Disastro del Vajont: 9 ottobre 1963, 1.917 morti in quattro minuti

Disastro del Vajont:  9 ottobre 1963, 1.917 morti in quattro minuti

Sono le 22:39 quando il Monte Toc, dietro la diga del Vajont, crolla improvvisamente nell’omonimo lago sottostante, un lago pieno, troppo pieno. Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia che si staccano tutti insieme, «vuol dire quasi sei volte più della Valtellina», e cascando «sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi», come scrive Marco Paolini ne Il racconto del Vajont. Di questi cinquanta milioni una parte si abbatte sul versante opposto investendo Erto e Casso, un’altra, ingrossata di rocce, tronchi e resti degli edifici spazzati via, scavalca la diga per piombare su Longarone, in provincia di Belluno.

Venticinque milioni di metri cubi, un’onda di oltre duecento metri che ha ucciso quasi duemila persone. Quattrocentottantasette sono bambini. Molti i corpi mai ritrovati. Sono bastati quattro minuti per radere al suolo, nella valle del Piave, non solo Longarone ma anche Pirago, Rivalta, Villanova e Maè. Lungo le sponde del lago del Vajont distrutti i borghi di Fasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa di Erto. L’elenco è lungo e comprende anche altri Comuni profondamente danneggiati. «La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l’olocausto di duemila vittime», una devastazione totale.

Quando l’acqua esce dalla gola del Vajont per catapultarsi su Longarone ha ormai una potenza pari a quella di due bombe atomiche. Chi è sopravvissuto di quella notte ricorda un vento umido e un rumore indescrivibile. Quello che era iniziato come un giorno qualunque, una bella giornata di inizio autunno, ha cancellato, distrutto e sconvolto intere famiglie. A guardare le foto, i video, ascoltando le voci di chi si è salvato e può ancora raccontare, le parole mancano. Perché di Longarone rimane ben poco, solo il campanile, qualche albero e i grovigli dei binari. Case, scuole, aziende, tutto scomparso, inghiottito, sepolto o polverizzato come i duemila volti e i duemila nomi. Non c’è nulla da aggiungere. Anche perché «il mostro che urla» poteva essere evitato e non esserci un «prima del Vajont» e «un dopo il Vajont».

«Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano centinaia di creature umane che non potevano difendersi», come scrisse due giorni dopo Dino Buzzati sul «Corriere della Sera». L’assurdo è che la diga costruita dalla Società Adriatica di Elettricità è tra le poche cose rimaste uguali in questo prima e dopo, non è crollata ma rimasta ben salda al suo posto, solo la sommità danneggiata.

Quella diga che destava preoccupazione, che era oggetto di segnalazioni, denunce, telegrammi. Con la montagna che ormai scivolava lentamente ma inesorabilmente. Con le scosse e i boati che intimorivano, nonostante fosse ormai diventata un’abitudine per chi era costretto a lavorarci o viverci. Le frane, le crepe, fratture. Gli espropri forzosi e le varianti al progetto. Le perizie, i collaudi, le prove di invaso. Le simulazioni di catastrofe condotte in due tempi e con ghiaia tonda e levigata, non la massa compatta tutta in una volta di una frana rocciosa. E tante promesse non mantenute fino a quel fatidico 9 ottobre, iniziato con una mattina chiara e con il sole.

Ultimo giorno per molti, finito con «un Niagara», un muro d’acqua che «passa da settanta metri di altezza a trenta solamente, ma con una forza cinetica assassina… un martello!». Una lingua impazzita quest’onda del Vajont che risale il Piave per due chilometri controcorrente, mangiando i paesi, spianando e livellando ogni cosa.

Come scrive Marco Paolini nell’epilogo de Il racconto del Vajont, «non è caduta. È stata provocata. Gli uomini che l’hanno provocata hanno sempre sostenuto la loro innocenza. Uno di loro si è suicidato alla vigilia del processo. Gli altri hanno lottato, convinti di non aver fatto altro che il loro dovere e di essere incappati in un evento imprevedibile. Come fai ad ammettere che proprio a te debba capitare quel che non è mai capitato prima a un essere umano? Come fai a riconoscerlo prima, in tempo? E anche dopo che è successo, come fai ad ammettere di aver sbagliato? È questo, oltre ad altre più gravi ma umane mancanze, che ha trasformato uomini onesti, tecnici provetti, funzionari mediocri e manager senza scrupoli, in una banda di criminali, responsabili morali e materiali di questa tragedia».

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