12 novembre 2003, ricordando Nassiriya

12 novembre 2003, ricordando Nassiriya

Uno dei tanti vantaggi di invecchiare è che si è testimoni di alcuni avvenimenti che sono come tanti spartiacque: della memoria, della coscienza, di un muoversi e pensare nella propria vita che non sarà più uguale a prima. Dirompente o impercettibile si insinua e si radica. L’attentato del 12 novembre 2003 a Nassiriya, in Iraq, è stato uno di quelli. Primo grave attentato in una missione di mantenimento della pace iniziata nel luglio 2003, l’Operazione Antica Babilonia. I morti furono ventotto, diciannove italiani, dei quali dodici sono dell’Arma dei Carabinieri, cinque militari dell’Esercito Italiano, due civili (un cooperatore internazionale e un regista), e nove iracheni; tra questi i due attentatori kamikaze alla guida del camion cisterna caricato all’inverosimile di tritolo, che oltre ad uccidere causa anche il ferimento di moltissime persone.

A Nassiriya sono le 10:40, in Italia le 8:40, quindi ci si sveglia con la notizia e le immagini che arrivano dall’Iraq, un luogo così lontano eppure ora così vivido. Lo schermo che proietta una realtà terrificante, una devastazione che solo un’esplosione può produrre. Sangue, cenere e macerie che cancellano e polverizzano persino i corpi, dei quali a volte rimane solo una bara vuota e un dolore incolmabile. Una bara vuota è tutto ciò che rimane del maresciallo dei Carabinieri Enzo Fregosi, con quella catenina e quell’anello lasciati a casa prima di partire indossati ora dai figli Alessia e Pietro; o quella del maresciallo Giovanni Cavallaro, il cui figlio Diego da allora non dorme più. A volte ci si dimentica che per ogni nome coinvolto in quella mattinata di novembre di undici anni fa, ci sono moltissime esistenze collegate, famiglie e amici. Figli come Marco, a cui la notizia arriva da una compagna di banco che riceve un SMS sull’attentato, con il padre sentito al telefono la sera prima, freddo e preoccupato come non lo era mai stato. Figlio dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Introvaia, di quei giorni, oltre allo strazio, gli è rimasto l’amor patrio e l’unità nazionale: «Io seppur orfano resto un fortissimo sostenitore delle missioni all’estero. Mio padre amava l’Arma dei Carabinieri e amava quelle missioni. E questi sono i valori che continua a trasmettermi. Grazie al suo sacrificio io continuo ad amare la Patria a cui ha donato la vita» e «contrariamente a quel che dicono alcuni le nostre forze armate hanno lavorato per la pace e hanno partecipato alla ricostruzione del Paese».

Quando nei giorni successivi compaiono gli slogan «dieci, cento, mille Nassiriya», quelle parole sembrano così ingiuste. Da qui tutto è facile, le convinzioni o le ideologie camminano su suoli che non sono minati. Qui nessuno ha sentito «quell’odore, un tanfo dolciastro, un misto di carne bruciata e altri miasmi» che entra nella gola, scende nei polmoni e torce lo stomaco. Queste le parole del caporal maggiore capo Mattia Piras, che allora aveva poco più di vent’anni e che da quel 12 novembre rivede le immagini tornare come una processione appena respira qualcosa di simile: «Arriva l’odore e poi arrivano loro. Sempre assieme. Sempre le stesse. Tutte in fila dietro a quel lezzo. Vedo quell’asinello tranciato in due dall’esplosione. Vedo la sua carcassa appena oltre il ponte. Mi ritrovo tra le macerie. Mi rivedo sull’orlo di quella voragine. Sai cos’è un baratro di due metri? È tanta roba. Troppa roba. Soprattutto se sai che lì dentro son finite le vite dei tuoi amici. E io lo sapevo. Solo quando ho visto quel buco nero ho capito che non sarebbero più tornati». Il tenente Massimo Ficucello e il maresciallo Silvio Olla non sono più tornati, Silvio con la sua voglia di metter su casa e Massimo con le sue battute, andati a letto presto perché quella mattina toccava a loro svegliarsi per accompagnare ad «Animal House» il regista Stefano Rolla, morto, e il suo collega Aureliano Amedei, sopravvissuto. Erano a Nassiriya per girare uno sceneggiato sulla ricostruzione da parte del contingente italiano, scortati in questa sosta logistica dai militari dell’Esercito. «Animal House» era il soprannome dato alla base Maestrale dei Carabinieri che occupava il vecchio edificio della Camera di Commercio, mentre Libeccio era la base dell’Esercito, distanti poche centinaia di metri l’una dall’altra. Ad Animal House quel giorno al posto di guardia c’è il Carabiniere Andrea Filippa, morto nell’esplosione, che evita una strage di proporzioni maggiori con un disperato scontro a fuoco nel tentativo di fermare il camion. Uccidendo i due attentatori kamikaze fa avvenire l’esplosione poco distante dalla barra d’ingresso, a venticinque metri dalla palazzina. Quando il camion esplode, portando con sé anche la riserva di munizioni della base, il boato potentissimo fa tremare la terra, quel fragore che torna sempre in mente al luogotenente dei Carabinieri in congedo Vittorio De Rasis, caricato insanguinato e con mezzo naso staccato su un pick up iracheno: «Vedo il muro che mi esplode in faccia. Oltre alle lesioni fisiche ti porti dentro una ferita invisibile e non riesci neppure a parlarne». A lui è stato riconosciuto lo stress traumatico da combattimento che colpisce chi è stato in prima linea: flashback, scatti d’ira, difficoltà ad addormentarsi e altri traumi, come la necessità d’andare a vedere le foto della strage sul computer ogni tre o quattro giorni. Il tempo si ferma. A Cosimo Visconti, brigadiere in congedo, «avevano dato l’estrema unzione, «per me è come se fosse ieri. Sono stato colpito al petto e il sangue mi usciva dalla bocca e dalla ferita. Non riuscivo a respirare e avevo la faccia tutta insanguinata. Per anni anche l’acqua della doccia sul viso mi dava un senso di soffocamento». Come spiega Riccardo Saccottelli, maresciallo di guardia, è come una ferita che rimane aperta, «se non dormi per giorni, se sogni campi di fiori ed improvvisamente vedi una testa mozzata, se senti degli odori e ti torna alla mente l’attentato, vuol dire che Nassiriya non ti lascerà mai».

Eppure di quella giornata a Vincenza, figlia del maresciallo dei Carabinieri Alfonso Trincone, rimane oltre ad una grande ferita aperta anche la convinzione che «papà sia morto facendo quello in cui credeva e quello che più gli piaceva. Di tutte le sue immagini ricordo quelle ricevute dopo la sua morte, quelle scattate dai suoi colleghi in cui è sempre circondato dai bambini» perché «mio padre era soprattutto questo, un militare entusiasta sempre pronto a distribuire amore, pronto a dedicare tutta la sua passione e il suo entusiasmo alla professione in cui credeva». Professione nella quale credeva anche Filippo Merino, maresciallo dei Carabinieri, padre di Fabio: «Chi pensa che la sua vita sia stata sprecata non dice la verità. Una vita regalata alla Patria non è mai una vita buttata via. Papà e gli altri erano lì per difenderci dal terrorismo internazionale e la loro presenza in quel territorio ha contribuito a tener lontana la minaccia dal nostro Paese. Lui mi ha lasciato tantissimi ricordi, ma soprattutto l’amore per il lavoro e per l’Italia. Papà era molto fiero di quel che faceva e mi ha trasmesso i valori in cui ogni italiano dovrebbe credere»

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook