Mademoiselle Coco. Tante passioni, grandi amori. Il più grande, quello per uno stile che si rivelerà senza tempo

Mademoiselle Coco. Tante passioni, grandi amori. Il più grande, quello per uno stile che si rivelerà senza tempo

Accade ieri. La ricorrenza è quella dei 50 anni dalla scomparsa di Gabrielle Bonheur Chanel, per tutti Coco Chanel, avvenuta a Parigi il 10 gennaio 1971. Nata povera il 19 agosto 1983 a Saumur, in un ostello, abbandonata nell’orfanotrofio di Aubazine delle suore della congregazione del Sacro Cuore con le sue due sorelle dal padre Henri-Albert Chanel, cagionevole di salute e rimasto vedovo della madre di Gabrielle, Jeanne De Volle, Coco riscatterà i suoi inizi incerti con la brillantezza di una vita professionale e personale unica, prodromica di quella influencer più attuali, ma molto più iconica e immortale.

Coco, per via di una canzone, che giovanissima cantava esibendosi in un caffè-concerto a Parigi, “Qui qu’a vu Coco?”. Quello che la rende unica è racchiuso in questa massima: “La moda passa, lo stile resta. L’ha incarnata con la propria classe, l’ha resa viva con la sua stessa esistenza, l’ha regalata e continua a regalarla alle donne di tutto il mondo tramite i dettami del suo lavoro di stilista.

Entrata di diritto nei dizionari della moda, è possibile riduttivamente indicare alcune delle ‘voci’ che Coco Chanel ha idealmente redatto per il suo dizionario della moda, riuscendo in pochi decenni a lasciare una impronta indelebile nei guardaroba di tutti i tempi, fatto di autentici capisaldi di stile e di bellezza. Rigorosamente in ordine alfabetico: Bicolore: lo impone nelle scarpe, per metà beige e per metà nere le sue décolletées two-tones resteranno un classico dell’eleganza e sono tuttora continuamente rivisitate.  Bijoux: non si è ancora affermata quella che sarà la “costume jewelry”, ma Coco ha bisogno di dare luce ai suoi tubini neri e impone l’uso delle perle, innanzitutto, ma poi anche delle pietre e delle croci, alta bigiotteria in sapiente mescola con i veri, preziosissimi, gioielli, come quelli che nel corso della sua vita le saranno regalati dagli amanti e dagli amici dell’alta società che frequenta. Borsa matelassé: la sua prima bag è nell’amato jersey, rifinita in gros grain. La riproporrà più avanti trapuntata a rombi, con la fodera di colore bordeaux stampata a doppie C e una tracolla realizzata con una catena intrecciata con una fettuccia di pelle a scorrere tra i due occhielli. Si chiamerà Chanel 2.55. Resterà un’icona, imitatissima ed inimitabile. Tra i fiori, la Camelia. Amato perché privo di spine e dal profumo delicato, un fiore semplice che testimoniasse l’essenzialità del suo stile e che replicherà in infinite varianti – seta, strass, pelle, tweed, pailettes, maglia, lana – e altrettanto infiniti colori, dai suoi bianco e nero, alle più accese tonalità fluo. Catene: come i bijoux le servono per rischiarare gli abiti e gli accessori, ma anche per completarli come cinture, sautoir, tracolle, o dorate o silver o brunite. Addirittura nascoste – l’essenziale è invisibile agli occhi… – come quella minuscola celata dentro l’orlo della giacca, per assicurarle una vestibilità impeccabile. Perle: un giro è il minimo, ma meglio se due, tre, fino a dieci, mai troppo. Vere o false, corte e lunghe, sovrapposte e mescolate, le perle per Coco sono anche un portafortuna e non se ne separa mai. Tweed: da uno dei suoi cappelli magici, Gabrielle tira fuori l’idea di trasferire negli abiti femminili il più maschile e sportivo dei tessuti, il tweed, che in atelier alleggerisce e rende morbido e fluido, piacevole da indossare.

Dalla vita conventuale le resterà l’inclinazione verso i “non colori”, il bianco e nero degli abiti delle suore, e per l’austero, e naturalmente le capacità nel cucito, imparate in orfanotrofio e poi perfezionate nella scuola di arti domestiche a Notre Dame, anche se lei si vedrà più avanti piuttosto come una “scultrice”, non disegnando, tagliando le stoffe con cui poi realizzava un modello, drappeggiato e appuntato sui manichini, lasciando ad altre il compito di cucire.

Dal suo quotidiano trarrà comunque sempre ispirazione come creatrice di moda. Amante della vita all’aperta, dello sport, appassionata amazone, scopre la necessità di un abbigliamento pratico e sportivo – “la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento” – e lo realizza per sé, in principio, e poi per le donne che veste, come nel caso dei pantaloni alla cavallerizza, a vita alta, indossati con la sua maglia Breton a righe con manica a tre quarti. E allo stesso modo è il suo essere protagonista del ritmo frenetico della scintillante vita mondana della sua epoca a suggerirle gli abiti da creare per quelle occasioni. Parola d’ordine per quella che sarà una autentica ventata rivoluzionaria nella moda è “semplificare”. Via le crinoline, le stecche di balena, gli orpelli. Lo farà a partire dai cappelli, stravolgendo la complicata impalcatura Pompadour, nella sua prima boutique, finanziata da Étienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, conosciuto a Moulins e suo primo amore, che la aveva per primo invitata a trasferirsi nel suo castello a Royallieu, e più avanti incoraggiata e sostenuta da Arthur (Boy, per Coco) Capel, giocatore di polo, ricco e facoltoso industriale inglese impegnato nell’esportazione del carbone, grande amore della sua vita per dodici anni, poi scomparso in un incidente d’auto, che contribuirà invece economicamente all’avvio della Maison in Parigi. Coco immagina e realizza cappellini di paglia ornati di fiori semplici o singole piume, facendone innamorare l’attrice Emilienne D’Alencon, che le spalancò le porte di una ben più ampia e ricca clientela.

