Il 15 settembre 2006 moriva «Oriana Fallaci. Scrittore»

Il 15 settembre  2006 moriva «Oriana Fallaci. Scrittore»

Oriana è morta di cancro a settantasette anni, il 15 settembre 2006, dopo una lunga e dura lotta contro questo «alieno», parola abitualmente usata dalla stessa Fallaci per definire il cancro ai polmoni che l’aveva colpita.

Difficile separare il suo essere donna dalla sua attività di scrittore (così si legge sulla sua lapide), giornalista e attivista perché fa parte di quelle rare persone che vivono la propria vita così intensamente da non lasciare spazio alla divisione o alla menzogna.

E questo suo essere senza misure, diretta e indipendente non a tutti piaceva. Lei stessa, raccontandosi ne La vita di Oriana – narrata da lei stessa per i lettori dell’Europeo – definisce le sue origini come un connubio pessimo nei risultati temperamentali: nata da genitori fiorentini, Tosca ed Edoardo Fallaci, da parte di madre esiste un filone spagnolo perché la sua bisnonna era di Barcellona, da parte di padre un filone romagnolo perché sua madre era di Cesena.

Si riteneva comunque una fiorentina pura: «Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento» perché la sua cultura e la sua educazione provenivano da lì, ed erano talmente radicate che, quando era all’estero, alla domanda a quale Paese appartenesse lei rispondeva: «Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa».

Era talmente legata alla città nella quale era nata che vi tornò per morire, lei che si era trasferita a New York nel 1990, lei che era stata la prima donna in Italia ad andare al fronte in Vietnam come corrispondente di guerra, lei che aveva girato il mondo per i suoi libri (i suoi dodici libri hanno venduto venti milioni di copie) e le sue interviste.

Questo era il suo desiderio più grande: «Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata».

Il suo carattere e la sua crescita intellettuale vengono forgiati da questa città e dai suoi genitori, fondamentali nel trasmetterle la passione per la vita e per la lettura. Il padre era un fervente antifascista, perseguitato, arrestato e torturato per le sue idee e il suo attivismo politico; la madre ha sempre sostenuto le idee del marito con forza e coraggio.

Entrambi condividevano la passione per la lettura, spendendo i pochi risparmi per l’acquisto di libri, presenza costante che porta Oriana già all’età di cinque/sei anni a non concepire altro mestiere che non fosse quello di scrittore. Il giornalismo fu infatti all’inizio solo «un compremesso, un mezzo per arrivare alla letteratura».

Prima di quattro figlie, ha sempre vissuto la vita come un impegno, con un senso di responsabilità grandissimo che a soli quattordici anni la faceva trovare già in prima linea nella Resistenza partigiana (ricevette per questo un attestato d’onore), una prima linea mai più abbandonata e che le fece sviluppare l’autodisciplina e il senso del dovere che l’avrebbero resa una lavoratrice instancabile fino agli ultimi giorni di vita: «Sono un soldato. Lo sono fin da ragazzina, quando nella mia famiglia di antifascisti diventai anche io un partigiano. Un soldato».

A ripercorrere la vita della Fallaci sembra evidente che tutto contribuì a formarla. Il liceo classico Galileo Galilei è parte di questo percorso. Ottima studentessa, «in condotta però davo problemi. Non perché mancassi di rispetto verso i professori ma perché polemizzavo spesso con loro». Qui la sua persona trovò nuova linfa per aumentare grinta e determinazione.

Dopo il liceo Oriana si dedica al giornalismo, esortata dallo zio Bruno Fallaci egli stesso giornalista e direttore di settimanali, scrivendo per Il Mattino dell’Italia Centrale, il quotidiano fiorentino che nel 1946 pubblica il suo primo articolo, all’età di diciassette anni. Grazie a quella collaborazione e ai primi soldi guadagnati può iscriversi all’Università di Medicina, costretta poi ad abbandonare per dedicarsi totalmente al giornalismo.

Difficile rinchiudere in poche righe la vita di questa donna, impastata di passione per il suo lavoro. Difficile scrivere di tutte le sue interviste («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato» dirà Oriana nel 2004 in Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse), dei suoi libri e del suo impegno umano e politico.

Difficile però non parlare dei due libri che negli anni Settanta, periodo mitico delle interviste ai grandi della Terra, fecero raggiungere ad Oriana un successo planetario: Lettera a un bambino mai nato e Un uomo.

Anche perché questi due libri sono entrambi autobiografici, entrambi ispirati dall’amore profondo e tormentato tra Oriana e Alexandros Panagulis, conosciuto con il diminutivo Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli, che in seguito a un tentativo fallito di tirannicidio (aveva cercato di far esplodere l’auto di Papadopoulos il 13 agosto del 1968), viene incarcerato e condannato a morte.

