Sulle tracce di Elio Vittorini, autore di «Uomini e no»

Sulle tracce di Elio Vittorini, autore di «Uomini e no»

Il 23 luglio, nasceva a Siracusa il grande scrittore Elio Vittorini. Era il 1908 quando Lucia Sgandurra, siracusana, partorisce il primogenito di quattro figli. Il padre, Sebastiano Vittorini, bolognese d’origine, era ferroviere ed Elio trascorre l’infanzia «in piccole stazioni ferroviarie con reti metalliche alle finestre e il deserto intorno», seguendo con la famiglia gli spostamenti per la Sicilia che il padre faceva per lavoro. In una di queste stazioni lesse il primo libro che lo colpì, era una riduzione per bambini di Robinson Crusoe.

Un anno dopo ebbe la stessa «grande impressione» leggendo Le mille e una notte. I temi del treno e del viaggio saranno ricorrenti in tutta la sua produzione. La famiglia abitava nella casa di Siracusa, con la famiglia della madre, solo quando il padre chiedeva le ferie. A scuola si andava con il treno nella città più vicina. Il padre non voleva che il figlio studiasse materie letterarie, passione di Elio, perché lo voleva ragioniere: «Ho frequentato anche un paio di classi dell’Istituto da cui si esce diplomati per tenere i registri di partita doppia, ma non sono riuscito a prenderne il diploma, ne ho ripetuto due volte la prima classe, due volte la seconda classe, erano studi che non mi andavano, e a diciassette anni li ho interrotti definitivamente. Dico definitivamente perché avevo già tentato di interromperli fin dai tredici anni». Il padre gli chiudeva a chiave persino la biblioteca, creando in questo modo una barriera con il figlio, aumentandone l’insofferenza verso la famiglia. Quando il padre non era in casa, Elio andava nello studio per leggere di nascosto i libri di cui il padre era geloso, con i fratelli Ugo, Jole e Aldo, molto uniti e solidali tra di loro, a fare da palo per avvertirlo del rientro del genitore da loro soprannominato «la morale».

Irrequieto, ribelle, dal carattere forte, durante l’adolescenza scappa di casa quattro volte, usando i biglietti omaggio per i famigliari di un dipendente delle ferrovie: «Un giorno ero scappato di casa con un biglietto valido per tutta la rete ferroviaria italiana e con cinquanta lire in tasca. Di giorno visitavo le città, di notte (per non pagare l’albergo) viaggiavo. Furono tre fughe in quattro anni, e non saprei dire se partissi ogni volta per tornare indietro. Certo partivo lasciando scritto a mio padre che sarei tornato, e certo finiva sempre che tornavo. Partivo per vedere il mondo: il più che mi fosse possibile della gente del mondo, e delle cose del mondo, allo stesso modo che leggevo per sapere del mondo. Ma una quarta volta invece di tornare mi misi a spaccare pietre su una strada di montagna della provincia di Gorizia».

Era il 1924. Sei mesi dopo era assistente lavori per una impresa di costruzioni stradali con sede a Udine. Nel 1927 partecipa alla costruzione di un ponte, cosa che lo colpisce come aveva fatto la lettura di Robinson Crusoe da bambino perché «costruire un ponte non è lo stesso di costruire un tavolo o costruire una casa». Quando si comincia non si possono sospendere i lavori se non fino al completamento per la parte riguardante i piloni, «vi sono dei cassoni di cemento che bisogna far penetrare nel letto del fiume poco a poco, scavandogli sotto la fossa e pompandone fuori l’acqua dall’interno. Se viene a piovere bisogna fare più svelti della pioggia sia a scavare che a pompare. E allora si lavora di giorno e di notte senza darsi più il cambio, senza pensare più che si lavora per guadagnare il pane, e pensando invece a vincere, a spuntarla. Fu questo che fece epoca in me».

Nello stesso tempo inizia a scrivere prose liriche e racconti, mandando uno di questi racconti ad un giornale che glielo pubblicò. Era il 1927 e direttore del giornale era lo scrittore Malaparte che lo spinse a continuare. Sempre nel 1927, il 10 settembre, viene celebrato il matrimonio riparatore con Rosa Quasimodo, sorella del poeta Salvatore Quasimodo. I loro genitori erano entrambi ferrovieri e si erano conosciuti da giovani alla stazione di Siracusa. Proprio da questa stazione organizzarono la «fuitina» per potersi sposare subito, lei aveva ventidue anni e lui diciannove. Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce a Gorizia, dove nell’agosto del 1928 nasce il loro primo figlio, Giusto Curzio, in omaggio a Curzio Malaparte.