Nel 1914 il trasferimento a Parigi, e nel 1916 il suo primo salone. Immaginava, inventava, tagliava, in un approssimarsi sempre più rapido a quel Petit Robe Noire che aveva in testa, ispirato alle uniformi delle commesse parigine, quel tubino nero che diverrà capo imprescindibile nell’armadio di ogni donna. Nel primo Novecento la sua ricerca rivestiva carattere rivoluzionario, di fatto “liberando” le donne da corpetti, laccetti e costrizioni, e vestendole piuttosto di morbido jersey – tessuto che l’industriale tessile francese Rodier le darà in uso esclusivo nel 1916 –, e che le ispirerà una delle sue più tipiche combinazioni, gonna, pullover e cardigan, abbinamento distintivo della sua moda, realizzato spesso nei toni del grigio, beige e blu scuro. Inaugurerà poi nel 1954 l’era del “tailleur Chanel”, tuttora amato dalle donne di tutto il mondo, per la sua assoluta contemporaneità e versatilità, con la gonna al ginocchio e la giacca a sacchetto, proposto in gabardine, tweed e, ovviamente, in jersey, creazione sempre uguale a se stessa nella ricerca del taglio e nell’accuratezza delle cuciture, ma resa sempre nuova dalla diversità dei tessuti e degli abbinamenti dei colori, limitandosi tuttavia sovente al bianco e nero la semplificazione anche cromatica, elegantissima, dei suoi assieme.

L’Amore, oltre al suo vissuto, è stato musa ispiratrice della creatività di Coco. Quanto con i suoi amori aveva condiviso, soprattutto, come la passione per i cavalli e quella per la numerologia, che divideva con Capel, da cui forse la scelta di chiamare con un numero i suoi profumi. E si sostiene che forse le due C incrociate potessero simboleggiare anche l’abbraccio tra Coco e Capel, un omaggio ad un amore impossibile per le convenzioni del tempo eppure appassionato, totalizzante e generativo. Un amore che continua ad ispirare se Karl Lagerfeld nel 2011 crea la “Boy” di Chanel, una delle it-bag più amate ispirata appunto alla storia d’amore tra Coco e Arthur Boy Capel.

Ex libris. La bibliografia sull’iconica stilista è ampia. Tra le ultime ad indagare la sua vita c’è Roberta Damiata, “COCO CHANEL – UNICA E INSOSTITUIBILE”, che apre una finestra sugli amori, le passioni, i segreti di una donna che ha cambiato per sempre la moda femminile nei primi decenni del secolo scorso, ma che è riuscita per molti versi a rimanere un mistero per quanto riguarda le sue scelte più personali e la sua vita più intima. Dedicata invece alla storia delle tre sorelle Julia-Berthe, Gabrielle e Antoinette, che insieme diedero vita alla più prestigiosa maison francese, è “Le sorelle Chanel”, scritto da Judithe Little.

“CHE LA MIA LEGGENDA FACCIA IL SUO CORSO, LE AUGURO FELICE E LUNGA VITA!” (Paul Morand, L’Allure de Chanel © 1976, Hermann, www.editions-hermann.fr). E così è stato. Coco Chanel si spegne nella sua suite all’Hôtel Ritz di Parigi il 10 gennaio 1071, all’età di 87 anni. Raccolgono il suo testimone Gaston Berthelot e Ramon Esparza, poi, nel 1983, Karl Lagerfeld, che ha saputo rispettare i codici stilistici della casa di moda, innovandoli senza mai tradire la visione originaria e la leggenda di Coco Chanel. Quella di una donna fuori dal comune, audace, libera, precorritrice dei tempi, la cui personalità passionale la spingeva tanto verso amicizie ed amori profondi, quanto alla difesa tenace della propria, assoluta, indipendenza dalle convenzioni e dal superfluo. Una libertà e una indipendenza, ma anche una unicità, che trasferirà nei suoi modelli, nei suoi accessori e nei suoi profumi, cui è stata capace di donare un’allure di eleganza e femminilità posta fuori dal tempo e dallo spazio, come nel caso del profumo Chanel N. 5, nato nella boutique aperta a Parigi nel 1920 al n.31 di Rue de Cambon. Emblemi ispiratori.

CHANEL ha posto la sostenibilità tra le sue priorità. A marzo 2020, ha lanciato Mission 1.5° impegnandosi per il cambiamento climatico verso un futuro a basse emissioni di carbonio, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015. Dal 2011, attraverso la Fondazione CHANEL, la Maison si è assunta l’impegno di contribuire a migliorare le condizioni socio-economiche di donne e ragazze in tutto il mondo, per mezzo di un piano pluriennale di aiuti tecnici e finanziari, attraverso il quale la Fondazione mette il proprio savoir-faire al servizio di organizzazioni di utilità sociale che mirano a consolidare la posizione delle donne nella società. Tutto questo, alla emancipata e visionaria Mademoiselle Gabrielle Bonheur Chanel, sarebbe sicuramente piaciuto.

 

 

 

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