L’esecuzione viene rinviata più volte e Panagulis sopravvive alle torture e alla condizioni durissime delle carceri di massima sicurezza nelle quali è rinchiuso (nel carcere di Boiati passa cinque anni in una prigione minuscola e disumana, in uno spazio di pochissimi metri quadrati, al buio, in un isolamento costante) continuando a lottare per la libertà, senza mai rivelare i nomi dei suoi compagni di lotta, componendo poesie come unica consolazione.

Oriana segue le vicende di Panagulis sui giornali, e appena viene scarcerato chiede di incontrarlo e intervistarlo. Tra i due nasce subito una grande passione (Oriana rimane folgorata dal suo desiderio indomito di libertà, dalla forza che gli permetteva di non arrendersi al Potere neppure dopo anni di prigionia e torture), ma il loro è anche un amore tormentato.

Inaspettatamente però Alekos muore in un incidente d’auto il 1 maggio 1976. Si pensa ad un complotto. Il giorno del funerale milioni di greci sfileranno per Atene al grido «Zi, zi, zi!» («Vive, vive, vive!»). Sarà proprio questa folla che come una piovra invade le strade della capitale greca per la morte di Alekos a dare inizio al libro Un uomo, pubblicato da Rizzoli nel 1979.

Lettera a un bambino mai nato, pubblicato nel 1975 sempre da Rizzoli, nasce dall’esperienza drammatica di una maternità mancata, vissuta sulla propria pelle. In parte diario autobiografico, in parte narrazione, il libro parla dell’aborto in modo schietto, indagando a fondo quanto sia giusto imporre a una creatura inerme un mondo così malvagio senza che abbia la possibilità di scelta, e quanto una donna impegnata a tempo pieno nella propria professione rischi di dover rinunciare al proprio stile di vita se la nascita di un figlio la richiamasse al ruolo di madre.

I due romanzi vengono tradotti e pubblicati in tutto il mondo, creando un vero e proprio «caso Fallaci». Nel 1977 riceve la laurea honoris causa in Letteratura dal Columbia College di Chicago, segno evidente di una fama ormai acquisita.

Questi due libri sono gradini importanti nella sua vita, segnano appunto un riconoscimento internazionale. Tra il 1991 e il 1992 entreranno però nella sua vita altri due elementi importanti, che l’accompagneranno fino alla morte: «l’Alieno» e «il mio Bambino».

Il primo è il cancro, «questo alieno che attacca la mia vita», quasi fosse un interlocutore da sfidare, ignorare e distruggere. Il secondo è un romanzo al quale la Fallaci voleva dedicarsi da tempo, una monumentale e complessa saga della sua famiglia attraverso i secoli, dal 1773 fino al 1889 (il romanzo si interrompe con il matrimonio dei nonni paterni, inizialmente avrebbe dovuto contenere anche tutta la storia successiva fino al 1944).

Oriana ha quasi un’ossessione per questo libro che considera come la sua ultima stesura per via dell’età e della malattia, come lei stessa scrive nel Prologo: «il futuro s’era fatto corto» e «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra».

Paradossalmente questo libro scritto contro il tempo ricostruisce tutti i passaggi che hanno reso possibile la sua esistenza: «Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere».

Chiusa in casa scrive per ore, come unica compagna la sua inseparabile Olivetti Lettera 32. Rinuncia spesso alle terapie per poter concludere il romanzo preoccupata che il tempo rimasto da vivere non fosse sufficiente. Non rinuncia però ai suoi sigarilli Nat Sherman convinta che a farla ammalare sia stata «la nuvola nera del Kuwait».

Ogni volta acquista numerose stecche dall’unico tabaccaio di New York che ne è provvisto per non interrompere il proprio lavoro. Ma l’11 settembre 2001 l’attentato alle Torri Gemelle la fa uscire dall’isolamento e dal silenzio nel quale si era ritirata. Incapace di proseguire alla stesura del suo libro (pubblicato postumo nel 2008 con il titolo Un cappello pieno di ciliege, come riportato dalla stessa autrice con la sua grafia sul faldone contenente il prologo) per «il puzzo della morte» che «entrava dalle finestre, dalle strade deserte giungeva il suono ossessivo delle ambulanze, il televisore lasciato acceso per l’angoscia e lo smarrimento lampeggiava ripetendo le immagini che volevo dimenticare». La scrittrice sente l’urgenza di scriverne: La Rabbia e l’Orgoglio nel 2001, La Forza della Ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse nel 2004.

Nell’ultima intervista rilasciata al New Yorker, prima che le sue condizioni peggiorassero, ritroviamo quell’irriducibile e spontanea unicità, nota di fondo di una intera vita, che le fa dire: «Apro la mia boccaccia. […] E dico quello che mi pare». Quell’irriducibile e spontanea unicità che ritroviamo anche nelle tre parole scritte sulla sua lapide nella tomba di famiglia, accanto ad un cippo commemorativo del suo compagno di vita Alekos Panagulis, nel cimitero degli Allori a Firenze: «Oriana Fallaci. Scrittore».

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