La «non banalità» di Hannah Arendt

La «non banalità» di Hannah Arendt

In uno scambio di lettere con Gershom Scholem — filosofo proveniente da una famiglia ebraica di origine tedesca — la Arendt scriveva che «anzi è mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come una fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale».

Parole così vere da essere attuali allora come ai giorni nostri. E non c’è modo migliore di presentare questa donna se non con le sue parole e attraverso il suo pensiero. Un pensiero che nasce dalla realtà delle cose perché «io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali. Tutto il pensiero è «Nachdenken» (riflettere), pensare in seguito ad una cosa». Ma chi è Hannah Arendt? Forse in tanti non conoscono molto di questa filosofa, storica e scrittrice tedesca. Anche se smise di essere tedesca quando il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937 perché aveva preso la decisione di andarsene da quel paese che l’aveva privata dei diritti civili, l’aveva perseguitata e incarcerata a causa delle sue origini ebraiche. Solo nel 1951 ottiene una nuova cittadinanza, quella statunitense, apolide per quattordici anni.

Una «senza patria» anche per la cultura del suo tempo, per questa sua estraneità a scuole di pensiero e movimenti ideologici che le fecero avere una legittimazione filosofica tardiva. Ad esempio ci vollero quasi vent’anni perché «Vita activa. La condizione umana» diventasse un riferimento importante nel dibattito filosofico. In questo saggio la Arendt, ebrea apolide, rivendica la necessità della polis, parlando della salvezza dalla normale e naturale rovina del mondo attraverso il miracolo della nascita di nuovi uomini e dell’azione di cui essi sono capaci proprio in virtù dell’esser nati: «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. (…) Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale», con la pluralità umana come condizione fondamentale.

Quella pluralità umana che viene sondata e scandagliata anche ne «Le origini del totalitarismo», dove si legge che «i lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana. (…) Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. (…) che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare» perché «quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire». Quel male assoluto che nel 1961 la Arendt si trova faccia a faccia come inviata del settimanale New Yorker a Gerusalemme per seguire le centoventi sedute del processo Eichmann. «La banalità del male» contiene i resoconti di questo storico processo che vedeva sotto accusa Eichmann, gerarca nazista deputato al coordinamento e all’organizzazione del trasferimento degli ebrei ai campi di concentramento e sterminio.

Un male che non ha nulla di eroico e di sconvolgente perché ha il volto di un uomo «col raffreddore», chiuso in una gabbia, parte di un sistema, di un male esterno e collettivo: «Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali». Uomini che fanno il loro compito, anche di uccidere il padre se richiesto. Infatti l’unica frase che l’imputato sapeva ripetere era: «Non ho fatto che obbedire. Ho fatto solo il mio dovere». Per questo Hannah Arendt fu accusata di antisemitismo e mancanza di sentimento davanti alla tragedia della Shoah; la sua però non era una assoluzione ma soltanto la constatazione «banale» di un fatto, seppur tremendo: per fare il male, non è necessario essere malvagi.

Quale la salvezza allora per l’Uomo? Forse è la stessa Arendt, donna che «aveva il genio dell’amicizia» come disse l’amico Hans Jonas al suo funerale, a darci un’indicazione: «Nella mia vita io non ho mai amato nessun popolo o collettività, né il popolo tedesco né quello francese né quello americano, né la classe operaia né nulla di tutto questo. In effetti io amo solo i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone». Perchè «vivere insieme nel mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno; il mondo mette in relazione e separa gli uomini nello stesso tempo» ma «ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare non è, o almeno non è principalmente, il numero delle persone che la compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle».

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