Scrisse fino al 1929 per giornali diretti da Malaparte, collaborando anche con La Stampa. Nel 1929, dopo aver imparato il francese e letto in questa lingua Proust, Gide e le traduzioni di Joyce e Kafka, pubblica un articolo dove accusava la cultura italiana di provincialismo essendo isolata dalle grandi correnti letterarie europee. Fu un articolo che fece scandalo, con duri attacchi da parte della stampa fascista e che lo porterà ad essere considerato uno scrittore antifascista, perdendo le collaborazioni con i giornali che lo pagavano. Iniziò così a collaborare con un piccola rivista fiorentina, Solaria, che pubblicava grazie ai risparmi di chi vi scriveva. Qui pubblicò la maggior parte dei suoi racconti che nel 1931 vennero raccolti e pubblicati nel suo primo libro Piccola borghesia. Sempre su Solaria, tra il 1933 e il 1934 venne pubblicato a puntate il romanzo Il garofano rosso, le cui uscite furono interrotte dalla censura fascista (pubblicato poi nel 1948). Da questo momento Vittorini venne considerato «solariano», parola che negli ambienti letterari dell’epoca voleva dire antifascista, europeista, antitradizionalista e universalista. Grazie al direttore di questa rivista, Giansiro Ferrata, Vittorini realizza il sogno di vivere a Firenze. Qui si trasferisce con la famiglia nel 1930, lavorando come segretario di redazione per Solaria e come correttore di bozze per il quotidiano La Nazione. Di sera frequenta «Le Giubbe Rosse», noto caffè degli ermetici, e frequenta con amici la casa di Drusilla Tanzi, moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, soprannominata da tutti «Mosca», futura compagna di Eugenio Montale.

In questi anni inizia a studiare la lingua inglese come autodidatta durante i turni di notte nella tipografia de La Nazione, aiutato dal tipografo Chiari diventato suo amico, che era stato all’estero e conosceva l’inglese. Vi era in lui sia l’esigenza di leggere i testi anglosassoni in lingua originale che quella di cimentarsi come traduttore: «Io non avevo dimenticato Robinson Crusoe letto a sei anni in una riduzione per bambini. Ogni volta che ne avevo potuto avere una traduzione meno incompleta non mancavo di leggerlo. E avrei voluto leggerlo nel testo originale. Avrei voluto leggere tutto quello che De Foe ha scritto. Nella tipografia de La Nazione si aveva mezz’ora di tempo libero tra il momento in cui terminava il lavoro effettivo e il momento in cui, messo la firma all’orologio, si poteva rincasare. Alcuni operai occupavano quella mezz’ora risolvendo puzzle, altri discutendo di calcio, altri leggendo e altri persino studiando. Il mio amico che conosceva l’inglese accondiscese a insegnarmi l’inglese. E fu in un modo speciale che cominciammo. Fu su testo del Robinson Crusoe, leggendolo e traducendolo parola per parola, scrivendo sopra ogni parola inglese la corrispondente parola italiana. Poi continuai da solo, un po’ come un sordomuto (…) fino al giorno in cui mi trovai in grado di poter tradurre correttamente».

Le opere tradotte saranno moltissime (Lawrence, Poe, Saroyan, Faulkner, Steinbeck, Defoe, Caldwell, Hemingway ecc. oltre a Robinson Crusoe) e Vittorini, anche attraverso recensioni e la sua attività editoriale, darà, come Cesare Pavese, un forte contributo alla diffusione della moderna letteratura anglosassone. Per assurdo non parlerà mai l’inglese. Quando nel 1948 lo scrittore americano William Saroyan durante un suo viaggio in Italia si fermò a Milano per incontrare Elio, amico di penna che aveva fatto conoscere i suoi romanzi, traducendoli ancora prima della guerra, i due scrittori comunicarono attraverso lo scambio di bigliettini. Nel 1934 Vittorini deve lasciare il lavoro di correttore di bozze a causa di una intossicazione da piombo.

Per mantenere la famiglia inizia a tradurre, mettendo a frutto quello che aveva imparato. Traduceva e portava i testi a Mario Praz, alle Giubbe rosse, il caffè storico, Praz correggeva e gli spiegava il perché. Sempre in questo anno nasce il suo secondo figlio, Demetrio, tenuto a battesimo da Montale. Nel 1936 inizia a scrivere Conversazione in Sicilia, il suo romanzo più importante, pubblicandolo a puntate su una nuova rivista fiorentina «Letteratura», scrivendo il libro a mano a mano che la rivista lo pubblicava, alternando questo lavoro a quello delle traduzioni. Alla fine del 1938 si trasferisce a Milano con tutta la famiglia per lavorare presso Bompiani.

