12 settembre: il giorno di Pietro Mennea

12 settembre: il giorno di Pietro Mennea

Pietro_MenneaIl 12 settembre in molte città italiane si festeggia la seconda edizione del «Mennea Day», giornata dedicata a Pietro Mennea, campione olimpionico nei 200 metri piani a Mosca 1980, venuto a mancare il 21 marzo dello scorso anno. In questa data la FIDAL (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) organizza, attraverso i suoi comitati provinciali, gare di 200 metri su tutto il territorio italiano aperte anche ai non tesserati, destinando il ricavato delle iscrizioni alla Fondazione Pietro Mennea Onlus. Perché proprio il 12 settembre? Perché in questo giorno, alle 15:15 locali (23:15 in Italia) di trentacinque anni fa, Mennea vinceva la gara dei 200 metri sulla pista di Città del Messico stabilendo il nuovo record mondiale con il tempo di 19″72, record battuto ben diciassette anni dopo da Michael Johnson ai trials statunitensi per le Olimpiadi del 1996, tuttora primato europeo post mortem. Proprio lui, che con 179 centimetri per soli 66 kg di muscoli era così leggero da sbandare in curva, era stato capace di un’impresa sportiva che sarebbe stata superata solo da un mostro tutto muscoli come l’americano Michael Johnson. Nel 1979 Mennea era uno studente universitario di Scienze politiche e partecipava alle Universiadi dopo aver fatto il suo debutto agonistico in competizioni nazionali nel 1968, carriera atletica conclusasi solamente vent’anni dopo a Seul alle sue quinte Olimpiadi. Le precedenti quattro l’avevano visto arrivare sempre in finale, unico duecentista della storia a qualificarsi per quattro finali olimpiche consecutive. Forse anche unico duecentista a laurearsi quattro volte: Scienze politiche, Giurisprudenza, Scienze motorie e sportive ed infine Lettere. Una vita quella di Pietro, soprannominato la Freccia del Sud, che vale proprio la pena raccontare, impastata di passione e dedizione non soltanto in ambito sportivo. Prima di essere un campione era un uomo, e il rispetto che aveva per gli avversari era lo stesso che innanzitutto aveva per se stesso.

Nato a Barletta il 28 giugno 1952, terzo di cinque figli in una famiglia modesta, padre sarto e madre casalinga, è proprio in questo luogo e in questa famiglia che forgia quella solidità e sopportazione del sacrificio che lo farà allenare cinque/sei ore al giorno, tutti i giorni, per trecentosessantacinque giorni l’anno, tra gare e allenamenti, fino alla conclusione della sua attività agonistica: «Noi non avevamo niente e volevamo tutto». Uno sport duro che non premia senza un duro lavoro: «Questo modo di fare sport, basato sulla determinazione di chi non perde mai di vista i propri obiettivi e sulla costanza, mi ha garantito una longevità atletica che ancora oggi non ha eguali in una disciplina come la velocità. La corsa è per sua natura uno sport che logora il fisico facilmente e causa molti infortuni, spesso fatali per la carriera di un atleta. Io ho iniziato la prima Olimpiade nel 1972 e ho terminato nel 1988 senza mai avere un infortunio». Dopo aver trascorso la gioventù tra partite a calcio e lotte con gli amici, sfide improvvisate con le macchine per pagarsi il cinema o un panino, Pietro arriva all’adolescenza con un carattere riservato ma tosto, e, proprio in questo momento decisivo per le scelte da percorrere, avrà la fortuna di incontrare una persona fondamentale per la sua vita, come spesso affermato dallo stesso atleta: il suo professore di Educazione fisica. È da qui che parte quella scintilla che gli farà sfidare la perplessità degli osservatori per il suo fisico gracile, lottando senza sosta per raggiungere il suo obiettivo, non concedendosi distrazioni o pause dagli allenamenti. Allenamenti che sono faticosi e solitari, interrotti solamente per gareggiare. Un campione e un uomo leale ma testardo e non sempre compreso, eppure capace di imprese sportive che parlavano più di quanto facesse lui a parole. Come la medaglia d’oro vinta nel 1980 con uno scarto di soli due centesimi di secondo: «A me toccò l’ottava corsia (l’ultima) e a Wells la settima. Non avevo punti di riferimento ma riuscii comunque a fare un gara indimenticabile, che ancora oggi viene da molti ricordata come una delle competizioni più esaltanti nella storia delle Olimpiadi. Ricordo che io stesso non mi aspettavo una performance come quella: a dieci metri dal traguardo ero ancora dietro Wells, mi giocai tutto in pochissimi centimetri. Quel 28 Luglio 1980 alle ore 20:10 ho coronato il mio sogno da sportivo, con rabbia e determinazione». Insuperabile Mennea. Chi era presente davanti al televisore si ricorda le immagini accompagnate dall’incalzante telecronaca di Paolo Rosi: «…recupera… recupera… recupera… recupera… recupera… HA VINTO! HA VINTO! Pietro Mennea ha compiuto un’impresa straordinaria», incollati al teleschermo mentre percorre con l’indice alzato lo stadio Lenin, salutando i pochi connazionali presenti con la bandiera italiana verso il cielo, sfuggendo al cerimoniale che lo vorrebbe subito nello spogliatoio. E proprio perché non si diventa campioni se non si è prima uomini, uno sportivo come lui, che ha partecipato a più di cinquecentotrenta gare, cinque Olimpiadi vincendo un oro e due bronzi, battuto due primati mondiali, otto primati europei e trentatré record nazionali, incontrando oltre seicento atleti, nel 1987 dichiara di aver provato due iniezioni di somatropina (l’ormone della crescita umana) dopo essere rientrato in Italia dalle Olimpiadi estive di Los Angeles 1984 dove gli era stato proposto un trattamento di doping da un fisioterapista americano. Ma la crisi di coscienza lo porta a ritirarsi dall’attività nonostante l’uso di questa sostanza fosse allora consentito: «Ho capito che nella mia vita stavo cercando tutto tranne che quello». Era stato per anni l’uomo più veloce del mondo, con una media di 36,51 km/h nonostante avesse una partenza lenta. Quando era il momento sapeva però alzare le mani non solo per tagliare il traguardo. Della sua vita diceva: «Non ho rimpianti. Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata».

Quando in California incontrò Muhammad Ali venendo presentato come l’uomo più veloce del mondo, il grande Cassius Clay lo squadrò meravigliato esclamando queste parole: «Ma tu sei bianco». E lui: «Sì, ma sono nero dentro». Questo era Pietro Mennea.

Paola Mattavelli
12 settembre 2014

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