Riflessioni sulla Bosnia a venticinque anni da Dayton fra passato, presente e un futuro incerto.

Riflessioni sulla Bosnia a venticinque anni da Dayton fra passato, presente e un futuro incerto.
(Fonte: Frammenti di storia)

Il 14 dicembre 1995 veniva ratificato a Parigi il General Framework Agreement for Peace, anche conosciuto come Accordo di Dayton, dal nome della città americana dell’Ohio dove si erano svolte le trattative per giungere a tale accordo. Infatti, il primo novembre, sempre del 1995, si erano radunati proprio nella base aerea della United States Air Force Wright-Patterson i leader dei paesi dell’ex Jugoslavia impegnati nella guerra in Bosnia, ovvero il presidente serbo Slobodan Milosevic, il presidente croato Franjo Tudman e il presidente bosgnacco Alija Izetbegovic oltre che il mediatore americano Richard Holbrooke e l’inviato speciale dell’Unione Europea Carl Bildt.

Gli accordi tentavano di portare avanti il duplice e contemporaneo obiettivo di porre fine alla tragedia della guerra in Bosnia, che andava avanti dal 1992, e di proporre un assetto costituzionale futuribile proprio per la stessa Bosnia ed Erzegovina. Il paese era infatti in ginocchio e la sua stessa capitale, Sarajevo, viveva in una condizione quotidiana sempre più agonizzante a causa dell’assedio, cominciato anch’esso nel 1992. Se il primo obiettivo venne portato fortunatamente a termine, nonostante i conflitti in Bosnia non siano concretamente finiti immediatamente dopo la ratifica di Parigi, per quanto riguarda il secondo ancora oggi è possibile rintracciare tutti i limiti di quel fragile assetto costituzionale uscito proprio dagli accordi di Dayton.

Ricostruire cronologicamente gli avvenimenti della guerra di dissoluzione della Jugoslavia risulta impossibile in questo breve spazio, ma non si può fare riferimento agli accordi di Dayton senza quantomeno citare l’avvenimento geopolitico di riferimento. Soprattutto l’inserimento degli Accordi in un contesto enormemente più tragico e sfinito da una terribile guerra fratricida rende più comprensibile la necessità di giungere a un accordo per porre fine all’episodio bellico, senza concentrarsi ulteriormente proprio sul contenuto degli accordi. In questo senso risulta opportuno citare il pensiero del Ministro degli Esteri bosgnacco dell’epoca, Muhamed Sacirbey, secondo il quale una brutta pace è pur sempre meglio di una guerra.

Prima di procedere ulteriormente sui commenti, è però necessario ricostruire in modo sintetico proprio i contenuti di tale Accordo, composto da 165 pagine, 12 annessi e 102 carte topografiche. Proprio nella parte iniziale del testo si possono leggere i principali contenuti, secondo i quali si stabilisce l’indivisibilità della capitale Sarajevo all’interno della nuova Bosnia Erzegovina, apparentemente uno stato ma in realtà suddivisa in due entità: la Repubblica serba e la Federazione, a sua volta frammentata all’interno fra la componente etnica croata e quella musulmana. Proprio per questo motivo nel ruolo di presidente collegiale del paese si alternano ogni otto mesi un croato, un serbo e un musulmano.

Il criterio etnico è protagonista anche nella struttura legislativa del paese. Le due entità hanno infatti organi parlamentari locali; per quanto riguarda la Repubblica serba è caratterizzata da un’assemblea legislativa unicamerale, mentre la Federazione consta di un organo bicamerale, proprio per garantire rappresentanza sia alla parte croata che quella musulmana. Vi è poi una Camera dei rappresentanti del parlamento, eletta su base nazionale formata da 42 deputati, equamente divisi in 14 per ciascuna etnia. Vi è infine la Camera dei Popoli della Bosnia ed Erzegovina, rispettivamente formata da 5 serbi, 5 bosgnacchi e 5 croati.

L’assetto della Bosnia Erzegovina uscito dagli accordi di Dayton scatenò da subito reazioni accese. Clinton lo annunciò al mondo sostenendo che: “I popoli della Bosnia hanno finalmente la possibilità di passare dagli orrori della guerra alla speranza della pace”. Anche il presidente croato Tudjman era tutto sommato soddisfatto e dichiarò che: “Siamo riusciti laddove tutti pensavano che avremmo fallito”, mentre più realisti furono Milosevic e Itzebegovic. Secondo il leader musulmano infatti: “Questa non è una pace giusta, ma è meglio della continuazione della guerra. In queste condizioni internazionali era impossibile ottenere di più”, e proprio per questo secondo Milosevic: “Nessuno deve rimpiangere le concessioni, anche penose, che abbiamo dovuto fare”. Da segnalare anche una definizione dell’accordo dato in ambienti diplomatici, secondo la quale si tratta di Una pace oscena, fondata sulle divisioni etniche e sul diritto del più forte, ma ormai l’unica possibile.

Nell’immediato gli accordi di Dayton giunsero quindi all’obiettivo fissato di porre termine alla guerra in Bosnia, ma a venticinque anni di distanza sono anche emersi tutti i suoi limiti e in questo senso risulta opportuno riportare il pensiero del già citato ex ministro degli esteri bosniaco Sacirbey, secondo il quale proprio gli accordi di Dayton rappresentano la causa dei mali odierni della Bosnia e per questo motivo ha deciso di ritirare la sua firma dagli accordi. Sempre Sacirbey rivela in un’intervista ad Euronews del 2010, come la firma dei tre leader sia avvenuta sotto la minaccia di bombardamenti Nato nei loro paesi.

Probabilmente il senso profondo di Dayton lo si può cogliere attraverso le parole dell’architetto di quegli accordi, vale a dire il mediatore americano Holbrooke, il quale dichiarò nel 2008 che senza Dayton Al Quaeda avrebbe preparato i suoi attentati proprio dalla Bosnia. Come evidenziato da Sacirbey stesso, gli accordi vennero stipulati non nell’interesse della Bosnia ma in un contesto di salvaguardia di equilibri internazionali e in particolar modo occidentali.

Dopo Dayton la Bosnia è diventata di fatto una piccola nazione, nella quale vi sono però sostanzialmente tre stati differenti. La procedura di rappresentanza politica e di voto su basi esclusivamente etniche blocca il paese anche a causa di un sistema di veti incrociati, che rallenta ulteriormente i lavori parlamentari. A venticinque anni dalla ratifica degli accordi di Dayton la sensazione più grande è che quella situazione potesse andare avanti esclusivamente per un breve periodo, vale a dire quello di superamento immediato del conflitto, ma non per così tanto.

In definitiva il vero fallimento di Dayton è nel suo mancato aggiornamento o forse più probabilmente nella sua sopravvivenza.

 

Articolo a cura di Paolo Castelli

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