Glenn Gould, un genio in azione

Glenn Gould, un genio in azione

È il 25 settembre 1932 quando a Toronto nasce Glenn Herbert Gould, pianista, compositore, clavicembalista, organista. Per molti «il» pianista, uno dei più grandi mai vissuti. E questa grandezza è difficile da scrivere e descrivere a chi ancora non lo conosce. Va ascoltato. Ascoltato e guardato, sì perché nelle sue registrazioni e nei suoi video c’è non solo la musica suonata ma anche chi la interpreta. Lo si sente respirare e canticchiare. Un insopprimibile mugolare del quale non era per niente orgoglioso ma «semplicemente non sono mai riuscito a reprimerlo, tutto qua». Era qualcosa di involontario che cresceva proporzionalmente all’incapacità del pianoforte di realizzare la musica voluta e che fortunatamente i tecnici del suono non sempre sono riusciti ad eliminare. Ciò ha reso le sue incisioni vive, carnali come le sue esecuzioni al pianoforte con il quale ha un rapporto fisico, di abbraccio, completamente ripiegato sui tasti, senza riuscire a star fermo, con quel suo muoversi ed alzarsi, quel suo improvviso staccar la mano per dirigere un’orchestra inesistente. Dita che quando suonano sono visibili solamente al rallentatore.

L’amore per il suo Steinway CD 318, l’inseparabile pianoforte con il quale eseguì la maggior parte delle sue registrazioni, considerato lo strumento perfetto a dispetto dell’opinione dei tecnici da concerto della Steinway per i quali era uno strumento ormai vecchio e malandato rispetto a quelli di punta della casa, detestati da Gould: «È qualunque cosa tu voglia farne. È un pianoforte straordinario». Complice anche l’incontro con Verne Edquist, grandissimo accordatore che aveva studiato in una scuola per ciechi dell’Ontario, il cui sogno era di lavorare per Steinway. Riusciva, come lo stesso Gould, ad identificare le note di un brano musicale al solo ascolto, note che vedeva come colori. Quando il pianoforte venne gravemente danneggiato durante un trasporto, Glenn lo fece restaurare. Ci vollero anni di tentativi prima di poter continuare ad incidere su questo strumento che lui considerava insostituibile, tanto che a contratto di comodato terminato lo riscattò per evitargli la rottamazione. Insostituibile e inseparabile come il suo sgabello, una seggiolina pieghevole costruita per lui dal padre, che aveva la caratteristica di avere ogni gamba regolabile ad altezze differenti. Era seduto in una posizione totalmente differente rispetto a quella tradizionale, scandalizzando chi lo vedeva quasi a livello del pavimento, con il naso sulla tastiera, come ad immergersi proprio grazie alla bassezza di questo sgabello all’apparenza assurdo eppure così funzionale tanto che per lui era impensabile esibirsi senza, sentendola «molto più vicina della musica di Bach». Bach che l’aveva reso una leggenda a soli ventitré anni, con la registrazione nel 1955 delle «Variazioni Goldberg» che lui suonava in molti dei suoi concerti, uno dei pochi pezzi registrati due volte in studio, una delle sue ultime registrazioni. Per lui erano «una musica che non conosce né inizio né fine, senza un vero punto culminante e senza una vera risoluzione: una musica che è come gli amanti di Baudelaire «l’ala del turbine intelligente».

Definito enigmatico, contraddittorio, eccentrico, irriverente, trasformista, analista, demonio dell’esagerazione, geniale enfant terrible, di se stesso diceva: «io non sono un pianista, sono un uomo dei media, un compositore e uno scrittore canadese che nel tempo libero suona il pianoforte». Il pianoforte però lo suonava così bene, con un approccio straordinariamente rivoluzionario, così plateale e bizzarro da scatenare soprattutto all’inizio opposizioni e perplessità. Questo modo eccentrico e inusuale non solo di suonare ma innanzitutto di essere, tanto da diventare un modello di vita ed essere mitizzato. Vennero addirittura coniati neologismi come «gouldiano» o «gouldismo« per descrivere ciò che rappresentava. Artista, filosofo, genio o pazzo, lui era Glenn Gould. Si vestita in modo bizzarro, indossando quasi sempre i guanti, T-shirt, camicia, maglione cappotto e sciarpa anche in piena estate, non voleva viaggiare in aereo, amava fare viaggi solitari in automobile nell’estremo nord del Canada. Ipocondriaco, affetto da manie ed idiosincrasie, pieno di eccessi, vulnerabile, sensibile. Il suo talento da bambino prodigio andava di pari passo con questa sua natura fragile.

A soli trentadue anni abbandona l’attività concertistica per dedicarsi unicamente alla registrazione, allontanandosi sempre più dal mondo, evitando i contatti umani, rapportandosi unicamente per telefono. Un isolamento fisico che lo portò a passare gli ultimi anni in un eremo canadese. Una solitudine a lui necessaria non solo per creare ma proprio per vivere. Un solitario che però, usando le parole di Tom Service (The Guardian, 2012), «è stato anche uno dei musicisti più divertenti e giocosi vi sia mai stato, era un pensatore incontenibile ed essenziale con la propria musica, e le sue registrazioni radiofoniche e documentari sono alimentate da una curiosità incessante sul mondo e sul ruolo della musica stessa». Un uomo che cercava nell’interpretazione di scoprire ciò che nemmeno il compositore era pienamente consapevole, che si dedicava «soltanto a quelle cose che voglio veramente fare e che fanno vibrare una corda nel mio intimo… Sarebbe davvero meraviglioso se quello che noi realizziamo in forma di incisione si avvicinasse per quanto possibile alla perfezione, non soltanto tecnica, ma soprattutto spirituale». Per Glenn Gould la musica è viva e nuova tutte le volte, mai uguale ma sempre un ricominciare.

Quando muore, il 4 ottobre 1982, lascia un patrimonio incalcolabile di scritti, registrazioni televisive e radiofoniche oltre a quella di dischi. Ma nonostante la copiosa disponibilità di materiale, nonostante su di lui sia stato scritto molto, sia ha sempre la sensazione che parlare di Glenn Gould sia come cercare di afferrare e intrappolare le note fra le dita. Più si cerca di definirlo, più ci si deve arrendere al fatto che niente potrà rendere la genialità di questo uomo e della sua musica.

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