Vassily Kandinsky, pittore a trent’anni

Vassily Kandinsky, pittore a trent’anni

«La possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi», così scriveva Vassily Kandinsky in «Punto, linea, superficie», lo scritto basato sui corsi tenuti al Bauhaus dal 1922. Ma quale è stata l’origine di questo «diventare attivi» e «pulsare» del pittore russo nato il 16 dicembre 1866, considerato il creatore della pittura astratta? Pur avendo trascorso l’infanzia e la prima giovinezza ad Odessa, le radici di Kandinsky sono a Mosca, città che rappresenta la perfetta fusione tra suono e colore, che «si fonde in questo sole, in una macchia che mette in vibrazione il nostro intimo, l’anima intera come una tuba impazzita». È all’Università di Mosca che studia Economia e Giurisprudenza, pronto ad avviarsi ad una carriera di studioso del Diritto.

Dentro però da sempre ha un sogno, quello della pittura. Un sogno che per diventare vocazione aspettava solo una rivelazione. Questa rivelazione arriva quando Kandinsky ha quasi trent’anni. Siamo nel 1915 e Vassily va alla mostra degli impressionisti che si tiene a Mosca. Qui si trova davanti i «Covoni» di Monet e viene colto da stupore: «Ed ecco, improvvisamente, vidi per la prima volta un quadro. Mi sembrava che senza catalogo in mano sarebbe stato impossibile capire ciò che doveva rappresentare il dipinto (…) Nello stesso tempo notavo con stupore che quel quadro turbava e affascinava, si fissava indelebilmente nella memoria fino al più minuzioso dettaglio. Non riuscivo a capire tutto ciò (…) Ma ciò che mi divenne assolutamente chiaro fu l’intensità della tavolozza. La pittura si mostrò davanti a me in tutta la sua fantasia e in tutto il suo incanto. Profondamente dentro di me nacque il primo dubbio sull’importanza dell’oggetto come elemento necessario del quadro».

La strada era aperta ormai verso una direzione che diveniva sempre più chiara e certa. Infatti poco dopo Kandinsky assiste al «Lohengrin» di Wagner e accade lo stesso stupore: «Ho udito in spirito tutti i miei colori, essi stavano dinanzi ai miei occhi. Dinanzi a me si disegnavano linee selvagge, quasi folli. Non osavo dire che Wagner aveva dipinto musicalmente la mia ora», riconoscendo nella musica la stessa potenza cromatica di un tramonto meraviglioso, da lui definito come «il fortissimo di un’orchestra gigantesca». Kandinsky scriverà: «Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita», una percezione pittorico-musicale, con impressioni visive a tramutarsi in canti e sinfonie perché il dipinto va scoperto per passi successivi, seguendo una scansione temporale simile alla lettura di uno spartito musicale.

Per Kandinsky la musica è un modello spirituale per la pittura in quanto dominio del non figurativo e dell’immateriale, l’arte più adatta a parlare all’animo umano. Per il pittore russo «l’occhio aperto e l’orecchio vigile trasformeranno le più piccole scosse in grandi esperienze» e così è accaduto a lui, trasformando il contraccolpo della realtà in esperienza, tanto da decidere nel 1896 di rifiutare una cattedra universitaria a Monaco di Baviera per scegliere a trent’anni definitivamente la pittura. Proprio a Monaco troverà quell’ambiente ideale per sviluppare e ampliare la propria esperienza di pittore oltre i limiti imposti da questa arte, avvicinandosi sempre più ad una sinfonia di colori, rendendosi conto molto presto «dell’inaudita forza d’espressione del colore», invidiando ai musicisti il fatto di poter fare arte senza la necessità di raccontare qualcosa di realistico, «il colore mi pareva però altrettanto realistico del suono».

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