parolone o parolacce ad esservi contenute non importa, era sin da allora un «personaggio destinato a popolarità sicura, grati per i suoi versi e la musica più difficili che mai abbia avuto la canzone italiana». Questo è stato l’inizio di Fabrizio, un mistero racchiuso in una musica che conquistava, «faceva piangere», nonostante fossero pochi i passi orecchiabili; ascoltare una sua canzone era come fare un’indigestione di poesia, un fascino che riusciva a catturare una parte importante del pubblico italiano e che arrivava a regalare cinquantamila copie vendute al suo 33 giri.

Nato da una famiglia «peggio che borghese, addirittura mezza nobile con infiltrazioni sabaude», figlio dell’Amministratore Delegato e poi Presidente dell’Eridania, uno dei più importanti imperi economici del tempo in Europa, fa uscire sin dall’inizio questa sua anima schiva, che lo faceva stare «impalato e impaurito» davanti a quel pubblico del quale aveva quasi timore perché davanti ad una folla un cantante con la sua chitarra deve essere capace di fare spettacolo. Ma lui non era fatto così come non era fatto per la pubblicità, il successo non l’aveva raggiunto in quel modo; c’era riuscito con dieci anni di lavoro nascosto, clandestino, con i primi dischi venduti sottobanco. Un passaparola tra amici, scoperto magari per caso, nei fondi di magazzino e poi consigliato perché ritenuto una «finezza». Ma Faber ti sbatteva in faccia che la sua non era finezza, per niente, con le sue prime canzoni scritte, ad essere più un «divertimento goliardico zeppo di irriverenze che altro», a diventare celebri anni dopo, con De André a chiedersi se la celebrità fosse dovuta ad aver cantato per primo la parola «puttana», al suo tono di voce o a questa sua lunga clandestinità intrisa di un po’ di tutto il resto, magari anche con qualche dote. Lui stesso era sorpreso di come all’improvviso questa clandestinità si fosse trasformata in successo, con i suoi dischi in testa alle classifiche senza una ragione apparente. Era cosciente che il successo era legato ad un personaggio, e «questo personaggio, Dio sa come, sono io. Provi un altro, uno qualsiasi, uno sconosciuto a presentarsi ad un editore con testi e musiche di canzoni come le mie: lo sbatterebbero fuori a calci. Lo piglierebbero per matto». Parole incise come i solchi di un vinile, sembra di sentire la sua voce calda, con una melodia malsana che ti afferra da dentro, mentre dice che «le mie canzoni prese singolarmente, una per una, come le può offrire lo spazio ridotto del 45 giri, lì per lì piacciono magari, ma dal momento che non si capiscono immediatamente non soddisfano. Tutte insieme danno l’idea di un unico discorso, costringono la gente a pensare, a chiedersi: ma che cosa diavolo vuol dire questo Fabrizio De André?».

Aveva ventotto anni, ma in quei ventotto anni c’era tutto l’Uomo che lui era e sarebbe stato: «C’è, in ogni uomo, una carica di aggressività feroce senza la quale l’uomo non è più uomo. Di quest’aggressività non possiamo fare a meno senza castraci. Come difenderci allora? Con la pietà, con tanta pietà».

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