Qui attraversa un periodo di crisi matrimoniale a causa del suo vecchio amore per la milanese Ginetta Varisco (originaria di Concorezzo), moglie del commediografo Cesare Vico Lodovici dal quale si era presto separata. Si erano conosciuti nel 1932 durante una vacanza a Bocca di Magra, tra La Spezia e Massa, luogo di ritrovo di intellettuali e scrittori. A presentarli era stato Ferrata, direttore di Solaria che aveva una relazione con Ginetta. Era nato subito l’amore, ma un amore proibito e non consumato, fatto di sguardi e di dialoghi a distanza. La rottura definitiva con Rosa Quasimodo si avrà però nel 1944.

Durante la guerra svolge attività clandestina per il partito comunista, venendo arrestato nell’estate del 1943, rinchiuso a S. Vittore e liberato solo a settembre. Quando torna libero si occupa di stampa clandestina, prendendo parte ad alcune azioni della Resistenza. Nel 1944 rischia di essere catturato dalla polizia fascista a Firenze dove era andato per organizzare uno sciopero generale. Si ritira così in montagna per alcuni mesi, dove scrive Uomini e no, romanzo sulla Resistenza che non la celebra ma pone dubbi e incertezze sul senso della morte, sulla non umanità che fa parte dell’uomo e genera il deserto «non di una vita che manca, ma di una vita che non è tale». Finita la guerra torna a Milano con Ginetta e chiede l’annullamento del precedente matrimonio.

«Era un amore terribile, che avrebbe potuto atterrirci perché sempre così presente, ogni minuto, così presente e talmente definitivo da far paura come fa paura l’assoluto, perché vi costringeva a credere all’amore»: queste le parole di Marguerite Duras (scrittrice francese, divenuta nota al pubblico italiano grazie a Vittorini e alla sua collana I gettoni per Einaudi) che tra il 1946 e il 1949 conosce Elio e Ginetta. Una volta la scrittrice disse alla Varisco che era molto bella e lei rispose: «Non lo so, ma è quello che dice Elio».

Nel 1945 dirige per alcuni mesi L’Unità di Milano e fonda la rivista Il Politecnico per la necessità di una ricerca intellettuale autonoma dalla politica. Nel 1947 pubblica Il Sempione strizza l’occhi al Frejus e nel 1949 Le donne di Messina e la traduzione americana di Conversazioni in Sicilia con la prefazione di Hemingway. Nel 1957 esce Diario in pubblico, raccolta dei suoi scritti critici, mentre nel 1959 fonda con Italo Calvino Il Menabò, rivista aperta allo sperimentalismo letterario. L’anno dopo passa alla direzione della collana La Medusa di Mondadori e nel 1961 scrive Le città del mondo, sceneggiatura per un film mai realizzato. Rifiutò la pubblicazione de Il Gattopardo a Tomasi di Lampedusa, forse il suo unico errore di valutazione.

Nel 1963 Elio si ammalò gravemente. Era un tumore, lo stesso male che nel 1956 aveva fatto morire suo figlio Giusto ad appena ventisei anni. Venne operato ma nell’estate del 1965 si ammalò nuovamente. Il 9 febbraio 1966 volle sposare, ormai alla fine della sua vita, la sua amata Ginetta compagna per oltre vent’anni, morendo solamente tre giorni dopo, il 12 febbraio, nella loro casa milanese in viale Gorizia. Il figlio Demetrio ricorda che «una delle immagini più forti a distanza di tempo sono i suoi ultimi anni. Allora lui cercava di vivere, di attaccarsi prepotentemente alla vita, di recuperare tutto quello che gli mancava. Leggeva, studiava matematica, geometria, la linguistica e De Saussure, filosofia».

Quando lo scrittore era ormai giunto ai suoi ultimi giorni, Sandro Cruciani gli portò la guida della Francia appena uscita. Dopo averla letta disse a Cruciani, due giorni dopo: «L’estate prossima facciamo un giro in Francia. È il paese più bello del mondo». Sempre il figlio Demetrio scrive: «Nel periodo in cui si amavano senza potersi toccare, Elio aveva detto un giorno a Ginetta che almeno da morto avrebbe voluto stare accanto a lei, visto che non poteva farlo da vivo. Più tardi questo desiderio lo mise anche per iscritto», così, quando nel 1978 morì Ginetta, le spoglie di Vittorini furono portate dal cimitero Monumentale al cimitero di Concorezzo e messe nella tomba di famiglia dei Varisco.

Questo era Elio Vittorini, che distingueva gli scrittori in «quelli che leggendoli mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e cioè mi danno la conferma di come che è in genere la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, che cioè mi rivelano un nuovo particolare come sia nella vita».

Paola Mattavelli

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